Trumpeconomy: ma non doveva essere un disastro?

Quando l’impresentabile Donald Trump fece l’azzardo di «presentarsi» alle elezioni, gli analisti si scatenarono. C’è chi giurava sui propri figli che in virtù di statistiche precise al millimetro il biondo non poteva vincere; altri scommettevano nel crollo dell’economia planetaria. I più severi furono i neocon europei, per i quali, dopo qualche ventagliata populista, sotto Trump la pravda rappresentata dalla finanza globale avrebbe decretato un verdetto di fallimento. I dazi – secondo questi soloni dell’economia – avrebbero costretto i capitali a fuggirsene dall’America, con la conseguente fine del monopolio di Wall Street. Siccome Trump fu eletto a fine 2016 e siccome abbiamo tutti i dati, vediamola un po’ questa malconcia finanza americana, al netto dell’occupazione dei lavoratori, ovviamente, che quello è tema populista e sovranista…

La borsa americana – che era già e da sempre quella con i maggiori capitali al mondo – da quando Trump è stato eletto è aumentata in valore di seimila miliardi. Questa cifra – che ricorda molto i fantastiliardi di Paperopoli, di Uncle Scrooge e del suo mitico deposito – è in pratica il PIL di Italia, Francia e Regno Unito messi assieme. Lo ripeto per i Boldrin, gli Scacciavillani, i noisefromamerika e tutti gli incompetenti ideologizzati ed i trader iperliberisti che infestano questo declinante paese:

DA QUANDO DONALD TRUMP E’ STATO ELETTO LA BORSA AMERICANA E’ AUMENTATA DI 6.000 MILIARDI

Continuerà? Ecchennesò, magari si, probabilmente no, ma certamente i soloni economisti europei si sono sbagliati e si sono sbagliati per due anni. Che per un  investitore è la rovina. Eppoi insegnano all’università, eppoi commentano.

I dati più importanti riguardano occupazione e salari visto che la finanza potrebbe benissimo essere in bolla. Il tempo ce lo dirà, ma al momento Trump non è stato affatto una catastrofe per la finanza. Fu disastro con il liberista Bush junior, invece, sotto il cui mandato ci fu la più grande ecatombe borsistica dopo il 1929.

La performance a New York durante questi 2 anni scarsi è stata del 34%. Ma com’è stato possibile?

Proviamo a sintetizzarlo.

Le Borse, da che mondo è mondo, basano le loro performance sulla fiducia e sul ruolo dei regolatori, la Fed in questo caso. Se ci concentriamo sul primo aspetto, a pompare fiducia è stata la politica fiscale. Con la riforma fiscale, le imprese in Usa si sono viste tagliare le tasse dal 35 al 20 per cento. Se questa iniziativa viene sommata alla protezione sui prodotti americani, ecco che il mistero si svela. Non solo, col taglio, le aziende quotate hanno potuto comprarsi le proprie azioni, che in termini  tecnici si chiama BuyBack: è suoerfluo aggiungere che questo sistema fa esplodere i titoli all’insù.

Ma veniamo ora alla domanda finale, quella più importante: durerà? Come già detto è impossibile saperlo, ma ci sono almeno due elementi che potrebbero indicare una drastica inversione: una guerra monetaria con l’euro e l’impeachement al Presidente. Due ipotesi affatto improbabili.

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