Sun Tzu contro Clausewitz, dagli Urali a New York

In molti chiedono consigli sulle strategie da applicare al quotidiano: risparmi, seduzione, persino come eludere il fisco. E’ una moda legata alla diffusione della programmazione neurolinguistica (la PNL) ed alla fiorente manualistica dedicata all’applicazione di tecniche per il conseguimento dei risultati. E’ il capitalismo bellezza, come recita la battuta finale di A love story.

Rattrista osservare però che chi richiede un foglietto d’istruzioni per sfangarla nella vita non tenga in grande considerazione la base da cui tutte le analisi strategiche sono partite, e cioè la guerra. Se i cacciatori di consigli, strategie e tattiche varie accompagnassero una sana lettura di Von Clausewitz e di Sun Tzu a quella dei “36 stratagemmi per farsi il bidet”, forse per loro la prospettiva cambierebbe, e di parecchio. Non dimentichiamoci mai che la parola strategia deriva dal greco strategos che significa “generale” o capo militare, ed era una carica conferita alle più alte sfere marziali nelle poleis e poi nel mondo bizantino. Insomma, la strategia e le analisi fatte sul tema vengono da là. Ovviamente, tutto cambia in continuazione e si perfeziona, ma è stupefacente notare come la storia aiuti alla conoscenza della strategia molto più di un libercolo zen per imparare a conquistare le donne. E non mi riferisco solo a Giulio Cesare, alle battaglie napoleoniche e alle operazioni sotto falsa bandiera di Henry Kissinger, ma anche alle vicende di storia contemporanea, quelle di questi giorni.

Di norma, quando si parla di strategia, si contrappone l’opera Von Kriege del generale prussiano Clausewitz alla millenaria riflessione dello stratega cinese Sun Tzu, l’Arte della Guerra.  E’ del tutto ovvio che le due letture devono integrarsi e che sotto molti aspetti dicano cose identiche, ma i seguaci successivi a Sun Tzu e Clausewitz mica sempre lo sanno, e finiscono per comportarsi come un tifoso qualsiasi. Più spesso, non colgono che è il contesto storico a far prevalere le teorie ora dell’uno, ora dell’altro.

Il ritorno ad una prospettiva politica multipolare America vs Russia, Occidente vs Eurasia, Cina vs il Resto del Mondo ripropone ancora una volta il tema Sun Tzu contro Clausewitz, pur con tutti i necessari distinguo.

Gli ultimi fatti di guerra (perché siamo in guerra eh? Sia chiaro) suggeriscono lezioni preziose sui temi succitati della seduzione, arricchimento, educazione e formazione.

E la prima lezione è che la linea strategica di Sun Tzu nell’odierna situazione geopolitica sta vincendo: Ucraina, Siria, Corea del Nord, Europa che si sta spaccando… chi a fronte di vicende così complessse ha seguito i dettami di Sun Tzu e chi, invece, ha preferito Clausewitz. Soprattutto, tagliando un po’ il giudizio con l’accetta, qual è la differenza culturale, quasi antopologica, tra le due dottrine?

Le teorie del prussiano sono logiche e assolute. Egli è figlio (involontario) dell’illuminismo europeo del Settecento e pensa ad attaccare il nemico in battaglia come una lotta tra duellanti. La vittoria dell’uno comporta l’annichilimento dell’altro anche se, come si evince chiaramente dal testo Von kriege, Clausewitz conosceva Sun Tzu e tendeva ad inglobarne gli assunti di base.  Rispetto all’epoca di Clausewitz, tuttavia, la guerra ha assunto toni più meschini e sottili, e alla fierezza del duellante si è sostituita la codardia dell’economista. Nel mondo attuale, per annientare il nemico occorre prima soggiogarlo. E per soggiogarlo si utilizza la menzogna, il voltafaccia, il gioco diplomatico, l’opinione pubblica (che non esisteva ai tempi di Clausewitz).

Per dirla diversamente, a far prevalere oggi la strategia di Sun Tzu su quella di Clausewitz è l’ATTESA. Prendere tempo, fingere disinteresse verso l’attacco nemico, rispondere con una diplomazia di circostanza, lavorare sul consenso o mancato consenso. Poi, quando il momento è propizio, attaccare velocemente impedendo al nemico qulasiasi reazione. L’immagine che meglio ci può aiutare per capire la strategia di Sun Tzu è quella del gatto in procinto di attaccare le sue prede. I felini, infatti, possono rimanere accovacciati per un’infinità di tempo prima di scagliarsi sulla vittima, e non si fanno nessun problema ad abbandonare il campo in caso di situazione razionalmente sfavorevole. La modalità “Clausewitz”, invece, ricorda più quella dei cervi che si prendono a cornate anche fino alla morte di uno dei duellanti, per ottenere l’accoppiamento con la compagna; o quella degli squali che si muovo in branchi verso la preda.

