Siamo deboli. Come l’acciaio

Si dice che gli esami non finiscono mai, ma il primo e, forse, quello decisivo, il nuovo governo ce l’avrà nei prossimi mesi, quando il Ministro del lavoro Luigi di Maio dovrà vedersela con la possibile definitiva chiusura dell’Ilva di Taranto. In questi giorni le notizie si affastellano le une sulle altre: lo stabilimento è commissariato da sei lunghi anni e, dietro l’angolo, c’è la prospettiva che la più grande industria italiana dell’acciaio faccia la fine dell’area industriale di Bagnoli, a Napoli, quando gli ecomostri dell’Italsider proiettati sul golfo più bello del mondo furono sostituiti dal nulla.

Ma andiamo con ordine.

Quando lo Stato italiano godeva di un briciolo di autonomia, l’industria dell’acciaio era fiorente. Il materiale lavorato negli altoforni è infatti considerato strategico per la salute industriale di una nazione, e molti Paesi hanno fatto scelte di tipo strategico per questo settore. Poi negli anni Ottanta ci fu una crisi. Superabilissima, come tutte le crisi, ma erano gli anni in cui si doveva privatizzare tutto, e a qualsiasi costo per questioni di carattere ideologico. Erano gli anni di Reagan e della Thatcher. Gli anni in cui furono cambiate le regole del mercato, con le conseguenze nefaste che sono oggi sotto gli occhi di tutti. Non solo telefonia, autostrade e ferrovie, dunque, ma anche e soprattutto la produzione dell’acciaio subirono percorsi di privatizzazione forzata e ne fece le spese l’Ilva, controllata dalla famiglia del Gruppo Riva che acquistò dallo stato l’impianto nel 1995.

In buona sostanza, è da allora che comitati cittadini e ambientalisti contestano l’Ilva di Taranto, accusandola di inquinare l’aria e provocare malattie. Nel 2011 i primi accertamenti di rilievo e un’ordinanza del tribunale ne dispose il sequestro e gli arresti. Il giudice motivò la decisione sulla base di una documentazione accurata, secondo la quale l’impianto è stato causa e continua a esserlo di «malattia e morte» e perché «chi gestiva e gestisce l’ILVA ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza».

Gli impianti hanno continuato a funzionare in modo molto parziale, cercando di dare i fatidici colpi al cerchio e alla botte.

Non c’è nulla di cui stupirsi: nonostante la Puglia sia più bella della California, la storia l’ha indirizzata ad una parziale industrializzazione, con conseguenze nefaste per l’ambiente, ma in grado, almeno nella città di Taranto, di limitare per un certo periodo l’emigrazione di massa. Lavoratori e sindacati sono preoccupati da tempo dei posti di lavoro e difendono l’impianto e l’azienda con le unghie e con i denti.

Anche grazie all’Ilva, inoltre, l’Italia è diventata un paese esportatore di acciaio, ma la produzione è importante anche per il mercato interno e con la sua chiusura si rischia di tornare ad essere importatori netti del metallo. Siccome uno dei settori più importanti per l’export italiano è la meccanica, cioè le macchine per uso industriale, tutti i politici che ne capiscono qualcosa sono seriamente preoccupati.

Nel caso in cui diventasse necessario importare grandi quantitativi d’acciaio ciò graverebbe infatti sull’industria metalmeccanica, e rafforzerebbe la Germania.

Il fenomeno delle privatizzazioni continua così a fare danni, e manca una politica di pianificazione. Con la robotizzazione dell’industria ed i problemi ambientali, trovare una cordata di compratori sarà come dare l’ennesimo calcio al barattolo. Magari necessario per evitare l’armageddon occupazionale dei tarantini, ma con tutti i problemi attuali destinati a ripresentarsi peggiorati, se nessuno vorrà occuparsene con un piano di riqualificazione dell’area in grado di salvaguardare cultura e territorio.

L’unico esempio paragonabile è quello della Ruhr, in Germania. Area molto nota per aver affrontato problemi simili a quelli pugliesi. Negli anni ottanta l’area industriale della Ruhr subiva una scellerata politica industriale che non ha mai pensato alla tutela della regione e alla salute dei suoi abitanti.

