Il Protezionismo fa crescere

A causa di un mainstream prezzolato e in malafede vengono promossi libri che sostengono che l’austerità fa crescere l’economia, mentre passano sotto silenzio dati incontrovertibili sul successo del protezionismo. Si capisce che i primi abbiano uno sfondo comico, ma anche la verità vorrebbe la sua dose di visibilità.

Negli Stati Uniti l’economia di Donald Trump letteralmente vola, portando i dati sulla disoccupazione ai minimi storici e ad un aumento dei salari conseguente alla riforma fiscale, ma è  quel che succede in Russia che meriterebbe le considerazioni più importanti.

Prendendo in esame il dato sull’agricoltura, ad esempio, nessuno ha ancora notato che da quando nel 2014 per rispondere all’embargo economico occidentale, Vladimir Putin ha bloccato l’import di cibo dall’estero, l’agricoltura russa è in boom.

Grazie ai Mondiali di calcio e alla forte attenzione che i media stanno riponendo su questa nazione, i dati stanno venendo pian pianino fuori, e persino Bloomberg, che certamente non possiamo sospettare di russofilia, se n’è uscita con un videoreport sull’argomento.

A cosa si deve il successo dell’agricoltura russa? Pare proprio alle sanzioni, che hanno costretto i russi ad organizzarsi in modo autonomo, gestendo e favorendo meglio l’indotto. Si.. insomma, proteggendosi!

Per qualche tempo, si era anche sostenuto che il successo dell’agricoltura russa fosse dovuto all’intervento delle aziende al di fuori della Russia, ma non coinvolte nelle sanzioni obamiane/merkelliane. Insomma, per qualche tempo si era parlato di una semplice sostituzione di partner commerciali.

Il 7 agosto 2014 la Federazione guidata da Putin ha introdotto l’embargo alimentare sulla produzione italiana e di altri Paesi occidentali. Le lacune della produzione russa sarebbero dunque state compensate dai nuovi fornitori. Emblematico il caso del pesce, dato che a rifornire la Russia ci sono ora una ventina di Paesi, come lo Sri Lanka, l’Iran, la Georgia, le Mauritius e aziende degli Emirati Arabi Uniti.

Questi elementi sono importanti, ma non sufficienti a spiegare il boom di determiante produzioni in Russia.  Mosca ha speso infatti centinaia di miliardi di rubli per finanziare oltre 500 progetti di investimento. La prima, logica conseguenza, è stata un aumento delle produzioni interne e dei consumi.

Per comprendere l’impatto dell’intervento pubblico in economia, significativo è quanto accaduto nel campo agroalimentare in generale, ed in quello delle mele in particolare.

Non potendo più comprare mele dall’Italia, i russi importano ora direttamente i meli, che non sono sanzionati, in modo da fabbricarsi da sé, d’ora in poi, le mele italiane.

Come ha avuto modo di dichiarare il presidente di Confagricoltura Giansanti, l’export agroalimentare (senza calcolare le bevande) verso la Russia è passato da 500 milioni di euro a 370… e dunque, chi ci ha rimesso alla fine?

Si dice che la Russia sia il più grande importatore di mele al mondo, ma lentamente (e irreversibilmente)  si sta dotando del know-how che serve alle coltivazioni richiamando esperti esterni. Basti pensare che la produzione domestica di mele è cresciuta dell’8 percento lo scorso anno.

Insomma, l’arma delle sanzioni contro Putin ricorda tanto il blocco continentale studiato illo tempore da Napoleone contro gli inglesi. Piano che non solo non favorì un’invasione dell’isola, ma che anzi si ritorse contro le disastrate finanze francesi.

Nonostante ciò che scrivono tutti quanti in queste ore, dai quotidiani nazionali ai blog “di mi zia”, le sanzioni contro la Russia non sono state prolungate fino al 2019, perlomeno non nel senso comunemente inteso. Il consiglio dei ministri europei si è infatti espresso relativamente ad un blocco contro la Crimea e Sebastopoli, ma quello riguardante l’intera Russia e sarà oggetto di discussione più avanti. A giudicare da come stanno procedendo alcuni settori dell’economia russa, e lo diciamo senza alcuna ironia, non sarebbe sorprendente se i russi tifassero per la continuazione dell’embargo.

1 Commento

  1. Il buon Robinson Crusoe, costretto al protezionismo di fatto, sicuramente imparò a fare tante cose che prima non sapeva fare e la sua “economia” sicuramente crebbe. Il lavoro non gli mancava di certo. Ma penso che avrebbe sicuramente preferito potere scambiare con altri una parte di ciò che produceva, specializzandosi. Che senso ha che i russi si mettano a coltivar mele se qui in Italia, grazie a una combinazione favorevole di terreno e clima, ne facciamo tante e buone? Lo stesso senso che avrebbe per noi italiani mettersi a fare la vodka quando una qualsiasi casalinga russa sa fare vodka migliore della più premiata distilleria italiana. Ognuno deve fare ciò che è bravo a fare o ciò che gli è consentito dalla natura del luogo in cui abita. E’ attraverso la specializzazione che si cresce e ci si affranca, sempre di più, da lavoro che ci affatica. Nel XVIII e nel XIX secolo non ci stavano gli sportivi professionisti. Ebbene, questi sono lavoratori, spesso molto ben retribuiti, che si divertono pure parecchio a fare ciò che fanno. Lo sport professionale, con tutto l’indotto che gli gira intorno, è un lavoro nato negli ultimi 150 anni. Prima ci si spaccava la schiena nei campi.
    P.S. il caso delle sanzioni alla Russia è politico, questo aspetto non lo tocco

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