Speranza è una parola inventata dai padroni

In queste ore nelle piazze del nordest e sui social di tutta Italia è partito il tifo per il nuovo governo. Seppur con Giovanni Tria – un Brunetta “alto” – al dicastero dell’economia e Paolo Savona relegato al ministero delle intercapedini fognarie, è partito un tifo da stadio che neanche a San Siro. Per la serie, “lasciamoli lavorare”. Ok, ne prendiamo atto, come si diceva una volta. Tuttavia, non posso non confessare ai lettori che se anche alla Presidenza del Consiglio ci fosse arrivato John Maynard Keynes in persona e con lui tutti i migliori collaboratori economici del fronte indipendentista, io non nutrirei alcuna speranza e il tifo non lo farei assolutissimamente.
Pessimismo? Macchè, semmai è proprio l’opposto. Si tratta di un atteggiamento culturale, il mio, piuttosto inconsueto in questo Paese, ma insegnatomi da grandi maestri che erano italiani fino al midollo. Lo so, ad alcuni potranno sembrare solo sfumature, e forse è così, ma ritengo siano sfumature di un certo rilievo.
Ad esempio, non si deve mai, dico mai, sperare nella buona riuscita di un governo. Bisogna ESSERE, il governo. Non si deve mai, e dico mai, esaltare a dismisura la bontà di un provvedimento senza avere il quadro d’insieme; semmai, occorre partecipare alla riuscita di quel provvedimento.
 
«Sperare» è il verbo dei religiosi, dei dogmatici, ma non dei pratici.
 
Le premesse di questo governo per fare bene, sulla carta, non ci sono affatto (tra l’altro): Salvini e Di Maio si sono piegati all’ordine di Mario Draghi di cambiare Savona. Gli economisti no-euro della Lega come Borghi e Bagnai parlano ora di “crescita” come soluzione e non più della moneta unica come di una follia storica senza precedenti. E’ un po’ come se ci stessero sussurrando: “si può crescere anche con l’euro…”. Ma non avevate scritto una tonnellata di libri sostenendo il contrario?
I pentastellati recuperano i soliti vecchi argomenti sintetizzabili nell’espressione “onestà, trallallà”. Ma anche se tutto andrà poi nei migliori dei modi, questo è il momento in cui si partecipa, non quello in cui ci si affida o si augura o si manda avanti qualcun altro. Lo sanno anche i sassi che la Costituzione italiana è rappresentativa, ma il potere non si esercita solo dagli scranni governativi. Come si è fatto in questi anni contro il PD (e siamo noi della controinformazione che lo abbiamo fatto crollare, non certo i partiti che ora sono al governo!) dobbiamo ancora protestare, informare, raccontare e, se costretti, sabotare.
 
“Sono apocalittico. Non ho speranze” così diceva Pier Paolo Pasolini nel 1971 intervistato da Enzo Biagi. “Speranza è una parola borghese”.
Diversi anni dopo, poco prima di morire, Mario Monicelli lo disse alla trasmissione di Santoro in modo ancor più chiaro, senza tanti fronzoli:
“La speranza di cui tanto parlate è una trappola. E’ una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è tipica di quelli che vi dicono state boni, pregate, avrete il vostro riscatto. La vostra ricompensa è nell’aldilà, intanto lasciate fare a noi. Siete dei precari? Bè ma tra 2 o 3 anni vi si sistema. Andate a casa, non protestate. Mai avere speranza – chiudeva il regista Toscano – è una parola infame inventata da chi comanda”.
E come finisce questa storia, Maestro? Chiedeva allora l’intervistatore.
Monicelli rispose come rispondo io a voi che mi leggete ora e a quelli che mi domandano compiaciuti se sono contento del nuovo governo.
 
Non lo so come finisce, mi piacerebbe che finisse con ciò che in Italia non c’è mai stato: una bella Rivoluzione! La rivoluzione fa davvero cambiare le cose, e c’è stata in Francia, in Inghilterra, in America. Ci vuole dunque qualcosa che riscatti questo popolo che è sempre stato sottomesso. Un popolo che da alcuni secoli è schiavo di tutti. Se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice. E’ doloroso. Esige anche dei sacrifici.
In caso contrario … che vada alla malora.

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