Il Governo dice qualcosa di Sinistra, ma non di keynesiano

Persone che vantano una tradizione di sinistra e che sostengono valori di sinistra in queste ore stanno palesando di non esserlo mai stati in vita loro. Dal buzziocone romano Rubio al nobile radical chic Carlo Calenda, nella sedicente sinistra italiana del giorno d’oggi è tutto un piagnisteo sui “conti che non reggono”, sullo spread, sui mercati “che ora ci attaccheranno”, sul populismosovranista rossobruno del governo. Si tratta, senza se e senza ma, di discorsi insulsi e antiscientifici che nemmeno il peggior Silvio Berlusconi sarebbe stato in grado di pronunciare. Ed è ancora più assordante il silenzio dei comunisti duri e puri, cioè di quelli che in pieno 2018 parlano ancora come Carlo Verdone nel film Un sacco bello.

I rossi dovrebbero essere i primi a spellarsi le mani in applausi di fronte ad un ridimensionamento della Legge Fornero e ad una ridistribuzione della ricchezza in favore dei disoccupati. Invece non lo fanno, perchè la Lega (quella della loro infanzia) ce l’ha con i negher , mentre  il movimento 5 Stelle sarebbe un’azienda di Roberto Casaleggio (morto 2 anni fa). L’aspra verità è che ste cose volevano farle loro, ma non ci sono mai riusciti per varie ragioni: caduta del Muro nel 1989; leaders politici e culturali in perenne contraddizione; intellettualismo etico; incapacità comunicativa. Esattamente in quest’ordine di apparizione.

Tuttavia, se indubbiamente la manovra è di sinistra, sarebbe fuorviante fingere che le politiche economiche di sinistra camminino con una zampa sola. L’altra e non meno importante gamba, Salvini e Di Maio l’hanno lasciata in auto come in quel film di Aldo Giovanni e Giacomo.  Affinchè una manovra finanziaria possa essere considerata di sinistra è necessario – ASSOLUTAMENTE – che favorisca il progresso tecnologico, culturale e occupazionale. E per farlo sono necessarie politiche keynesiane, cioè politiche che non si limitino alla sacrosanta politica ridistributiva, ma che abbiano come fine ultimo la piena occupazione. Eh già, cari amici della Costituzione più bella del mondo, keynesiana e socialista: il fine ultimo della politica economica di Keynes non è la pensione  a 62 anni, ma la piena occupazione. Non è il sostegno al disoccupato, ma la sua trasformazione in occupato. Se pensavate che Keynes fosse solo ridistribuzione per favorire la domanda allora non lo avete letto. E se lo avete letto non lo avete capito. Ebbene, io di politiche per la piena occupazione in questa manovra non ne vedo. Manca la seconda gamba. In altri termini, non si riesce a capire come si possa definire espansiva una finanziaria che manda in pensione i lavoratori e basta. Questa io la chiamo giustizia sociale, e sono il primo a dire yuppy ya yuppy ye, ma non chiamiamola economia espansiva per pietà del Signore.

Se il mio amico Toni, di anni 62, se ne va in pensione domani mattina invece che a 68 anni, la sua spesa non cambia, i suoi investimenti non cambiano (anzi). Nessuna teoria economica, neanche la mmt, sostiene che se Toni va in pensione “prima” si crea lavoro per un giovane. Si parla, semmai, di sostituzione di lavoro, di dignità del lavoro, ecc, ma sotto il profilo produttivo, tecnologico ed occupazionale non cambia una beata fava. Mi dispiace. Questo aspetto è quello che mi tiene lontano non tanto dal governo (piuttosto di niente è sempre meglio piuttosto), ma da tutta la socialsfera accusata di “rossobrunismo”. Quando mi accusano di essere un rossobruno mi viene da ridere, perchè nessuno è ancora in grado di fornire una definizione accurata e approfondita del fenomeno. Mi impegnerò in futuro ad approfondire e definire il fenomeno come si fa con una tesi di laurea in storia  e scienze politiche, ma in assenza di uno studio serio, rifilare la targa del rossobruno è un po’ come dire a qualcuno che è un tipo ULPA o TREZZEN. Se nessuno mi sa dire cosa sono “ulpa” e “trezzen”, sai che analisi della cippa? Spesso, tra le fila di quelli che si definiscono Rossobruni – o che vengono acccusati di esserlo – la questione occupazionale e tecnologica è molto trascurata. Non di rado, il sedicente rossobrunismo si augura un ritorno ad una mitica età dell’oro, rurale e bucolica, come in quell’ode che si studiava al liceo: «Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi» (O, Titire, tu riposi all’ombra di un ampio faggio). Un conto, però, è indicare nell’attaccamento alla terra un valore: le proprie radici; un altro, pensare di vivere zappando di tanto in tanto in una fattoria (didattica…) credendo così di sconfiggere il capitalismo. Questi sono gli Amish, più che i sovranisti. Un conto è pensare a nuovi lavori più creativi; un altro, credere alla bufala che non ci sarà più il lavoro perchè arriva l’Intelligenza Artificiale.  Questo è Marco Montemagno, più che Karl Marx. Si tratta infatti di una storiella raccontata dai liberisi affinchè il popolo non conosca ciò che usa, ma sempre la tecnologia ha portato l’umanità a modificare le proprie attività. Per sconfiggere il capitalismo bisogna “fare meglio di lui”, progettando utopie nuove che propongano nuovi modelli produttivi, ma non rimpiangere un’arcaica età dell’oro, pauperistica e felice, che non è mai esistita.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.