Referendum per l’autonomia del Donbass. La strategia di Putin a Helsinki

Come sanno quasi tutti i miei parenti, qualche mese fa ho scritto un libro sulla filosofia di Vladimir Putin. Ma la filosofia non piace mica a tutti (pazzesco!) ed è capitato che qualcuno mi chiedesse perchè leggerlo, se di filosofia non apprezza molto. A fronte di tale osservazione, senza esitazioni rispondo: “per la strategia ZEN! Il comportamento strategico e tattico di Putin possono cambiare la vita a chiunque”.

Dopo aver soggiogato la nomencaltura e l’oligarchia più retrive e dannose; dopo aver risolto i clamorosi casi di Cecenia, Georgia, Crimea e Siria, la liberazione del Donbass dovrebbe essere la ciliegina sulla torta di una vera guida Zen.

Eh già, ma come fare?

Mentre i russofili più impenitenti sparsi per il globo terracqueo caldeggiano una invasione dell’esercito russo nell’area, l’adagio di Sun Tzu per il quale il nemico va sconfitto PRIMA della battaglia ha guidato le reali iniziative di Putin, fintamente disinteressato  ad arrestare la deriva ucraina. Ma la vittoria va coltivata un poco per volta, come nel gioco del Go.

Comprendere il modo di ragionare di Putin è davvero molto utile in casi di analisi geopolitica, perchè, pur non consentendo di prevedere alcunchè, il metodo che-non-ha-metodo, riesce a rendere chiara e distinta la situazione ottimale, e mostra anche come prepararla in condizioni avverse. E’ questa la vera differenza con le tattiche e le strategie prevalenti in Occidente, nel senso che la modalità Zen impone di attaccare solo dopo aver predisposto e assicurato la vittoria soffocando e “circondando” tutti gli elementi che possono ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo. Il metodo di Putin non si basa sul duello, come quello del generale Clausevitz, ma sull’assedio, ricalcando Sun Tzu.

Diciamocelo in modo brutale: Putin sarebbe stato stupido e imprudente ad invadere il Donbass (duello), tant’è che infatti non ha mai nemmeno invaso la Crimea. Sotto il profilo logico e morale poteva benissimo starci un intervento armato. In Ucraina convivono diverse culture, in prevalenza quella ucraina e appena in subordine quella russa. Con il colpo di stato di Piazza Maidan, ora i russi che vivono entro i confini ucraini si trovano in estrema difficoltà poichè la loro identità e sopravvivenza vengono messe a rischio. Tuttavia, ucraini, americani ed europei si sono compattati contro le legittime pretese russe formando una sorta di Santa Alleanza, anche se – per ironia della storia – stavolta sviluppatasi con la pretesa di annichilire i connazionali dello Zar Alessandro I.

Se non era dunque praticabile l’intervento diretto in Donbass, occorreva presentare l’area come una polveriera al mondo intero. Un ricettacolo di instabilità e ingiustizia pronto ad esplodere da un momento all’altro ed a contaminare anche altre aree. Ad Helsinki, durante il vertice con Trump, questa è stata una delle mosse di Putin. Ovviamente, nessuno può saperlo con certezza, ma le prime indiscrezioni – e soprattutto il “metodo” – lo suggeriscono ampiamente.

Non solo.  La proposta di un referendum popolare per decidere il destino del Donbass sarebbe stata formulata da Putin anche secondo il corrispondente da Mosca dell’agenzia Bloomberg, il quale riferisce dell’esistenza di un possibile accordo russo-americano per arrivare alla pace nella tormentata regione dell’Ucraina orientale. Nel 2014 c’è stato il precedente del referendum per l’indipendenza di Lugansk e Donetsk, ma il voto non venne riconosciuto nemmeno dalla Russia. Ora il Capo del Cremlino ha posizionato più cannoni attorno alle mura dei russofobi di Kiev e di Washington. E l’ipotesi di una liberazione del Donbass non è più una chimera.

Ovunque si leggono analisi che dipingono Putin come un dittatore o, nella migliore delle ipotesi, come un liberale di nuovo corso che vuole solo difendere la Russia dalle ingerenze americane. Tralasciano la prima demente ipotesi, mettiamo un punto fermo sulla seconda.

Davvero Putin vuole arrivare ad una pacificazione della Russia e togliersi semplicemente di dosso i continui attacchi americani? Davvero non vuole comandare un secondo polo e rappresentare un’alternativa al modello americano? Sulla carta è così, ma è il sistema di valori che è diverso tra i due paesi, e ora come ora è l’America che pare stravolgere il suo sistema di riferimento.

In altri termini, o ci sarà un futuro multipolare, che sarebbe la cosa migliore, o ci sarà ancora un unico sistema i valori, ma in tal caso sarà radicalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto con Reagan, Bush, Clinton e Obama.

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