Prendiamo il caso degli Stati Uniti. Cosa hanno fatto gli americani per uscire dalla crisi? Sono stati costretti a cercare una soluzione all’estero, nella migliore tradizione imperialistica. Potevano cercare l’indotto, l’ottimizzazione delle strutture interne, la redistribuzione? No! La guerra, per il capitalismo, non è un’opzione, è una necessità, e su questo assunto di base il blocco occidentale che si stringe attorno all’America è rimasto fedele alla teoria di Clausewitz di una guerra duratura (enduring…). Assoluta. Infinita. Spietata.

Con Clausewitz gli Stati Uniti hanno fatto uscire dalla crisi le loro multinazionali, ma senza distribuire ricchezza alla classe media, che infatti ha cambiato registro politico facendo ora un tentativo con il protezionista Trump. Ma i danni causati in giro per il mondo dopo la sfuriata dei “cervi” americani non ha scosso alle fondamenta l’edificio dei nuovi avversari, che non sono proprio per niente i libici, i siriani, gli iraniani, ma molto semplicemente, i russi e i cinesi.

I russi ed i cinesi si stanno riprendendo tutto con gli interessi grazie a Sun Tzu, per il quale la suprema arte della guerra sta nel soggiogare il nemico senza combattere. Ed infatti, gli interventi militari russi e cinesi sono avvenuti quasi in sordina, come quella volta che Putin si prese la Crimea inviando miliziani senza stemmi identificativi a presidiare il referendum che avrebbe poi rimosso gli ucraini dalla penisola. Tutti in occidente pensavano di aver fregato Putin facendogli perdere l’amicizia con Kiev, e nel frattempo la Russia si allargava sul Mar Nero. Per non parlare della Siria, fino a ieri l’altro colonia anglofrancese e oggi in larga parte indipendente e protetta dall’aviazione russa.

Il capolavoro, però, lo hanno fatto i cinesi, che non a caso a Sun Tzu diedero i natali. Chi pensa che dietro alla Corea del Nord ci sia Kim Jong Un ha seri problemi di comprendonio! Ad attenzionare Pyongyang sono i cinesi, e la sconfitta di Kim avrebbe significato un pesante ridimensionamento dei cinesi a casa loro. La partita era enorme, ma la Terra di Mezzo non ha cinguettato minacce su Twitter, non ha schierato la truppa. Non ha erogato sanzioni. Ma ha sovvenzionato chi doveva sovvenzionare, e si è comprata mezzo continente Africano. I russi hanno fatto la loro parte, disturbando proprio là dove la Nato era più debole, e cioè in medioriente.

I risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti: dopo le minacce di invasione e di bombardamenti “definitivi”, il biondo che fa impazzire il mondo, alias Donald Trump, si è recato a Singapore… che guardacaso si trova in Asia e non in nordamerica, ed ha stretto la mano al dittatore fino a ieri definito pazzo. Una vittoria chiara, senza equivoci, anche simbolica, di chi ha saputo aspettare come un gatto dietro il cespuglio.

Di seguito, per chi fosse interessato all’approfondimento di questo tema, allego un estratto dal mio libro «Putin e la Filosofia» che aiuta a comprendere i differenti orizzonti culturali tra seguaci di Clausewitz e quelli dell’arte della Guerra.

A partire dalla rivoluzione scientifica, che di solito si fa iniziare con Galilei, la civiltà europea ha sviluppato con continuità il concetto di “modellizzazione”. I più importanti filosofi dell’età moderna, oltre a Galilei, Keplero, Bacone, Cartesio, avevano tutti l’ossessione per l’individuazione di un metodo di riferimento, e i titoli delle loro opere maggiori – come il Novum Organum o il Discorso sul Metodo – lo stanno a testimoniare. Sulla scorta di questa eredità, noi europei siamo abituati a pensare che per essere efficaci in qualsiasi campo sia necessario avere prima in mente un piano e poi trovare i mezzi più adeguati per metterlo in pratica. In Occidente, insomma, un modello è imprescindibile, e durante la rivoluzione scientifica esso si è basato sulla matematizzazione e sulla fisica. Questo approccio è stato molto fecondo, tant’è vero che la Cina, superiore all’Occidente in quanto a tecnologie almeno fino al 1500, perse poi il primato, ed il sorpasso europeo fu dovuto all’elaborazione teorica di uomini come Galilei.