Il vicino fiume Emscher era divenuto una discarica a cielo aperto. Cosa fecero allora i tedeschi? L’iniziativa venne dall’amministrazione regionale del Nordrhein-Westfalen che ha saputo trasformare l’area nel Parco Paesaggistico dell’Emscher, che occupa un’area complessiva di circa 320 Kmq, cioè oltre un terzo della dimensione di tutta la Ruhr, pari a 800 Kmq.

Adesso il bacino della Ruhr è un’area ricca, dove prospera il lavoro e, al tempo stesso, il paesaggio è stato recuperato, tanto da permettere un’eccezionale vivibilità.

Rimane del tutto evidente che la situazione pugliese presenta diverse caratteristiche e che non si può imitare alla cieca senza studiare. Forse, non è nemmeno opportuno abbandonare totalmente la produzione dell’acciaio, se è vero che nel resto della Germania gli altoforni messi in sicurezza continuano a produrre. Ma quel che è certo è che senza l’intervento pubblico dei land la riqualificazione non ci sarebbe stata. Per l’Italia la pianificazione è in salita, visto che manca un sistema bancario nazionale e che la Ue viene attualmente governata da chi ha interessi diametralmente opposti a quelli dell’industria italiana.

5 Commenti

  1. Professor Bordin, mi lasci dire che questo articolo è veramente una corazzata Potiomkin di fantozziana memoria.
    Glielo dico con affetto, la sua buona fede traspare ovunque, ma la sostanza delle cose non cambia.
    Glielo dico da ingegnere che negli anni ’80, quelli dell’Italsider statale, Taranto l’ha frequentata spesso, recandosi spesso sia all’Italsider che alla vicina raffineria allora IP, comunque sempre ENI.
    D’altra parte l’Italsider rappresentava, come cliente, oltre il 10 % del fatturato dell’azienda per cui lavoravo, quindi richiedeva una certa attenzione.
    Non sto a raccontarle le follie che avvenivano all’interno, ma solo un episodio più familiare.
    Nell’estate del 1986, in vacanza non lontano da Taranto, un giorno decisi di fare vedere uno spettacolo insolito ai miei figli, allora piccoletti. In un tardo pomeriggio, era l’ora in cui la cosa si vedeva di più, salimmo in macchina e ci avviammo verso Taranto. A un certo punto mi chiesero; “ma come mai il cielo è diventato rosso?”. E spiegai loro cosa era l’Italsider.
    Chi andrebbe messo in galera, buttando via le chiavi, sono proprio politici e dirigenti pubblici di quegli anni e degli anni precedenti che hanno regalato soldi a destra e sinistra senza assolutamente mettere in sicurezza l’impianto come è stato fatto nella Ruhr. E ugualmente criminali erano gli amministratori locali.
    Purtroppo ormai non è più possibile; se i responsabili sono ancora in vita, i loro reati sono prescritti.
    Non so come si siano comportati i Riva, proprio dal 1995 ho iniziato a frequentare zone geograficamente diverse.
    Posso presumere che abbiano seguito l’andazzo precedente.
    Il fatto è, Prof. Bordin, che lo stato italiano è costituzionalmente incapace di gestire qualsiasi cosa. Lo è, e qui rientriamo nel suo campo, perché non è un vero stato con un suo mito fondante da tutti accettato, ma su due miti che sono bugie, il Risorgimento e la guerra di Liberazione.
    Le aggiungo una notazione di carattere mio personale. A chi talvolta mi ha dato del fascista per non avere mai riconosciuto il 25 aprile come data importante, ho sempre risposto: “il giorno che avrei visitato non 3 volte, come ho fatto io, ma una sola volta sia Auschwitz che la casa di Anna Frank, riparleremo di chi è fascista e di chi non lo è”. A proposito, quelli sono orrori che sono stati creati dagli stati.

    • perdonami vincenzo, ma nonostante la tua replica sia lunga, non mi è chiara la critica al pezzo. nel discorso statalista? la fabbrica è stata commissariata con tanto di arresti e carcere sotto amministrazione privata, non pubblica… inoltre io propongo la ruhr come soluzione, cosa già resa esecutiva dal land tedesco.

