ASSALTO A TRIPOLI: PER UNA VOLTA CHE E’ STATO PUTIN NON LO DICONO

Vabbè, il titolo è un po’ sopra le righe, però rende l’idea. L’uomo che sta cercando di cacciare con le cattive il Primo Ministo Serraj – il generale Haftar – in questi mesi ha stretto forti relazioni diplomatiche con egiziani e russi, e non con i francesi, come si legge ossessivamente sui quotidiani nazionali e su molti siti geopolitici specializzati. Ovviamente, nessuno che si cimenti dalle tastiere della blogosfera può saperne più dei servizi segreti, ma alcuni fatti sono lì, nudi e crudi, e basterebbbe leggerli per farsi almeno un’idea.

Gli scontri in Libia sono iniziati quando la Settima Brigata, di stanza a Tarhouna (città a 60 km da Tripoli), ha attaccato alcune aree della zona sud della capitale in mano a milizie che sostengono il Governo di  Accordo Nazionale libico formatosi in seguito all’accordo di pace del 17 dicembre 2015. La brigata fino llo scorso aprile dipendeva dal ministero della Difesa, ma poi era stata sciolta per volontà del leader Serraj. Questo attacco non nasconde però il vero artefice della manovra, il generale Haftar, uomo noto per aver lanciato l’Operazione Dignità qualche anno or sono e già governatore di Tobruk e della Cirenaica. Il tentativo di Haftar è quello di unificare il paese liberandosi così di un uomo della Nato, come di fatto è Serraj.

In queste ore c’è un gioco facile a buttare discredito sul governo italiano, tacciato di essere inerte rispetto a quello del più pimpante Macron. In verità, e non credo proprio sia un caso, il premier italiano Conte aveva aperto l’interlocuzione col generale Haftar tempo addietro, forse perchè ben informato e consapevole che, indipendentemente dall’esito del golpe in atto in queste ore, Haftar è uomo che sul territorio libico gode di maggior credibilità rispetto a Serraj.

L’Italia si è affrettata subito a dire che non interverrà militarmente a sostegno del governo in carica. Non è poco, se consideriamo gli enormi interessi italiani in Libia ed il ruolo di ex paese colonizzatore dell’area. La Libia naviga su un mare di petrolio e fa gola a tutti gli occidentali: come mai stanno sostanzialmente lasciando fare ad Haftar? Forse perchè – sottotraccia e senza poterlo confessare – la volpe libica conviene alla nuova linea politica di Trump ed ha saputo rendersi credibile presso i russi. Già vicino al premier egiziano Al-Sisi, Haftar si è recato a Mosca per colloqui con il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov il 14 agosto dell’anno scorso. Era la terza volta che il generalissimo libico visitava la Russia.

In quell’occasione, Haftar si preoccupò di sottolineare pubblicamente la storia tra i due paesi, confermandone la tradizione caratterizzata da forti relazioni che egli auspica continueranno più salde di prima. Sarraj, invece, non nutre della stessa abilità diplomatica: per molti analisti si tratta di un fantoccio, messo lì dagli americani durante l’era obamiana e apprezzato in Europa solo da Gentiloni. Secondo indiscrezioni riportate in virgoletto dalla stampa di casa nostra nel 2017, Haftar avrebbe definito la Russia come “fondamentale” per il futuro della Libia. Come sia possibile oggi sostenere in pompa magna sul web e sui giornali che Haftar faccia gli interessi di Macron rimane dunque un mistero, se non nella speranza di un intervento militare internazionale col nostro appoggio. Non c’è alcun dubbio che Putin sostenga più il governo italiano che quello francese in questa fase storica.

Di fatto – e forse è l’indizio che rende maggiormente credibile ciò che sostengo – oggi con la Settima Brigata a 6 km da Tripoli, il titolo italiano Eni ha fatto registrare un segno più (0,65% per essere esatti), segnando un risultato persino migliore dell’intero indice milanese, a + 0,62% in chiusura. Se per l’Italia la fine di Serraj fosse un disastro e Macron fosse destinato a fare il bello e cattivo tempo in Libia, i mercati non avrebbero comprato azioni della società petrolifera italiana, ma le avrebbero vendute a man bassa.

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