Non si tratta dunque di mettere in discussione la bontà di quanto individuato dai filosofi occidentali, ma di vedere se il metodo ed il modello abbiano altri campi d’applicazione oltre a quello tecnico-scientifico. Inoltre, studiando il pensiero asiatico, si può guardare a quello occidentale con un distacco che sarebbe altrimenti impossibile rimanendo immersi nei concetti filosofici tradizionali. Pescando in Oriente, cioè “dall’altra parte del fiume”, il nostro “impensato” può venire a galla e fornirci nuove chiavi interpretative di comprensione del reale.

 

La miglior elaborazione di questa problematica viene offerta dal filosofo francese Francois Jullien, che ha dedicato tutte le sue opere recenti al confronto Occidente-Oriente. Secondo Jullien, però, la questione si deve analizzare da molto prima della Rivoluzione Scientifica europea. Già i greci, infatti, concepivano l’azione nel concetto di modellizzazione ideale (l’eidos di Platone). Fin dai tempi di Omero, dapprima c’è l’intenzione di raggiungere un obiettivo, poi si costruisce un modello ideale, una forma paradigmatica che configuri un obiettivo, e poi si passa all’azione, intesa come applicazione al mondo di quel modello. Questo schema è arrivato fino ai giorni nostri. In epoca più recente, ad esempio, Hitler voleva conquistare l’Inghilterra (intenzione); per farlo occorreva occupare l’isola e portare l’opinione pubblica inglese allo stremo delle forze fiaccandone la morale (modello). Durante la battaglia d’Inghilterra i cittadini di Londra vennero bombardati per 76 giorni di seguito dalla Luftwaffe (metodo d’applicazione del modello). In questo esempio, Hitler non conseguì lo scopo prefissato, ma nel corso della storia sono stati numerosi gli obiettivi pianificati secondo questa logica e poi raggiunti, e si pensi, su tutti, al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. Tuttavia, questa impostazione archetipa risulta di gran lunga inadeguata (o meno efficace) rispetto a quella proposta da Sun Tzu nell’Arte della Guerra. Jullien ha individuato la grande differenza tra il pensiero occidentale e quello cinese nella teoria dell’agire, e la conclusione che ne ha tratto è che il modo occidentale di concepire l’azione non è particolarmente efficace nella gestione dei conflitti. L’uso dei modelli di matrice europea non sembra affatto adeguato alla strategia militare.

Il più importante studioso di strategie in Occidente è stato sicuramente il generale prussiano Carl Von Clausewitz, autore degli otto libri Della Guerra, pubblicati incompleti dopo la sua morte e le cui implicazioni filosofiche sono universalmente note. Nell’analisi della guerra come fenomeno di risoluzione dei contrasti, a Clausewitz si deve la focalizzazione del problema dell’attrito. Qual è la differenza, si chiedeva lo stratega, tra un esercito vincitore ed uno sconfitto? In guerra occorre colpire il nemico con il massimo della forza, utilizzando subito tutta l’energia possibile e cercando in tempi rapidi la vittoria finale. Poiché il nemico desidera la stessa identica cosa, ogni indecisione, ogni moralismo, ogni ritardo, danneggerà la nostra azione e favorirà gli avversari. Per Clausewitz la guerra tende all’estremo assoluto: non è una maratona con i suoi dosaggi di fiato, non assomiglia ad una partita di calcio con le sue geometrie balistiche; semmai, è come lo sprint sui 100 metri. Sui campi di battaglia, però, le cose non vanno mai esattamente come il generale le aveva pianificate e lo svolgimento dell’azione bellica è graduato. Ciò accade perché la guerra non è come la matematica o la fisica, ma è un “sapere umanistico”, in quanto i fattori che entrano in gioco variano enormemente ed in modo imprevedibile: a rovinare il piano di battaglia ci sono la fame e la sete, il temperamento dei popoli, il raffreddore di un tenente, un cambio di alleanze, le disponibilità economiche, le condizioni metereologiche: tutto questo e molto altro ancora spingono la guerra sempre lontano dall’assoluto e pongono limiti costanti agli strateghi.

