Così muore il ragazzo dell’Europa

Ragazzo dell’Europa è una bella canzone di Gianna Nannini del 1982. Il brano parla di un ragazzo polacco, incontrato veramente dalla cantante, che fugge dall’oppressione che c’era nel suo paese per viaggiare per l’Europa. E’ un inno alla libertà e alla vita un po’ bohemien e un po’ on the road. Oppure alla vita randagia, che forse così è più chiaro.

Vien da chiedersi perchè dopo tanti entusiasmi iniziali, l’identità europea non sia mai decollata, nonostante fiumi di inchiostro versati dall’intellighenzia prezzzolata (Umberto Eco e Roberto Saviano, solo in Italia), nonostante uffici sparsi in tutto il continente e nonostante l’inter-rail e il progetto Erasmus.

E’ convinzione sempre più diffusa che la causa di questa illusione-delusione risieda nell’euro, cioè nel tentativo di creare un’economia comune in assenza di una politica comune. C’è qualcosa di vero in questa convinzione, ma non è affatto sufficiente a rendere ragione della disfatta dell’idea di Europa, la cui causa risiede invece nelle forti differenze linguistiche tra comunità europee. Abbiamo persino un precedente illustre, proprio nel cuore della vecchia Europa, ed è la Svizzera, dove nonostante passino i secoli, nessuna lingua ha preso il sopravvento e la confederazione è stata costretta a mantenere forti diversificazioni, partendo proprio dal multilinguismo, e tutto questo nonostante gli spazi angusti  a disposizione degli elvetici, un clima ed una rete infrastrutturale pressochè identica.

Come scriveva Fichte nei Discorsi alla nazione tedesca, pronunciati pubblicamente sotto la minaccia dei soldati di Napoleone per le strade di Berlino, è la storia della lingua, non il sangue né il suolo, che fa la differenza.

“Quelli che parlano la stessa lingua sono collegati tra loro da una molteplicità di legami invisibili mediante la semplice natura, ben prima che intervenga l’arte umana; sono capaci d’intendersi sempre più chiaramente, fanno parte di un tutto, e per natura sono Uno, e un unico e inseparabile intero. Essi non possono accogliere in sé e mescolare con sé un popolo di altra lingua e provenienza, senza confondere e disturbare violentemente il regolare procedere della loro formazione. La delimitazione esterna degli insediamenti risulta solo da questo limite interno, tracciato dalla natura spirituale dell’uomo stesso come sua conseguenza e, nella considerazione naturale delle cose, gli uomini che vivono all’interno di determinati monti e fiumi non sono affatto un popolo per questo, bensì al contrario gli uomini vivono insieme e, se così ha deciso la loro fortuna, sono protetti da fiumi e monti, perché essi erano un popolo già da prima, mediante una legge di natura di gran lunga superiore. Così, la nazione tedesca si insediò al centro dell’Europa, sufficientemente unita in se stessa da una lingua e da un modo di pensare comuni”

Anche se il vecchio Fichte non sarebbe troppo d’accordo, un ragionamento affine si può fare per tutte le comunità unite da una lingua in comune, non solo per i tedeschi, che pure in effetti hanno mantenuto inalterata la struttura della loro lingua per più tempo di altri.

E’ a tutti evidente che le lingue cambiano, si modificano, si alterano, ma ci vogliono generazioni per apprezzare un cambio di mentalità o l’uniformità del pensiero. La pretesa di fare un’Europa unita, con un’unica identità, in assenza della lenta nascita di una lingua è solo una pia illusione. Potrebbe accedere solo se l’idea di Europa fosse diversa da quella pensata da Altiero Spinelli ed altri, e cioè solo se l’Europa degli abitanti del continente fosse un impero, nel qual caso una comunità si impone violentemente sulle altre  imponendo la propria lingua, come fu in gran parte per l’impero romano o per quello di Napoleone.

Con tale imposizione però, i ragazzi dell’Europa faranno (e stanno facendo), la fine dei bambini di Federico II.

La conoscete la storia?

