Esempio che spiega perchè lo Stato NON è una famiglia

“Il bilancio dello Stato è come quello di una famiglia: occorre evitare di far debiti e, nel caso, risparmiare per ripagarli”. Dite la verità: quante volte l’avete sentito dire dagli economisti in televisione? Poi, a dire il vero, esistono anche quelli che tirano in ballo Keynes e Roosvelt e quelli della mmt, oppure i premi nobel alla Paul Kugman che invece sostengono che lo Stato non sia affatto come una famiglia. Questi ultimi, interpellati dai media molto raramente, quando hanno la possibilità di spiegare lo fanno attraverso tabelle sui deficit, sull’import e sull’export, sulla stampa di moneta. E nessuno, tranne gli amanti del genere, capiscono un (r)azzo di quello che viene descritto.

Siccome i postkeynesiani, quelli della mmt ed i Paul Krugman hanno perfettamente ragione, proviamo a spiegare con un esempio molto semplice perchè lo Stato non è, nè dovrà mai essere una famiglia e, dunque, perchè il bilancio dello Stato debba muoversi in modo ANTITETICO a quello della famiglia.

Il signor Giangiacomo Pistolazzi guadagna duemila euro al mese grazie al suo lavoro di capomacchina presso un’azienda che produce poltrone e divani (gli artigiani della qualità). Non riesce mai a risparmiare un euro che sia uno e, anzi, qualche volta sfora nelle spese mensili. Ad esempio, l’ultima volta ha comprato la playstation ps4 Fortnite come fosse antani con scappellamento al figlio ed ha speso 400 euro, oltre ai soliti duemila che impiega per le spese correnti. Si è dunque indebitato con la banca per questi 400 euro in più, con l’impegno di rientrare del debito il mese successivo. Allora Pistolazzi che farà? Bè, può disdire l’abbonamento alla palestra per lui e consorte (200 euro mensili) e rinunciare alla cena settimanale con moglie e figli al ristorante (altri 200 risparmiati).  Solo tramite il comportamento del bravo e accorto padre di famiglia che stringe la cinghia e taglia le spese familiari, il nostro Giangiacomo potrà risparmiare, pagare i debiti e pareggiare il bilancio famigliare.

Ora immaginiamo che il Signor Vattelapesca, contrariamente ad un Pistolazzi qualunque, abbia un ‘reddito’ che dipende dalle spese che fa. In altre parole, se Pistolazzi viene pagato per l’esercizio del suo lavoro e questo stipendio è costante (ogni mese duemila euro, dicevamo), Vattelapesca non viene pagato per il lavoro che svolge. Il lavoro di Vattelapesca, più che produttivo in senso stretto, è più che altro un lavoro organizzativo e distributivo e lo svolge senza scopo di lucro personale (ah, la passione…). Il suo reddito dipende solo ed unicamente dalle spese.

Egli viene chiamato da Pistolazzi and Family e li cura quando si ammalano, ad esempio. Inoltre, insegna l’aritmetica al figlio e la geometria alla figlia. Per fare queste ed altre cose, Vattelapesca elargisce stipendi al Dottor Tony, medico, e al Professor Bepi, insegnante. Quest’uomo non è un uomo come gli altri, è più un simbolo, magari immaginiamocelo come una specie di capovillaggio. Egli elargisce servizi (sanità, istruzione, sicurezza pubblica ecc ecc),ed eroga stipendi a quelli che ha incaricato, ma non gode di entrate determinate da un lavoro specifico. E’ un tipo eccentrico, fa queste cose per passione, si diceva. I tributi che chiede non sono per nulla sufficienti ad erogare stipendi e servizi ed hanno come unico scopo quello di far circolare una valuta preposta a consentire gli scambi e le contrattazioni tra i membri del villaggio senza dover ogni volta soppesare il valore ed il controvalore dei prodotti, come si faceva anticamente col baratto. In altre parole, Vattelapesca crea la moneta – una volta era in metallo prezioso, poi ha capito che questo limitava molto la quantità dei servizi da erogare. Questa moneta dunque egli la conia e la mette in circolazione  nel villaggio, ma ne deve chiedere indietro una parte affinchè venga da tutti accettata. Se infatti Vattelapesca non ne chiedesse indietro una parte (tasse), la gente del villaggio potrebbe scegliere altri sistemi valutari. I componenti del paesello potrebbero ad esempio usare le sigarette, come si fa nelle carceri, ma ciò – a lungo andare – farebbe venir meno l’erogazione di quei servizi essenziali garantiti da Vattelapesca. Immaginatevi, ad esempio, un villaggio dove ogni famiglia deve crearsi il suo sistema di difesa, come Don Rodrigo faceva assumendo i “bravi” di manzoniana memoria, ad esempio.