L’attrito è dunque come la precaria e casuale posizione assunta dalle foglie appena cadute da un albero, è l’irrazionalità che si insinua nei movimenti di grandi masse di uomini e nella linea di comando, rendendo sovente vani i migliori piani militari. La sua individuazione teorica è sicuramente un grande merito di Clausewitz e forse la parte più significativa della sua analisi complessiva. Lo stratega prussiano era consapevole dell’inevitabile scarto tra “guerra ideale” pianificata e “guerra reale”, ma la soluzione che propose rimane ancora basata sul modello occidentale. Per Clausewitz lo stratega ideale è un bravo tecnico che conosce a menadito tutte le tattiche, ma anche, paradossalmente, un genio ardimentoso capace di stravolgere quanto stabilito a tavolino nel caso l’attrito conduca le sorti della guerra dalle parti non previste.

Nel pensiero cinese, invece, l’efficacia nei conflitti coincide con l’assenza dell’attrito o con la sua massima limitazione. Affinché ciò avvenga è necessario che la situazione, qualsiasi essa sia, venga piegata a proprio vantaggio e preferibilmente “senza sforzo”. Clausewitz rimane fedele all’impianto occidentale per il quale ci sono dei fini e ci sono dei mezzi; per lui, il mondo è un immenso campo di battaglia che ha bisogno di eroi per raggiungere i fini più elevati, e che non a caso è stato raccontato attraverso l’epica e l’epopea, forme letterarie quasi del tutto assenti in Cina. Persino nel linguaggio, il cinese tradizionale non contemplava la parola “fine”, e per introdurla si è dovuti ricorrere all’unione di termini come “occhio” e “bersaglio”. L’eroe occidentale è coraggioso e il suo ardimento è determinato da caratteristiche personali, magari oggetto di addestramento. Nel caso di Sun Tzu, l’ardimento ed il coraggio non dipendono dal singolo, ma dalla situazione in cui viene messa la truppa. Nella cultura cinese un’azione è efficace quando non anticipa la situazione idealizzando un obiettivo, ma si limita ad esaminare lo stato dei fatti per comprendere quale sia la loro propensione cercando di trarne il massimo vantaggio. Nel caso recente della globalizzazione economica, ad esempio, i cinesi si sono comportati come la loro cultura suggeriva, cioè senza proporre alcuna teoria economica risolutiva. Gli asiatici emigrati non hanno predisposto colonizzazioni, né sono partiti con l’idea di iniziare attività commerciali prestabilite. Sono arrivati in Occidente silenziosamente, conquistando mercati e produzioni senza che neppure ce ne accorgessimo, con discrezione, occupando gli spazi lasciati vuoti dal nostro mercato al dettaglio e dalle nostre manifatture. I cinesi non hanno cercato alcuna visibilità politica, non hanno preteso di partecipare al voto e non hanno rivendicato diritti sociali o civili. Semplicemente, sottovoce, gli imprenditori e gli immigrati cinesi si sono comportati come sulla scacchiera del Go, il loro gioco più rappresentativo, occupando ogni spazio scoperto seguendo le tre direttrici dell’arte della guerra: situazione, configurazione e territorio.

 

Se in Cina la matematica non è stata utilizzata come un linguaggio per leggere i segreti dell’Universo, come esortava a fare da noi Galileo Galilei e in Oriente non si fece ricorso alla “fecondità del modello” per dominare la Natura e piegarla al benessere dell’uomo, come predicava l’inglese Francesco Bacone, in Russia tutto ciò è avvenuto parzialmente.

