Primo Maggio. Su coraggio

Il motivo per il quale si festeggia il Primo Maggio praticamente in tutto il mondo è noto: festa dei lavoratori voluta fin dal 1889 dagli operai che all’epoca faticavano anche fino a 16 ore al giorno e ne rivendicavano 8 (“8 ore di lavoro, 8 di svago, 8 per dormire”, era lo slogan).

Quel che è meno noto, invece, è il motivo per il quale questa Festa non è mai divenuta una festa storica, ma è sempre stata e rimane una festa di rivendicazioni, di battaglie, di speranza. Insomma, non va confusa con il 2 giugno prossimo venturo, ad esempio, quando si ricorderà un fatto storico portato già a compimento come la nascita della Repubblica. Per molti punti di vista, il Primo Maggio si ricorda un qualcosa di mai avvenuto: l’emancipazione delle classi più povere e per molti aspetti, anche delle classi medie.

In altre parole, se lo standard delle 8 ore lavorative al giorno può dirsi raggiunto in tutto l’Occidente, in quanto a diritti economici, piena occupazione e redditi dignitosi la strada sembra addirittura essersi interrotta.

Dietro ad ogni singola voce della busta paga ci sono dei morti

Sissignori: ferie, cassa malattia, assicurazione pubblica contro gli infortuni, permessi … ogni garanzia presente sul cedolino stipendiale è costata manifestazioni, scioperi, presidi, lacrime e sangue (letteralmente) dei lavoratori e dei sindacalisti che nei decenni scorsi si sono dati davvero da fare, rischiando di brutto, talvolta anche la propria pelle, per portare a casa uno straccio di risultato.

Ciò ha portato molti analisti a dire che semplicemente oggi nessuno è più disposto a fare sacrifici simili. Per la serie: “se i diritti non si esercitano, si perdono”. In casa comunista-socialista e vicinato, per lungo tempo si è aggiunto che la borghesia ha fagogitato il proletariato e che oggi ogni operaio si sente borghese. O, meglio, che gli vien fatto credere di essere borghese.

L’analisi che viene proposta dalla sinistra operaia è condivisibile, ma solo in parte. E’ vero – verissimo – che i valori consumistici, i diritti acquisti dai “padri”, e l’accesso al credito hanno favorito enormemente il reflusso  delle lotte operaie (oggi sarebbe meglio dire: delle lotte dei lavoratori dipendenti). Ma, purtroppo, le colpe di chi oggi lavora per una busta paga non si esauriscono al trito e ritrito tema della coscienza di classe.

Per cogliere l’enormità della portata di questo problema, propongo un esperimento mentale.

Pensate ad un contadino del medioevo, servo della gleba, al quale si rompe una zappa, o l’aratro si stacca dai buoi. Secondo voi, sarebbe stato in grado di riparare quegli oggetti? Egli sapeva, cioè, cosa era avvenuto durante il suo lavoro?

La risposta a queste domande è senz’altro che si, il contadino del medioevo sapeva della zappa e sapeva dell’aratro. Se il nobile padrone delle sue terre fosse morto senza venir sostituito, egli avrebbe in teoria potuto continuare ad arare i campi e raccogliere il grano come se nulla fosse.

Ebbene, si può dire qualcosa di diverso rispetto ad un artigiano, un commerciante, un fittavolo del Settecento francese o americano? No, perchè in pratica è la stessa cosa: un mercante di Parigi o un marinaio di Marsiglia sapevano benissimo cosa stavano facendo. Conoscevano a menadito la tecnologia che stavano usando e, semmai, erano i nobili che non la conoscevano. Quando ci fu la Rivoluzione Francese, i parassiti aristocratici del vecchio Regime furono spazzati via in un’estate. L’estate del 1789. Di loro, nel mondo del lavoro, non c’era affatto bisogno.

Il motivo per il quale i dipendenti di oggi non riescono a spazzar via i padroni, tanto per usare una terminologia a me cara, non consiste solo nel fatto che ne condividono in gran parte i valori, ma anche nel fatto che non riescono a capire e far andare avanti una macchina produttiva complessa senza “i loro ricchi” di riferimento.

Conosco personalmente operai generici che non sanno nemmeno cosa producono. Impiegati che non hanno chiaro in testa il servizio che stanno fornendo e che non sarebbero in grado di ricostruire la catena di produzione di quel determinato servizio di cui loro sono gli anelli.

Il compianto filosofo torinese Costanzo Preve diceva che “gli operai parlano di calcio”, non di filosofia e di politica. Molti altri analisti sempre di matrice comunista affermano che oggi  manca completamente la coscienza di classe. Io a queste pur legittime considerazioni ne aggiungerei una forse più dirimente: ai lavoratori dipendenti manca la conoscenza dei meccanismi produttivi e finanziari data la loro complessità e dinamicità. Qualora fosse davvero compresa non ci sarebbe più bisogno delle differenze di classe, e il Primo Maggio diverrebbe finalmente la celebrazione di un ricordo lontano, come il 4 novembre, il 25 aprile e il 2 giugno.

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