Se il nostro capovillaggio, invece, comincia a risparmiare, cioè se smette di erogare gli stipendi e di creare moneta, il suo villaggio diventerà sempre più povero. Più egli spende, più il villaggio si arricchisce. Meno spende, più il villaggio si impoverisce. Il suo bilancio sarà dunque proprio l’opposto di quello di Pistolazzi, il cui nomen omen, tuttavia, non gli consente di capire e apprezzare la complessità e la bontà del meccanismo.

Nemmeno quando è spiegato sotto forma di esempio.

Rimangono in sospeso almeno altri due interessanti quesiti:

  1. ci sono villaggi che si arricchiscono anche se il Vattelapesca di turno risparmia? Nessuno ha un credito pubblico: tutti hanno un debito pubblico. Quelli che spendono però esistono, pur rari. I guadagni li fanno depredando altri villaggi; talvolta con la guerra, ma più spesso con la concorrenza sleale.
  2. ci sono stati dei momenti nella storia in cui lo stato si comportava sempre come un padre di famiglia? Si, nel periodo feudale).

1 Commento

  1. Buonasera Professor Bordin,
    commento questo post insieme a quello suo precedente sul debito pubblico.
    Ciò che scrive in entrambi i post è tecnicamente perfetto ed assolutamente ragionevole.
    Ci sta un unico punto su cui mi sento però di lasciare un appunto, visto che è l’errore in cui cadono tutti i keynesiani d’Italia.
    Non conta solo l’ammontare della spesa pubblica, tutt’altro che bassa in Italia, ma anche la sua composizione.
    E purtroppo, forse anche per ragioni anagrafiche, si conserva cattiva memoria di ciò che è successo in Italia negli ultimi decenni.
    Partiamo dalla fine della guerra, con il sistema del gold standard di Bretton Woods.
    In quel periodo la lira era una delle monete più forti tanto è che rimase stabile rispetto al dollaro, svaluto di pochissimo rispetto al marco e si rivalutò significativamente rispetto a franco francese e sterlina britannica, per non parlare di peseta e dracma.
    Nel 1971 Nixon elimina la convertibilità del dollaro. Da quel momento in avanti la lira inizia a deprezzarsi paurosamente.
    C’entra molto la prima crisi petrolifera del 1973, ma in realtà il deprezzamento era già partito.
    Come mai? Perché i governanti italiani, non più soggetti a un vincolo esterno, iniziarono a spendere e spandere non in tutte le cose meritorie che Lei cita nell’articolo, ma in follie come le baby-pensioni e assunzioni indiscriminate di tipo clientelare.
    Avendo avuto una madre baby-pensionata e un padre altissimo dirigente pubblico, deus ex machina dell’assunzione di migliaia di persone, so bene di cosa parlo.
    La decisione di Carli e Andreatta, persone che credo fossero in perfetta buona fede, cercò di mettere un limite a questo andazzo.
    Purtroppo arrivò Craxi, rappresentante di un partito, il PSI, che, come a suo tempo aveva detto se non ricordo male Pietro Nenni, “aveva tanta fame”.
    Insomma fare deficit per fare strade o scuole va bene, fare deficit per pafare un esercito di burocrati che altro non fanno che mettere ostacoli al lavoro altrui non va affatto bene.
    I governi che si sono succeduti dal 1992 a oggi hanno continuato imperterriti sulla strada dello spendere per mettere lacci e lacciuoli alle attività economiche, spesso recependo le direttive europee in modo pedissequo giusto per favorire questa o quell’altra consorteria. E anzi le raccomandazioni dell’UE, date in diplomatichese, sono state occasione per favorire ulteriormente le consorterie mentre si tagliavano le spese giuste.
    Ne vogliamo finalmente parlare? Ovvio che i giornali non lo facciano; sono stati tra i beneficiati da questo andazzo.
    Vogliamo mandare gli inutili burocrati a riparare le buche in strada?

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