Il pensiero di Putin sembra collocarsi giusto al centro di questo incrocio della storia. Il riconoscimento di una identità europea russa che fa capo al pensiero greco, all’ortodossia e ad Hegel non esclude l’agire efficace e la strategia di stampo orientale insegnata da Sun Tzu. Nel conflitto il motto “chi colpisce per primo colpisce due volte” (che lo stesso Putin ha citato ricordando la sua turbolente adolescenza a Leningrado) non è efficace come la preventiva occupazione del territorio, la movimentazione logistica, le alleanze, il consenso interno ed esterno e le relazioni diplomatiche. I romani dell’Impero, ad esempio, conquistarono il mondo perché sapevano costruire le infrastrutture, in particolare le strade, mentre i nazisti, secoli dopo, furono sconfitti anche perché attaccarono per primi creando le condizioni di un pesante dissenso internazionale. Con i tanti avversari della Russia Putin ha applicato finora la sottile arte del gioco del Go, provvedendo a scongiurare il pericolo più con il posizionamento che con l’animoso scontro frontale. Mentre la Nato la spunta in Libia, o in Ucraina, ad esempio, Putin stringe alleanza con la Cina, paese che vale cento volte tanto sullo scacchiere internazionale. La sua tattica è talmente simile al gioco del Go che se ne accorse persino il più illuminato degli strateghi americani, al secolo Henry Kissinger. Pur discutibile sotto il profilo etico, sotto quello politico con Kissinger ci troviamo di fronte ad un gigante della Storia. A lungo contestato per il ruolo che ebbe nei bombardamenti della Cambogia (1970), o nel golpe contro Salvador Allende in Cile (1973), oggi il suo staff gestisce un ufficio a Manhattan che offre consulenza a pagamento agli Stati in materia di geopolitica. La Kissinger Associates si trova al 350 di Park Avenue e nasconde più segreti di Cia e KGB messi assieme. Il suo fondatore, dopo la collaborazione con diversi presidenti americani e la consulenza con la Cia, da diverso tempo ha dato alle stampe un ciclo di saggi politici incentrati sul nuovo ruolo mondiale ricoperto dall’Asia. Di tutti questi libri, quello che si impone per pregnanza di significati è quello sulla Cina, alla cui apertura americana Kissinger diede il contributo fondamentale negli anni Settanta. Come scrive il giornalista Federico Rampini, “per Kissinger la dimensione dello studioso è sempre stata essenziale. È uno strumento per sovrastare i suoi interlocutori – inclusi otto presidenti degli Stati Uniti – con una “potenza di fuoco” intellettuale soverchiante”. Ancor oggi, pur avendo superato i 93 anni d’età, egli è considerato l’eminenza grigia dell’establishment americano, in grado di influenzare le scelte geopolitiche trasversalmente ai partiti democratico e repubblicano. Dopo gli anni memorabili a fianco di Nixon e Ford come Segretario di Stato, il capolavoro strategico di Kissinger è considerato da tutti il dialogo-alleanza con la Cina comunista di Mao. A Pechino, tre generazioni di leader da Deng Xiaoping a Jiang Zemin a Hu Jintao hanno continuato a ricevere Kissinger come un “plenipotenziario ombra” e con ogni probabilità ancora oggi i politici americani si avvalgono della sua consulenza nelle relazioni con la Cina. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, la Cina temeva di essere accerchiata da Unione Sovietica, India e Giappone o di poter essere danneggiata da un condominio sovietico-statunitense. Kissinger colse il momento per una mossa tattica vincente e approfittò dello scisma comunista tra Pechino e Mosca per alterare i rapporti di forze nella Guerra fredda.

Oggi Putin cerca di rovesciare addosso agli States la stessa strategia, ma con un vantaggio ulteriore e difficile da compensare per Washington: Cina e Russia confinano territorialmente ed hanno diversi elementi in comune, soprattutto di comprensione culturale, che l’America non può percepire per limiti storici e preparazione intellettuale. Sono quegli stessi limiti che tengono ancora lontano il mondo russo dalla sfera di cultura americana. L’avvicinamento del Cremlino alla Cina sancisce un ritorno di Sun Tzu a casa propria, unisce pratica con grammatica. Nello stringere una forte alleanza con la Cina, Putin sta portando a compimento per la Russia quello che Henry Kissinger aveva abbozzato per l’America: un patto solidale con la Cina, la nazione che con il suo miliardo e quattrocento milioni di abitanti si appresta a divenire la prima potenza del mondo. Il governo cinese sta organizzando un mercato interno e l’esercito potrà raggiungere il livello dei concorrenti in quanto a tecnologia ed efficacia nel giro di qualche anno. L’interlocutore che meglio potrà realizzare tutto questo e che si è proposto di farlo velocizzando i tempi è Vladimir Putin.

 

“Nella loro lunga storia secolare, le relazioni russo-cinesi non sono mai state così buone”, ha affermato il Presidente russo all’indomani dell’elezione del suo omologo cinese Xi Jin Ping e il neoeletto ha avuto più volte modo di confermarlo sottolineando che la Russia rimane l’interlocutore privilegiato anche nell’alveo dei rapporti di forza con gli Stati Uniti. Oltre all’affinità ideologica dovuta ai trascorsi giovanili dei due protagonisti all’interno della sfera di formazione comunista, negli ultimi anni gli scambi con la Russia sono raddoppiati, la Cina è di gran lunga il primo partner commerciale e gli investimenti sono in crescita, soprattutto per la costruzione di oleodotti e gasdotti verso l’energivoro Regno di Mezzo.

