Il sacco di Parigi

Sono tempi molto duri per i globalisti e gli immigrazionisti. Direi che non gliene va bene una. Dichiarano a nove colonne il successo della Francia Multietnica che vince a calcio, scrivono twitter orgasmici sull’argomento, ed ecco che subito Parigi, Lione e altre città francesi vengono devastate da bande di francesi di origine nordafricana e subsahariana.

Le ipotesi per cui fanno ciò sono molteplici. “Ma come! Hanno vinto anche grazie ai loro beniamini calciatori di colore, e adesso spaccano tutto?”. Questa è una domanda ricorrente sui social, e tutti giù a testa basta a proporre analisi socioplitiche. “Si annoiano”, dice qualcuno. “Sfogano la rabbia repressa e profittano di una vittoria che ritengono essere tutta loro, grazie al contributo etnico”, puntualizzano altri. “Sono solo vandali e ignoranti”, sentenzia qualcun altro ancora. I più generosi con i devastatori dicono che  sono scesi in piazza per riappropiarsi della loro vittoria contro la Francia che vedono come un nemico, con la rabbia caratteristica di chi si sente oppresso da un mondo non suo.

Pochi, però, sono quelli che si prendono la briga di vedersi i filmati e di leggersi i resoconti.

Ciò che accomuna la gran parte degli atti vandalici è il saccheggio, cioè il furto.

Credo che questo sia l’elemento davvero emblematico e da sottolineare per capire il fenomeno, ma anche per bocciare senza possibilità d’appello le pretese mediatiche dell’Europa multietnica. Lasciamo per un attimo stare di chi sono le colpe – anche se mi pare evidente che la colonizzazione abbia fatto i danni maggiori – ma non è drammatico vedere che, in queste occasioni, non c’è alcuna domanda che i ragazzi in piazza rivolgono ai loro nemici/oppressori/opinione pubblica?

Detto diversamente, non è quanto meno preoccupante che chi scende in strada a fare casino lo faccia nella speranza di fregarsi uno scooter? Non pare a tutti sconcertante che questi vogliano solo “cose” da fruire in settimana? Alla vigilia del match calcistico con la Croazia, 14 luglio, si festeggiava la Rivoluzione Francese. Francamente non penso ci fosse un modo peggiore per celebrarla, o, meglio, per affossarne lo spirito.

Non ritengo così importante che a promuovere i tafferugli siano stati magrebini o nigeriani o senegalesi. Ma il fatto che costoro non abbiano NULLA da domandare, se non “cose”, mi terrorizza. E – lo confesso – mi terrorizzano più dei disgraziati che si sono gettati sulla folla al Bataclan o a Nizza. Quelli, seppur sbagliando gravemente, almeno una fottuta domanda in testa ce l’avevano. A Parigi in queste ore siamo a livelli di assalto ai negozi di telefonini con la scusa della confusione in strada.

Contro i vandali sugli Champs Elysees sono stati usati i gas lacrimogeni. A volto coperto, i vandali hanno approfittato della confusione per assaltare i negozi e lanciare oggetti contro gli agenti. In particolare è stato preso di mira il Drugstore Publicis, poco distante dall’Arco di Trionfo.

Il negozio è stato saccheggiato, con vino e champagne tra gli articoli preferiti.  Per evitare che la situazione potesse degenerare, visto anche che i saccheggi si ripetevano, la prefettura ha deciso di sgomberare il viale più celebre di Francia utilizzando gli idranti.

La situazione è molto simile a quella accorsa nel 2011 a Londra, quando la metropoli inglese venne devastata dagli abitanti delle periferie. Interi stabili in quell’occasione vennero dati alle fiamme, e l’allora premier David Cameron ebbe a dire: “la cosa orribile è che vogliono solo rubare”.

Per capire questi fenomeni, è limitativo concentrarsi sull’etnia e i valori trasmessi dalle famiglie di riferimento. Occorre comprendere che stiamo parlando di ghetti, e che nei ghetti economici del terzo millenio, nell’Europa “multiculturale” non c’è educazione appropriata, non c’è lavoro, tanto meno di qualità, non c’è collante famigliare, non ci sono prospettive future e progetti di vita.

Nelle periferie di Londra e Parigi il lavoro non c’è più oppure è profondamente cambiato, è sradicato, e dunque non c’è piu il legame sociale che istantaneamente il posto di lavoro creava.

Come rimediare? Più sicurezza? Più polizia? Sono cose già provate e che curano la malattia solo nel breve periodo. Ma la malattia si chiama liberismo, ed è culturale ed economica assieme. Ricordiamoci bene cosa accomuna le rivolte di piazza degli ultimi anni, emblematicamente a Londra e Parigi,  ma prima ancora fu a Los Angeles, le capitali economiche dell’Occidente: chi protesta, chi si esalta per la partita di calcio, chi a chiacchiere reclama un’altra vita, in verità vuole solo prendere degli oggetti senza pagarli. Questi ragazzi, insomma, si ribellano seguendo perfettamente il dettato dell’ideologia dominante, basata sul feticismo della merce.

Fanno paura? Un po’, ma, soprattutto, fanno tanta pena.

3 Commenti

  1. Confermo, fanno molta più paura che pena. Domani potrebbero svegliarsi e scegliere di scendere per strada non per saccheggiare, ma per fare altro. E noi? Che faremo? Tremanti diremo “non siate razzisti”?

  2. Mah a me rende molto felice…il sacco di parigi…spero in una bella guerriglia urbana nelle banlieu x almeno tutto il 2018…ma durasse 10 anni sarei più contento….

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  1. NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 17 LUGLIO 2018 - Detti e Scritti

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