Quei puttanieri antibrexit terrorizzati dal cambio

Il ministro inglese David Davis si è dimesso per i motivi opposti a quelli sbandierati ai quattro venti dai sostenitori italiani antibrexit. La superficialità e la tendenziosità che caratterizzano gli haters della democrazia fanno capolino in queste ore difficili per il governo May, in bilico dopo le dimissioni dell’euroscettico incaricato di gestire le trattative con la Ue per l’uscita del Regno dalla Unione. In tutti i commenti pubblici, da quelli sui giornali a quelli su twitter, i sostenitori del “ci vuole più Europa” lasciano intendere che la Brexit sia stata un fallimento, fingendo di non sapere (ma a sto punto forse non lo sanno proprio) che la battaglia in Uk è tutta interna e che riguarda il partito conservatore britannico. Le trattative per l’uscita sono solo una scusa per un regolamento di conti interno alla politica inglese. Le dimissioni appena arrivate di Boris Johnson si sommano a quelle di Davis e confermano uleriormente.

I remain nostrani scrivono invece, tra le altre corbellerie, che le aziende inglesi avrebbero fatto le valigie già da molto tempo, e che ora con le dimissioni di Davis il punto di non ritorno sarebbe stato superato.

A parte il fatto che, se si dimette un sostenitore di una Brexit dura e pura come Davis, dovrebbe essere vero proprio l’opposto, il parere degli antibrexit stride con i dati economici. Ricordiamoci tutti che dal voto referendario inglese sono passati solo due anni, non due giorni e che dunque qualche bilancio si può anche fare.

La disoccupazione inglese è al 4,1%, e secondo alcune proiezioni stiamo parlando del tasso più basso registrato dal lontano 1975. Ma anche qualora non fosse record assoluto, basta confrontare questo dato col 2015, ad esempio, che registrava un tasso di disoccupazione del 5,4%. Sotto il profilo economico, dunque, il trend dopo il referendum per l’uscita è a tutto vantaggio dei lavoratori britannici e di chi in UK cerca lavoro. Anche il pil è sempre cresciuto, prima e dopo Brexit, a ulteriore dimostrazione che il referendum non ha fatto saltare proprio un bel nulla, anche in termini di produttività e di creazione di beni e servizi. Attualmente, si attesta sull’1,3% tendenziale, rispetto allo scorso anno. Il dato del Pil inglese è in linea con quello dell’Italia, che manco si è sognata di proporre una Italexit, e che arriva a questo risultato con pomposi toni trionfalistici e dopo che da anni vive sull’altalena della produttività tenendosi ben lontana dai risultati del Regno Unito.

A dimostrare la malafede degli antibrexit italiani, testimoniano anche i dati economici greci. Dal 2010 in Grecia il pil è infatti crollato del 25%, gli investimenti reali sono crollati del 60% ed oltre il 35% dei cittadini  è a rischio povertà. La Grecia nell’estate del 2015 stava per uscire dal sistema Ue, ma Varoufakis e Tsipras decisero di rimanere. Più che preoccuparmi di un eventuale zero virgola in UK dopo la Brexit (ma abbiamo appena visto che manco quello c’è stato), sarei dell’idea di angosciarci tutti per la fine che ha fatto la Grecia DENTRO l’eurozona. Fine che potremo fare anche noi.

Rimane ancora un dubbio da chiarire: perchè gli antibrexit italiani, oltre che numerosi, sono anche così accaniti ed esasperati, pronti a rovesciare addosso tutta la loro bile appena vi è un tentennamento delle trattative tra Bruxelles e Londra?

Direi che il mistero potrebbe essere risolto con un breve esempio.

Quando frequentavo la città di Bologna nella prima metà degli anni ’90 era in uso tra i virgulti “bene” della città, distrasi la sera con un puttan tour sui viali che ad anello circondano il centro storico. Ai tempi le signorine, qualora avvicinate dagli appassionati automobilisti, chiedevano 30.000 lire per salire sulle quattroruote ed eclissarsi nelle tenebre emiliane. Così, almeno, mi è stato raccontato, dato che la mia forte integrità morale e il portafoglio vuoto mi tenevano ben lontano da hobby così impegnativi. Con l’arrivo dell’euro (maledetto!!!), quei 30mila del vecchio conio si sono magicamente trasformati in 30 euro; il che, a casa mia, fa quasi il doppio nel giro di meno di un anno. Parlo sempre di voci di corridoio, essendomi laureato in quel di Bologna circa sei anni prima dell’arrivo dell’euro in Italia. Nessuno, comunque, illo tempore osò protestare veementemente contro l’esosità delle signorine, data la losca natura di quel mercato, pur definito scientemente come “il più vecchio del mondo”. Un eventuale ritorno alla lira causa italexit imitativa del fenomeno inglese, e come prevedibile, potrebbe portare le mercenarie ad approfittare ulteriormente della situazione politica, sparando dalla sera alla mattina un sonoro:

“centomila per ammmore”.

Soprattutto i primi tempi, nessuno avrà l’accortezza di circolare per i viali bolognesi con biglietti di grosso taglio, costringendo così i malcapitati partecipanti al tour ad assaltare i bancomat. Che ci crediate o no, per molti antibrexit questo prevedibile salasso è inaccettabile e sarebbero capaci di stravolgere financo la matematica, pur di evitarlo.

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