Marchionne mani di forbice scende dall’auto

Il dibattito su Sergio Marchionne è divenuto centrale in Italia dopo la sua forzata sostituzione causa malattia «irreversibile» ed il ricovero in terapia intensiva a Zurigo. Uomo geniale che ha salvato la Fiat dalla bancarotta, o contabile senza scrupoli che ha depauperato il mercato del lavoro?

Il dibattito perderebbe subito mordente qualora si ammettesse che – tolto l’aggettivo geniale – sono vere entrambe le cose.

Basta solo capire da che parte si vuol stare.

Il modo di produzione industriale, checchè se ne dica, è ancora caratterizzato dai conflitti di interesse e se prendi le parti dei lavoratori nessun uomo intellettualmente onesto può sostenere che Marchionne abbia fatto del bene. Di 159 stabilimenti, solo 6 sono in Italia, e di 236mila dipendenti sparsi nel mondo, solo 25mila sono in Italia. Prima che arrivasse Marchionne erano il doppio.

Del fatto che la Fiat abbia fatto registrare numeri stellari in Borsa non importa un fico secco alle famiglie del comparto e dell’indotto italiano che hanno perso il lavoro o che hanno visto i salari fermi a seguito di questa politica industriale.

A fronte di questi numeri – forniti dal sito ufficiale della Fiat, giova dirlo – inizia subito da parte dei Marchionne Boys il magheggio dei grafici sugli utili Fiat, con una dietrologia in stile Napalm51 e una tensione previsionale degna del Mago Oronzo. “Se non faceva così la Fiat sarebbe fallita”; “ha decuplicato il fatturato”; “ha aumentato il numero dei dipendenti della  Fiat nel resto del mondo”.

Inciso: se c’è una capacità per la quale andrebbe riconosciuto il genio, è quella di fare previsioni sui fallimenti societari. Chi ha questa dote, lo sappia, è un genio, e bene farebbbe ad applicare queste sue doti in borsa: con uno short a leva sui futures dell’azienda che la sfera di cristallo gli dice che fallirà, uno diventa milionario in poche ore.  E’ strano però che ci siano così tanti veggenti e così pochi milionari. Fine dell’inciso.

Marchionne non ha fatto altro che bissare il comportamento nefasto degli enti locali negli anni Novanta a seguito dei lacciuoli imposti dal Patto di Stabilità: ha esternalizzato! Esternalizzazione dal settore pubblico italiano a quello straniero. Definirei con questi termini tecnici, ma al contempo anche semplici, tutta la sua strategia manageriale. Ha portato fuori la produzione perchè costava meno e c’erano Stati disposti a pagare, come Usa e Polonia, mentre in Italia non si poteva più fare. Come direbbe Totò a Peppino: punto, due punti e punto e virgola.

Un buon modo (non il migliore, ma neanche così male) per valutare l’operato di un manager è quello di metterlo a confronto con i suoi partner del settore. Siccome l’espressione “auto del popolo” suona bene, direi di prendere in esame il caso Volkswagen.

L’«auto del Popolo» tedesca, nel 2007, aveva 325mila dipendenti. Oggi ne ha 800mila. Quasi la metà dei dipendenti del gruppo lavora in Germania. Dunque, facendo i conti della serva, Fca ha 236mila dipendenti nel mondo e in Italia 25mila, uomini e donne peraltro sempre sul filo del rasoio e pronti ad essere presi a calci nel culo. La VW ne ha invece 800mila e 300mila lavorano in Germania. Basta una proporzione insegnata alle scuole medie inferiori per scorgere già qui qualche leggerissima differenza in termini di risultati.

E il trattamento a codesti riservato? Il cosiddetto premio di produttività aziendale – una sorta di bonus contrattato a livello di stabilimento – per la Fiat si aggira sui 1.100 euro di media. L’anno scorso, il gruppo tedesco ha staccato per ogni dipendente del gruppo che lavora entro i confini tedeschi un assegno di quasi 5.000 euro. Stipendi? Un operaio che salda e batte il ferro allo stabilimento di Wolfsburg viaggia sui 2800 euro al mese. A Pomigliano sono 1.200 se tutto va bene.

Sarebbe lecito a questo punto ipotizzare che con tutte queste “elargizioni” il gruppo VW sia nella cacca. A tre anni dal dieselgate – uno scandalo creato ad arte per colpire la produzione tedesca – risulta che il gruppo teutonico abbia venduto in tutto il mondo e con tutti i suoi brand la bellezza di 10,7 milioni di veicoli. E Fca ex Fiat? Il 2017 si è chiuso con 4,74 milioni di unità commercializzate, contro i 4,72 del periodo precedente (QUI per saperne di più).

Le capacità contabili di Marchionne non sono però da mettere in discussione. Non è stato un innovatore, non è stato un inventore, ma ha messo i conti in ordine delocalizzando, come hanno fatto un po’ tutti quelli che non passeranno alla storia per la loro genialità industriale. Steve Jobs, a quanto si legge era uno stronzo con i suoi lavoratori, ma passerà alla storia per la sua capacità innovativa e di marketing. Adriano Olivetti, buono con i lavoratori e ricco di inventiva, è già nella storia. Enrico Mattei, visionario e geopolitico fino al martirio, pure. Marchionne – segnatevelo da qualche parte – NO, non passerà alla storia.

Vabbè – dirà qualcuno – ma il successo e la genialità di un uomo si misurano anche in termini personali, di ricchezza individuale e non solo aziendale, che dipende anche da fattori esogeni. Questo è verissimo, Sergio Marchionne ha accumulato un patrimonio personale che secondo alcune stime sfiorerebbe il mezzo miliardo di euro (QUI per saperne di più).

Ora rimaniamo in attesa di vedere se tutto quel grano sarà sufficiente per tirarlo fuori sano e salvo dalla clinica svizzera nella quale è rinchiuso dal 27 giugno.

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