Sempre più costose le pompe ai bordi delle strade

Quando Vladimir Putin disse: “il prezzo corretto del petrolio è sui 70 dollari a barile” si scatenò il putiferio. Il prezzo del petrolio – eravamo all’alba del 2015 – veleggiava sui 30 dollari a barile e molti sostenevano che la benzina di li  poco sarebbe stata regalata dalle pompe ai bordi delle strade. Evidentemente occorre avere una scarsa conoscenza di puttan tour per sostenere una simile teoria. Ma tant’è, sui social ricordo che molti trader parlavano senza vergognarsi di 10 dollari al barile. Alla faccia della lettura dei grafici e del mantra tecnico: “non si fanno previsioni”!!!

Comunque, oggi il prezzo del petrolio (il Brent) si aggira sui 74 dollari al barile, e occupa questo livello di prezzo da un bel po’.  Siccome un prezzo basso del petrolio mette in difficoltà paesi come la Russia, si può anche capire il tifo dei russofobi, ma a tutto c’è un limite. Davvero qualcuno pensava che i membri dell’Opec sarebbero stati  a guardare i loro profitti sprofondare ancora per molto tempo? Diciamocela tutta: ad Occidente “qualcuno” c’ha provato, ma è andata buca. O la Russia e con essa il suo leader Valdimir Putin sprofondavano in fondo ai pozzi col greggio – presumibilmente  in area 27 dollari al barile – oppure il petrolio tornava ai livelli precedenti. Ed è esattamente quello che è successo.

Il successo di Putin si rispecchia pienamente nel prezzo del Brent, che ha recuperato proprio nel 2018, anno della sua rielezione – i vecchi fasti.

Ora la domanda sorge spontanea? Il petrolio proseguirà la sua marcia?

Per non cadere nell’errore del tifo russofobo di cui si parlava poco sopra, guardiamoci il grafico giornaliero:

Allora, noi le previsioni le lasciamo ai maghi. Guardando alla tecnica di trading e tralascindo un’operatività intraday su questa materia prima, fino a ieri l’oil cresceva con forza.

Ad esempio, abbiamo appena visto in formazione i “tre soldati bianchi” (qui sopra sono visibili col colore verde come penultima, terz’ultima e quart’ultima candela), cioè un pattern grafico che

si sviluppa in tre sedute e suggerisce un forte aumento dei prezzi da un mercato al ribasso ad un mercato toro . Il modello si compone di tre candele lunghe in scala, ciascuna che apre al di sopra del giorno precedente. I tre soldati bianchi aiutano a confermare che un mercato orso è terminato e che il “sentiment” del mercato è diventato positivo.

A mio avviso, però, questo pattern è inaffidabile in questa posizione, perchè si è formato in continuità con l’aumento dei prezzi, e non dopo una fase ribassista. Semmai, è bello vedere come abbia tenuto molto bene nei giorni scorsi il supporto formatosi in area 70 dollari e, più recentemente, in area 72. Insomma, anche da un punto di vista grafico, le probabilità di una risalita sul grafico ci sono tutte, e questo nonostante la giornata fortemente interlocutoria di oggi.

Se, invece, l’analisi tecnica (mia o altrui) vi facesse schifo, passiamo a quella fondamentale, lasciando però la parola a Pierre Andurand, uno tra i più noti gestori di hedge funds nel settore petrolifero, che ha rilasciato dichiarazioni sul prezzo del Petrolio strabilianti. Il gestore non esclude infatti una quotazione del barile a ridosso dei 300 dollari (in pochi anni) a seguito della carenza di investimenti nel settore.

“Paradossalmente i timori relativi ad un picco della domanda potrebbero condurci verso lo shock di offerta più grande di sempre: se i prezzi del greggio non dovessero aumentare velocemente, allora un barile a 300 dollari nel giro di pochi anni non è da escludersi a priori.  Un barile a 100 dollari non abbatterà l’economia e noi abbiamo bisogno di un prezzo superiore ai 100 dollari per stimolare in modo significativo gli investimenti al di fuori degli Stati Uniti” (P. Andurand).

