L’Economia non è la Crematistica

Oggi un’amica che insegna economia agli studenti di un Liceo Economico-Sociale mi ha chiesto: “spiegami un po’ la tua posizione sulla finanza, perchè non è che mi sia tanto chiara”.

E’, questo, un equivoco diffuso, generato sicuramente dal fatto che io alterno approfondimenti di trading ad altri in cui prevale il rigetto per il capitalismo ed il liberismo. Dunque, messa così, la contraddizione ed il paradosso sembrano insanabili.

Senza che nessuno si offenda, credo però che questo malinteso sorga da una conoscenza incompleta del fenomeno capitalistico, che tutti pensiamo sia indissolubilmente legato all’industrializzazione e agli economisti classici che lo hanno teorizzato.

Ciò è sbagliato, perchè il mercato è sempre esistito, per lo meno da quando l’uomo è civile, e non occorre certo attendere il secolo XIX perchè si possa parlare di mercati. L’uomo crea valore, produce valore e poi questo valore lo scambia. E questo lo fa da sempre. Non c’è nulla di male in questo, anzi, secondo certa manualistica scolastica, la filosofia nasce proprio in un porto, in un mercato, quello di Mileto, ove avvenivano scambi paragonabili, per l’epoca, a quelli che avvengono oggi alla Borsa di New York.

Qual è, tuttavia, la differenza, tra il mercato inteso come scambio e il mercato inteso ESCLUSIVAMENTE come scambio di merci? E, soprattutto, cos’è un mercato?

Per chi, come noi, ha la fortuna di vivere in un ambiente caratterizzato da laghi, fiumi, valli, insenature e tanti piccoli mari, lo scambio è normale. Arriva Tizio dalla montagna col formaggio e lo scambiava col pesce di Caio a valle. Dunque, ovvio che fosse così da millenni. Molto più complicato, invece, fare questo in aree prive di questo tipo di geografia, come i deserti africani o le lande e le steppe asiatiche. E’ anche per questo che i mercati si sono sviluppati principalmente in Europa, continente caratterizzato proprio da una grande presenza di isole e penisole. Fiumi, laghi e insenature.

Detto questo, non va mai e poi mai dimenticato il fatto che al mercato, un tempo,  si andasse anche per scambiare idee, opinioni, pensiero. Insomma, per incontrare gente! Il mercato non è solo scambio di merci e di valori materiali, ma anche di valori immateriali.

Ecco che, allora, forse si comprende un po’ meglio cosa io intendo per mercato, laddove il mercato è scambio di tante cose, è luogo di incontro e, in una parola, luogo privilegiato della comunità. Piazza, ovvero foro.

Si è mai notato che nei paesi anglosassoni, e in particolare negli Stati Uniti d’America, non ci sono le piazze? Quelle realtà sono semmai caratterizzate da strade ai bordi delle quali vi sono attività commerciali, ma non vi sono piazze. E se lo scambio di merci è sempre possibile ai bordi delle strade, meno, molto meno, lo è lo scambio di idee e di pensieri.

A meno che, ovviamente, uno non vada a troie. Il che, per inciso, va benissimo come scambio di pensiero…

Deviazioni a parte, questo segna un punto fermo su ciò che intendo io per mercato. Il mercato non mi fa affatto schifo, ma a condizione che esso non venga intesto solo come un mero scambio di “cose”. Inoltre, il mercato (anche qualora considerato, come io lo considero) non è l’unica attività che conta nella vita di una persona, mentre oggi si. Oggi il mercato ha sostituito il Dio dei medievali, e viene inteso come esclusivo scambio di beni, non già come luogo d’incontro.

Secondo aspetto. La parolina “economia” non la si deve a nessun Signor Brown, cari signori, ma ad un certo Aristotele, filosofo greco del 300 a.C.

Basti pensare all’orgine della parola, che è composta da Eco (casa) e Nomos (regola). L’economia di cui tanto ci ha parlato Aristotele non era altro che la modalità di conduzione della famiglia, della casa appunto.

Ad essa, all’economia correttamente intesa nel senso greco del termine, Aristotele contrapponeva in senso negativo la Crematistica, altra parolina greca che significa “accumulo illimitato di ricchezza”.

Noi oggi chiamiamo economia ciò che Aristotele chiamava crematistica. Io, proprio come gli antichi greci, faccio invece riferimento all’economia come ad “arte dell’amministrazione domestica” e non come ad un accumulo illimitato di beni (che è la crematistica, appunto, e non l’economia).

L’arte tecnica di guadagnare le ricchezze (crema, in greco, non ha a che fare con le torte, ma significa proprio “ricchezze”) viene condannata da Aristotele nella misura in cui essa è illimitata. E io sono del tutto d’accordo.

Ma – e questo MA è grande come un condominio – non c’è nulla di male a guadagnare le ricchezze per amministrare meglio la propria famiglia. L’arte di guadagnare per tutelare e riprodurre la famiglia, va benissimo.

Per Aristotele, e anche per me.

Il trading, cioè il commercio di prezzi, ha essenzialmente due scopi: sostenere le attività umane aumentando il fluidificante dell’economia, che è (o dovrebbe essere) il denaro; e arricchire chi è molto capace e sa ottimizzare questo commercio dei prezzi che in gergo anglofilo si chiama trading.

Detto questo: chi stabilisce che produrre lattine di birra sia meglio che iniettare liquidità? Chi può seriamente sostenere che la finanziarizzazione, cioè il sostegno finanziario alle attività umane, sia meno nobile della produzione delle tovaglie di carta?

Nessuno! Nessuno può dire con certezza che una cosa abbia valore e l’altra no. Il problema è che se produco tovaglie di carta e poi non ho freni nella mia produzione e compravendita allora io altero gli equilibri e sono nell’ambito della crematistica, cioè del capitalismo illimitato. Se, invece, produco e commercializzo tovaglie di carta per meglio amministrare la mia famiglia, sono nell’economia. Mi trovo nel significato originale e pieno dell’economia. E col trading è la stessa identica cosa.

Dunque, per far uscire il trading o la finanza più in generale dal caos del capitalismo sfrenato occorre dare delle regole e porrre dei limiti, sulla scia della “giusta misura” che Aristotele poneva come ultima misura dell’etica. In caso contrario, di fronte alla sfrenata e smisurata caccia all’accumulo, QUALSIASI produzione umana è destinata a perdere di senso, a diventare autoreferenziale ed a ricadere nel pensiero unico del Dio Mercato.

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