D’altro canto, è evidente che le due potenze si completano alla perfezione: la Russia esporta le materie prime di cui abbonda (energia, minerali, legname); la Cina compensa con i suoi manufatti (beni di consumo, prodotti alimentari e farmaceutici). Esiste, inoltre, una comunanza di interessi che valica l’aspetto prettamente economico ed ha a che fare con la visione del mondo. Attiene alle differenze dei due Paesi rispetto ai valori occidentali, in gran parte già individuate finora in questo libro. Il popolo russo tramite Putin sta esprimendo un’altra weltanshauung rispetto alla nostra perché può tener conto dell’elemento orientale. Forse per la prima volta nella storia dell’umanità la civiltà occidentale, ma stavolta rappresentata dai russi e non dagli anglosassoni o dai latini, trova una sinergia con il pianeta orientale, composto da miliardi di uomini e donne. E’ un fatto epocale, di quelli che possono stravolgere il destino del mondo e paragonabile solo alle scoperte geografiche del Quattro-Cinquecento. Mai era successo che le due civiltà si ‘parlassero’ davvero e Putin sta comprendendo e favorendo questo processo. Non è infatti più possibile che gli occidentali continuino a dominare il mondo nell’epoca dell’informatizzazione e del consumo di massa poiché solo in Cina, tralasciando quindi paesi limitrofi ed enormi come India e Pakistan, vive il quintuplo degli americani. Impossibile peraltro affrontare l’Asia in uno scontro armato, sarebbe come cercare di far esplodere il Sole. Semmai, occorre capire chi ha di fronte l’Occidente e il contrasto, positivo, tra la nostra modellizzazione tecnico-scientifica e la configurazione situazionista cinese ci aiutano non poco in questo percorso di conoscenza.

Il sogno americano sta mutando nel suo opposto e Putin sembra essere l’uomo che realizzerà ‘l’incubo di Kissinger’. In questa impresa geopolitica, se fosse solo per gli accordi recenti, Putin non sarebbe diverso da un abile diplomatico. Ma quali diavolerie sta escogitando per abbracciare l’Asia, staccandola dal legame con gli Stati Uniti e rovinando così il capolavoro intuitivo di Kissinger? Limitiamoci a registrare alcuni dati di fatto. L’ex segretario di Stato americano ama e studia la filosofia e ha dialogato appassionatamente con i grandi pensatori contemporanei del Regno di Mezzo, come Zhou Enlai; apprezza il gioco del Go come sintesi di una cultura e cita Sun Tzu di frequente nei suoi libri. Kissinger ama la storia e conosce molto bene il passato del mondo. Da questo punto di vista, gode di studi e di interessi che non sono in larga parte condivisi dai suoi connazionali. Egli è un americano atipico perché gli americani, intellettuali compresi, amano per lo più le tecnologie e, se molto dotti, si curano più di scienza o di letteratura contemporanea che di filosofia o di storia. Vladimir Putin, invece, non è affatto un russo atipico.

 

Seguendo una traccia che si usa far risalire alle hegeliane Lezioni di Filosofia della Storia, ad Oriente non nasce solo la stella del Sole fisico che tramonta ad Occidente, ma anche il “sole interiore dell’autocoscienza”. La filosofia compirebbe un percorso analogo che è iniziato ad est e si sta portando ad ovest. Nato in Oriente, il pensiero umano si è poi sviluppato profondamente in Grecia soffermandosi a lungo in Italia con i filosofi cristiani durante il Medioevo e con gli scienziati nel periodo rinascimentale, per raggiungere la Germania di Kant, Hegel e Heidegger, ma sbarcando in Gran Bretagna e in America con le filosofie pragmatiche e analitiche. Volendo dare un po’ di credito al movimento sferico e circolare del pensiero filosofico in viaggio per il pianeta – e contro allo stesso Hegel, che riteneva l’Occidente la sintesi finale del percorso – sembra che l’andare lontano del pensiero consenta in realtà un ritorno a casa, ma arricchito e potenziato dal tragitto intrapreso. In questo ipotetico e fantasioso giro del mondo in 2500 anni di filosofia e capace di collegare le civiltà, la Russia di Vladimir Putin potrebbe rappresentare l’unico traghetto ancora disponibile.

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