1 Commento

  1. Buongiorno,
    30 anni passati nel mondo del petrolio hanno lasciato il segno, anche se ora faccio tutt’altro. Quando, un paio di anni fa il petrolio scese a circa 30 $/bbl avevo ripetutamente scritto, soprattutto sul blog di Rebuffo, che ne giro di 2-3 anni, si sarebbe riportato intorno a 70-80 $/bbl.Allo stesso modo adesso ritengo abbastanza probabile che possa esserci una nuova escursione in territori 100-120 $ al barile.
    Perché? Inizio con il dire che per fare e comprendere questo genere di valutazioni è necessario avere un grafico che mostri un periodo di tempo prolungato, 20 anni almeno. Quello che io ho sempre utilizzato è quello che si trova su yandex.ru (nella home page bisogna cliccare su НЕФТЬ). Osservando quel grafico si vede che il trend pluriennale è quello di una crescita di circa 3 $/anno. Il prezzo di mercato del petrolio, a livello di trend, è infatti dato dal costo marginale di estrazione dell’ultimo barile necessario a soddisfare la domanda. La domanda cresce nel tempo, i pozzi più facili producono di meno, ecco spiegata la crescita nel tempo. Naturalmente i moglioramenti della tecnologia possono fare risparmiare qualche dollaro sui costi di produzione di alcuni pozzi, ma dobbiamo tenere conto che la gran parte della domanda è coperta da petrolio proveniente da pozzi aventi costi di produzione del’ordine dei 3-5 $/bbl, paesi del Golfo, ai 20-25 $/bbl, Russia. I barili marginali costano invece decisamente, e progressivamente, di più. Una breve nota: quando si parla di costo di produzione occorre tenere conto in realtà del costo equivalente. Il petrolio saudita ha ottime rese in prodotti leggeri (benzina e jet fuel) ed è di facile lavorazione. Tutto l’opposto è, per esempio, nel caso di un petrolio pesante venezuelano ad alto contenuto di acidi naftenici, metalli e zolfo. Il Brent, riferimento in Europa, è un grezzo “facile” ad alta resa. Peraltro il Brent ormai in realtà quasi non esiste più.
    Perché allora i picchi in su e in giù? Tensioni politiche a parte, che pure hanno il loro peso, conta il fatto che sviluppare un nuovo giacimento, metterlo in produzione o fermarne la produzione non è cosa che si fa in pochi secondi. Va poi tenuto conto del gioco delle scorte, che si possono ampliare o ridurre. Quindi domanda e offerta si rincorrono in continuazione. Se poi viene sviluppato un grosso giacimento che ha costi di produzione intorno a 35 $, ovviamente mette fuori mercato i produttori a prezzo più alto, almeno temporaneamente fino a che la domanda non sia salita abbastanza. E poi paesi come l’Arabia Saudita che su ogni barile hanno margini enormi, possono decidere di ridurre leggermente la produzione per tenere alto il prezzo, o viceversa di aumentarla per tagliare fuori dal mercato alcuni produttori. In realtà la scelta di estrarre di più per creare difficoltà a qualcuno non è, a mio avviso, molto praticata. Se si osserva il grafico che ho citato prima, si vede che i 2 periodi di depressione sono stati piuttosto brevi, qualche mese, massimo un anno. In realtà chi produce a basso costo ed ha alta capacità produttiva ha più l’interesse ad evitare di massimizzare la produzione. Piuttosto preferirà che la domanda venga soddisfatta da produttori ad alto costo.
    Peraltro quando il prezzo sale troppo rapidamente in su, i consumatori iniziano a valutare fonti energetiche alternative o a tagliare i consumi. Il taglio dei consumi può anche essere determinato da una crisi economico/finanziaria nei paesi consumatori. E’ quello che è successo nel 2008, con il crac Lehman.
    La storia del prezzo del petrolio spiega abbastanza bene il raffreddarsi dei rapporti tra Russia e USA. Per la Russia gli introiti derivanti dalla vendita del petrolio, e del gas il cui prezzo in Europa è legato a quello del petrolio, sono di fondamentale importanza, o almeno lo sono stati fino a non molto tempo fa. Un crollo dei prezzi comporta seri problemi e, in fondo, avere un “nemico esterno” aiuta molto E gli USA sono un nemico perfetto per dei nazionalisti come i russi. Che poi agli americani fa anche comodo un Putin che rimanga forte all’interno e non venga destabilizzato dal malumore popolare; fosse mai che qualche ufficiale dell’Armata Rossa non avendo una Rodina da difendere decidesse di vendere al miglior offerente una testata nucleare.

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