      • Quello che contesto è la sua visione di uno stato, quello italiano in particolare, che sappia fare l’industriale. Non è vero, e l’Italsider, poi ILVA, è lì a dimostrarlo. Il disastro, ambientale prima ancora che economico, lo ha fatto lo stato. Ma all’epoca nessuno fiatava, nessun magistrato sequestrava la produzione, anche se la fabbrica inquinava anche di più. I Riva hanno solo proseguito ciò che lo stato aveva già realizzato al 99 %.
        Cosa è secondo Lei, l’enorme debito pubblico italiano? Sono forse gli zeri nella memoria di un computer? No, è, in termini molto più reale, l’enorme quantità di opere incompiute o mancanti, di patrimonio industriale ed edilizio da mettere in sicurezza e di buche da sistemare di cui è costellata l’Italia.
        Perché se qualcuno si mette a ripulire l’ILVA non potrà, nello stesso momento, prendere una chitarra e mettersi a cantare una canzone allietandomi la serata. E tra le altre cose l’ILVA neanche la ripulirà visto che, tempo sei mesi, verrà trasformato in burocrate da ufficio complici un po’ di certificati medici.

        • ovviamente non possiamo concordare su tutto. su questo non concordo. ci sono alcune attività, energia, ad esempio, acqua ed altro che in molti paesi sono in capo allo Stato per questioni strategiche. L’Italia come stato ha contribuito a industrilaizzare il paese molto più dei privati. Ovviamente sono ricette diverse, ma sulla storia non starei tanto a sindacare: la maggior parte delle industrie italiane quando erano pubbliche hanno dato lavoro a milioni di italiani ed hanno prodotto, e piuttosto bene (la stessa fiat era di fatto pubblica). Purtroppo il “magna magna” ha fatto danni enormi, ca va sans dire, ma da quando tutta l’industra – ed in particolare quella strategica – è stata affidata ai privati, essi l’hanno semplicemente o chiusa o delocalizzata. Fca guadagna oggi più di fiat? e sai che me frega… è negli stati uniti! e gli esempi potrebbero continuare a profusione. Rimane inteso che non sono assolutamente per statalizzare tutto, guai, ma quello che è strategico (energia, acqua, ferrovie e banche), si. sull’ilva non ho ricette preconfezionate. scrivo solo che in gemrmania ha funzionato con l’intervento pubblico e per un’area molto più consistente di quella tarantina.

          • Con queste sue affermazioni concordo.
            Aggiungo però un’altra considerazione. Lo stato (volutamente minuscolo) italiano non è uno Stato (questa volta maiuscolo) ma solo una delle tante mafie presenti sul territorio, al contrario di quanto avviene in Germania.
            Per i tedeschi vale il detto americano “right or wrong, this is my country”, per gli italiani no. Quante volte abbiamo sentito dire “Berlusconi non è il mio presidente” oppure “Napolitano non è il mio presidente”? Invece lo erano perché le loro azioni riguardavano tutti.
            I tedeschi tutti, compresi quelli che non erano nazisti, hanno accettato le conseguenze della sconfitta in guerra. gli italiani, divenuti tutti improvvisamente antifascisti dopo il 25 luglio, no. Per una ventina di anni abbiamo avuto una classe politica consapevole della sconfitta e che quindi, in una maniera o nell’altra, ne ha fatto accettare le conseguenze agli italiani. Poi non è stato più così.
            Quando è successo? Secondo me dopo la morte di Togliatti, gran politico, quando nella sinistra si è iniziato ad affermare un presunto sentimento di alterità, di superiorità morale. Da quel momento lo Stato ha iniziato a sparire.
            Quale potrebbe essere la soluzione per l’ILVA, visto che di questo stiamo parlando?
            Regalarla ai tarantini, non al Comune, proprio ai cittadini, un’azione per uno, magari due a chi ci lavora, non cedibili prima di 5 anni, dotandola al tempo stesso di un capitale sufficiente a permettere la ripulitura.
            Scelgano loro, che sono i diretti interessati, cosa fare, da chi fare dirigere l’azienda, come procedere al risanamento ambientale.
            Poi, fra 5 anni, se l’azienda sarà in grado di produrre ricchezza senza ammazzare le persone, saranno liberi di farne ciò che vogliono, tenersela o cederla.
            Ma a un modo autenticamente liberale e democratico per risolvere il problema non ci penserà mai nessuno nell’Italia eternamente divisa tra guelfi e ghibellini. Non a caso Dante, che era sì guelfo ma che riconosceva il ruolo dell’imperatore, venne esiliato.

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