Vuole la leggenda che l’imperatore Federico II abbia condotto un singolare esperimento. Comandò che alcuni bambini venissero sottratti alle madri e affidati a balie che però dovevano limitarsi a soddisfare i bisogni primari dei piccoli: nutrirli, dissetarli e lavarli. I bambini dovevano essere toccati il meno possibile, riducendo al minimo le interazioni, e soprattutto non bisognava parlargli. L’imperatore era curioso di sapere quale lingua i piccoli avrebbero parlato da ragazzi. Il risultato dell’esperimento? Secondo la storia tutti i bambini morirono.

Leggenda?

«Eppure, subito dopo la seconda guerra mondiale, gli psicologi John Bowlby e Rene Spitz, per conto delle Nazioni Unite, esplorarono gli orfanatrofi per verificare sul campo gli effetti sui bambini della privazione di “relazione simbiotica”. I piccoli orfani erano magari ben nutriti e curati dal punto di vista igienico ma certamente non ricevevano le stesse attenzioni che le madri riservano ai figli: erano meno stimolati dal punto di vista uditivo, visivo, tattile. Meno amore, meno attenzioni, meno contatto.

Gli psicologi si accorsero che quei bambini dormivano pochissimo, tremavano, non crescevano, piangevano in continuazione, e col trascorrere dei giorni sviluppavano un aspetto sempre più emaciato. Soffrivano cioè di una malattia denominata “marasma”: dei 34 bambini seguiti da vicino dai due ricercatori, 27 morirono entro un anno».

L’insegnamento che se ne trae è molto semplice. Il bisogno della PAROLA materna (madrelingua…) non cessa mai del tutto e dimostra che tutte le potenzialità delle nostre esistenze possono dispiegarsi pienamente solo quando ci sentiamo parte dell’ambiente che ci circonda. Non un corpo estraneo, come sarebbe nel caso di un’Europa germanizzata o francesizzata.

Ecco allora che il fallimento dell’Europa come “patria” si svela in tutta la sua drammaticità. I tedeschi amano gli italiani, ma non li stimano. I francesi non amano nè stimano gli italiani. Gli italiani non amano i tedeschi, ma li stimano (cosa per me del tutto misteriosa). Gli italiani, i francesi non li considerano proprio, e alle francesi preferiscono le slave o le inglesi quando vanno in gita. Per gli italiani, la Spagna è una specie di discoteca (people from ibiza) e viene considerata economicamente inferiore anche se non è più vero da qualche lustro.

E’ molto, ma molto più facile che l’Italia finisca per spaccarsi in macroregioni mediterranee o mitteleruopee, che riconoscersi in una Europa-Marasma che va da Lisbona a Varsavia.

1 Commento

  1. L’Europa. Mah. Condivido l’opinione, o il fatto, che la lingua sia un elemento fondamentale sia nello sviluppo individuale che nel maturare della coesione di un gruppo di persone. Ovviamente come al solito esasperi i concetti per far passare il messaggio e ovviamente va bene. Io, però, sono ancora perplesso per lo spostamento dell’asse delle conversazioni politiche al bar da comunisti vs fasci (non fascisti, attenzione. Già da anni chi voleva riferirsi ai fascisti usava soprattutto il termine “fasci” prendendolo probabilmente dai film di Verdone) a sovranisti – populisti vs europeisti. E la cosa sorprendente è che io, che tra i primi negli anni novanta ho avuto un programma di studi universitari con diversi esami di diritto comunitario, sono laureato con una tesi in diritto del lavoro nei paesi UE, ho fatto Sia l’Erasmus che l’Interrail, proprio io, mi sento più vicino ai sovranisti che agli europeisti. La cosa, però mi indispone. Io non voglio che mi si scaldi la birra parlando di sovranismo ed Europa. Mi rompe le palle. Non sono pronto per quest’epoca. Voglio ancora il sogno europeo. Voglio gli Stati Uniti d’Europa. Voglio l’illusione degli anni ottanta, il pensiero positivo, i colori fluo. Negli anni ottanta li schifavo, ma adesso li voglio.

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