Il Donbass che non si arrende aveva visto lungo. Guardate in Lettonia…

Minoranze di qua, minoranze di là; eppoi, quando si tratta di andare sul concreto, tutti a “fare finta dei fighi”, come si dice in Veneto. Sulla tutela delle minoranze linguistiche sono tutti sempre pronti ad allargare la bocca sparlandone, pur sapendo poco o nulla di ciò che accade in giro per il mondo. In questi giorni, in Lettonia, è stata presa la decisione di ridurre al lumicino la lingua russa dalle scuole, che finora impegnava il 40 per cento delle ore scolastiche. Una decisione che  spiega la lungimiranza dei partigiani del Donbass, che combattono contro il governo nazista in Ucraina nella convinzione che un’eventuale affermazione degli ucraini nazionalisti porterà alla scomparsa della cultura e della lingua russa nella loro regione.

Ciò che fa veramente schifo (non mi viene in mente nessun termine più adatto di questo) è sentire i ragionamenti cervellotici su Crimea, Donbass e Donetsck da parte di chi odia la Russia, e del capo del Cremlino Putin ha una conoscenza degna della Settimana Enigmistica. La lingua e la cultura russa sono molto diffuse all’est. Non sono pochi gli albanesi o i serbi che conoscono il russo, perchè l’hanno studiato a scuola, e molti cittadini di nazioni come Lettonia, Estonia e Lituania si presentano come russi, consapevoli del forte valore identitario che questo comporta. Un po’ come esistono i tedeschi della Svizzera, insomma, o quelli del sudtirolo italiano (l’espressione “tetesco di Cermania”, da dove credete che venga?).

Bisogna che ce la mettiamo via una volta per tutte: dentro le nazioni esistono minoranze linguistiche localizzate da secoli e che vanno tutelate. In Italia ne abbiamo un fulgido esempio con l’Alto Adige, dove nemmeno puoi insegnare a scuola se non dimostri di conoscere il tedesco.  Quei territori sono talmente tutelati dalla Repubblica che godono di considerevoli vantaggi fiscali, oltre che di tutela linguistica.

Cosa cambia tra un lituano di cultura russa ed un italiano di cultura tedesca? Cosa cambia tra un lettone russofono ed un ticinese italofono? Che la cultura e la lingua dei secondi sono tutelate, mentre quelle dei primi sempre di meno. E’ anche guardando i fatti da questa angolazione che si spiegano le forte tensioni internazionali che caratterizzano oggi l’est del mondo. Durante il plurisecolare impero zarista ed i 70 anni di Unione Sovietica i russi sono stati “spintaneamente” indotti a muoversi sul territorio eurasiatico per motivi di lavoro, o di strategia governativa. Si trattò per il mondo orientale di una sorta di anticipazione della globalizzazione, con tutti i danni che la globalizzazione comporta. Questo fenomeno ha creato gli oblast, ad esempio, e cioè divisioni amministrative nel contesto geografico slavo.

Ecco allora che può capitare (ed a me è capitato spesso) di conoscere signori o signore che vivono in Italia e che si prensentano in società come russi (e che tutti riconoscono come russi), tranne poi scoprire, magari dopo anni, che in realtà sono cittadini della  Transnistria (ai confini con la Moldavia), dell’Estonia, della Lettonia, dell’Ucraina o della Lituania.

In Crimea ad esempio, che alcuni fessi in malafede pensano sia Ucraina, oltre il 90 per cento degli abitanti è russofono, e questo spiega bene il perchè del successo del referendum che le ha consentito di staccarsi dallo Stato ucraino durante il periodo caldo della rivoluzione colorata.

Cosa succede però OGGI, in quei territori ove i russi sono minoranza? Accade che si tenta di screditare e svalutare la cultura russa, creando ad arte una situazione critica con Mosca, e alimentando l’inimicizia tra paesi confinanti a tutto vantaggio del sistema Nato.

La notizia è stata ripresa persino da Euronews secondo la quale a partire dal settembre 2019, nel sistema scolastico della Lettonia l’insegnamento in lingua russa sarà ridotto all’osso.

“Un mossa che ha fatto infuriare la minoranza russofona locale – sostiene Euronews – che rappresenta circa un quarto della popolazione e negli ultimi mesi è scesa sempre più spesso in piazza a manifestare”

Ai primi di giugno, il Presidente Putin ha portato la questione di fronte all’Unione Europea, mentre l’inviato Osce Alexander Lukashevich ha denunciato la riforma come un tentativo di assimilazione forzata.

Dopo la disgregazione dell’Urss,  la Lettonia si è sempre definita in chiave nazionale e la minoranza russofona è stata, al più, tollerata, ma certo non a livello di comunità co-fondativa. Idem con patate accadrà ai tanti russi che vivono in Ucraina e che fanno benissimo a ribellarsi ed a combattere casa per casa, per non estinguersi. In questi giorni, a Pavia, è iniziato il processo a Vitaliy Mirkov, un italoucraino accusato di aver assasinato il fotoreporter Andrea Rocchelli, reo di aver indagato sui danni di guerra degli ucraini ai danni della popolazione civile in Donbass.

3 Commenti

  1. Mi dispiace ma omologare un cittadino della Lettonia di lingua e cultura russa con un altoatesino di lingua tedesca è operazione quantomeno ardita. L’altoatesino di lingua tedesca è cittadino italiano in quanto l’Italia è paese “invasore” di un territorio da sempre di lingua e cultura tedesca. Il russo di Lettonia è ciò che rimane di una russificazione forzata post-invasione. E siccome la russificazione forzata venne portata avanti con metodi che fecero considerare ai lettoni Hitler come un liberatore, e ce ne vuole proprio, beh che non corra buon sangue è il minimo.
    Che poi l’Ucraina sia altra storia è pure vero, ma in quel caso la responsabilità è pur sempre russa, avendo creato una divisione che ai tempi dell’URSS era più che altro amministrativa mescolando terre di cultura russa con altre di cultura polacca o addirittura austriaca.
    Ciò che mi ha sempre meravigliato dei russi, dopo aver girato quel paese per 10 anni in lungo e largo, è che loro, popolo anarchico e godereccio per eccellenza (noi italiani al confronto siamo dei dilettanti), accettino, subiscano, acclamino, governi autoritari che li fanno odiare da tutti i vicini

    • Che poi a proposito della natura anarchica e godereccia dei russi, riporto un aneddoto (o forse verità storica) che mi venne raccontato da un collega turkmeno con fratelli sparsi tra Minsk, Mosca e Vladivostok. Furono due le ragioni per cui i russi odiarono Gorbaciov quando era al potere.
      Il primo fu che alzò mil prezzo della vodka. Il secondo fu che diede ordine al personale della sorveglianza di chiudere a chiave le porte delle stanze in tutti gli uffici e fabbriche durante la pausa pranzo. Come in tutti i paesi comunisti, ci sta un divertente episodio raccontato da Terzani in uno dei suoi libri avvenuto quando viveva in Cina, and in Unione Sovietica la pausa pranzo era sacra. Durante l’epoca di Breznev i cittadini avevano seguito l’esempio del loro capo, noto mandrillo che ha sparso figli in ogni dove, per santificare la pausa pranzo con incontri più o meno clandestini. La direttiva dio Gorbaciov diede sicuramente più tempo per digerire il pasto, ma eliminò la parte più divertente della giornata.

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