Genova suggerisce una revisione del concetto di proprietà

Attenzione post ad altissimo contenuto fascioprotoleghistacomunista con scappellamento a destra come fosse antani.

La triste questione del crollo di Genova può essere almeno l’occasione per una riflessione seria sul fenomeno – fallito e fallimentare – delle privatizzazioni. Dopo diversi lustri di avanzo primario, che per inciso significa che lo Stato ci tassa più di quanto spende per noi – e dopo decadi di privatizzazioni selvagge, si può in tutta tranquillità e al di fuori delle contaminazioni ideologiche tracciare un primo bilancio, sia economico che morale.

Il record delle privatizzazioni si è avuto dal 1997 al 2000, sotto governi di pseudosinistra, che tra un bombardamento alla Serbia ed un altro, gettarono anche alle ortiche gioielli come la Banca Commerciale Italiana, il Credito italiano, l’Enel, l’Imi, la Stet, l’Ina, l’Agip e l’Anas, tanto per citarne solo alcune. Il bilancio economico nudo e crudo indica un timidissimo recupero di redditività (e sottolineo “timidissimo”) delle società in questione, ma secondo la Corte dei Conti, ciò è stato possibile solo perché dette aziende hanno esponenzialmente moltiplicato le tariffe da quando furono trasformate in società per azioni (leggi: se aumentavano le tariffe rimanendo aziende pubbliche era idem con patate).

La questione dei conti e delle convenienze, tuttavia, merita un report tecnico apposito; più scorrevole è tracciare un primo significativo bilancio sulla questione politica e morale di tutta la faccenda.

L’unica analisi seria proposta in queste ore è quella del Professor Giulio Sapelli, sapientemente sintetizzata in un post facebookiano dal bravo giornalista pubblicista Giampiero Cinelli, che riporto per intero condividendone al cento per cento le parole.

A proposito del disastro del ponte Morandi i più bei ragionamenti li ha proposti Giulio Sapelli, docente di Storia dell’Economia a Milano e premier sfiorato nelle scorse trattative per il governo. Egli egregiamente ha sottolineato che al di là delle effettive responsabilità penali, la responsabilità etica è sempre imputabile al modello di sviluppo, al sistema. Ebbene, anche se nessuno andasse in galera, come si può considerare giusto – faceva notare Sapelli – il fatto che una società che gestisce servizi essenziali alla cittadinanza e fondamentali per la sicurezza, debba badare a remunerare gli azionisti privati, sicuramente anche a discapito della sicurezza e degli investimenti? E come si può considerare giusto il fatto che dei soggetti privati si arricchiscano su attività vitali per la popolazione e a danno di essa? Bisogna quindi in primis, secondo il professore, rivedere radicalmente la disciplina dei diritti di proprietà. In parole povere, significa che è assurdo il concetto, secondo cui poche persone possiedono qualcosa, anche senza fare nulla di concreto per quella cosa e senza averla creata, ossia gli azionisti, e poi avere il diritto di guadagnare milioni solo perché ci si mettono dei soldi, disinteressandosi della morale, di una visione strategica, senza una coscienza collettiva e nazionale. Ma lo stesso discorso vale per chi in quella azienda si sporca le mani, avendo comunque in compenso una quantità smodata di denaro, sottratto alla manutenzione o semplicemente ai bisogni della popolazione e gravando sulle fasce più deboli.

Quello di Sapelli è stato insomma un attacco non – banalmente – a chi ha sbagliato, ma al capitalismo iniquo e volgare di oggi. Un capitalismo che certamente non va sostituito con il comunismo, ma che va modificato drasticamente e in parte superato. Basta con la superiorità dei mercati e con i diritti degli investitori, di cui lo Stato può beatamente disinteressarsi, e anzi deve, disinteressarsi, quando vi è un conflitto tra interesse generale e interesse particolare. Se hai delle azioni sono cazzi tuoi, discorso diverso ovviamente se si tratta di titoli pubblici… Ora capisco meglio perché Giulio Sapelli non è stato fatto premier. E me ne dispiaccio. È una mente libera, è un cuore grande, è uno che sa il fatto suo e che non si fa comandare da nessuno alla sua veneranda età. Chiaramente inadatto in questa fase storica di buio e sonno della ragione. Ma finché si potrà parlare così, anche solo parlare, ci sarà speranza.

P.S. Nel frattempo, nazionalizziamo le autostrade

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