Sindrome di Rovazzi e negazione della virilità

Da quando insegno al Liceo talvolta mi capita di essere oggetto di ammiccamenti e fraintendimenti da parte di certi coetanei che mi mettono un po’ a disagio, ma che al contempo mi aiutano a capire meglio i mutamenti in atto.

Succede infatti di trovarsi a certe cene “con tipi furbi ed arroganti”, ultraquarantenni come sono io che appena dico che insegno al liceo subito si danno di gomito, strizzano l’occhio, e cominciano ad annuire scambiandosi sguardi compiaciuti come se avessi detto che faccio l’attore porno. “Eeeeeee, ti va bene a te, con tutte quelle ragazze attorno”, “ma come fai a resistereeeeee”, “ti è mai capitato che qualche studentessa ti lisci per compiacenza?”

Ok, ammetto che questa cosa capita ai sudddetti personaggi dopo almeno un paio di birre, e allora ci può anche stare, ma conversazioni di questo tipo mi sembrano in aumento, e comunque non sono affatto rare. Non sembro un insegnante, in effetti, non ho le toppe sulla giacca di velluto, non ho il colletto alto della maglia e non rinuncio ad esprimermi con parole forti. Ma al di là di tutte le considerazioni che si possono fare sul mio modo di pormi di fronte agli altri queste conversazioni da osteria svelano alcuni elementi sociologici davvero interessanti. In primo luogo, mi confermano che gli uomini della mia generazione non pensano quasi più minimamente di ricoprire un ruolo nella società. Precarizzati, detronizzati dai compiti tradizionali di marito e di padre, molti coetanei vivono nella convinzione di avere sempre 20 anni. Enjoy boys, facciamo tutti come Gianluca Vacchi, riempiamoci di tatuaggi, strafoghiamoci di mojito e “chi se ne ciava”, come dicono in Veneto. Quindi, è del tutto naturale per costoro pensare a cose del tipo “uelà, ma te sei circondato di g…..” (finisce per nocca). Si tratta chiaramente di un habitat umano sempre più deresponsabilizzato che mira a privare le persone di punti di riferimento e di qualsivoglia autorità. L’insegnante allora non è più un educatore, ma se proprio proprio… al massimo sarà un formatore, un life coach; uno che certifica competenze, per dirla con Mariastella Gelmini, ma non certo uno che deve essere considerato “lontano” o “diverso” dai ragazzini a cui insegna. Non a caso noi insegnanti siamo diventati “prof” e nessuno osa più chiamarci professori, tranne le mamme ruffiane esclusivamente in sede di colloquio.

Ma se nella mia disamina sono critico nei confronti dei coetanei bavosi che si vivono come eterni poppanti e playboy, lo sono ancora di più nei confronti della generazione-Rovazzi a cui insegno, che si lascia abbindolare nei gusti non più, come avveniva in passato, per questioni culturali o politiche, ma quasi esclusivamente per quelle economiche.

Per capire questo, però, è necessaria una doverosa premessa, forse anche curiosa per i tanti lettori che non mi hanno mai visto di persona. Pancetta dell’età a parte, la mia figura, fin da quando ero un ragazzino, ricorda più un Russel Crowe che un Fabio Rovazzi: sono piuttosto alto, con la faccia squadrata e supero i 100 chilogrammi di peso. La premessa è necessaria perchè altrimenti non si capisce quanto sia fuorviante e insulso il ragionamente fatto dai coetanei al bar.

Sotto tanti punti di vista io adoro questa nuova generazione, i cosiddetti millennials. Ragazzi che hanno enormi potenzialità: conoscono e conosceranno più cose di noi grazie all’accesso friendly alle tecnologie, solidarizzano facilmente con gli altri, conoscono le lingue e sono meno violenti di quanto non lo sia stata la mia generazione e quelle che ci hanno preceduto. Detto ciò, è innegabile che stiano subendo dai media e dai social una carica di disvalori e di femminilizzazione che non ha precedenti nella storia dell’umanità.

Il capitalismo e l’odierna società di mercato tendono oggi a femminilizzare tutto. Invece di innalzare chi lavora verso maggiori tutele e promuoverne autonomia ed indipendenza, si preferisce farli scendere al livello della precarizzazione, con tanto di proliferazione di part time, stipendi bassi, uso/abuso di lavoretti stagionali, esercizio di attività semplici ed automatizzabili. Una condizione un tempo riservata al mondo del lavoro femminile ed oggi estesa a quello maschile: si è deciso di non innalzare la prima condizione e al contempo si è abbassata la seconda. Tutti i valori virili vanno dunque messi in congedo: non ci devono essere più gli eroi, non ci devono più essere i guerrieri, perchè queste figure (eroi, guerrieri, cacciatori) mettono in pericolo  – in virtù della loro aggressività – il potere economico consolidatosi nel modello liberista. Ecco allora il prevalere nella pubblicità, nella propaganda, nell’immaginario della figura dell’antieroe e della vittima. Ecco esaltata l’abbondanza generalizzata, il lassismo, la materna bonorietà permissivista da anteporre all’asperità dei “limiti” posti dalla figura paterna.

Le ragazze 18enni che mi è capitato di osservare negli ultimi dieci anni, e tranne alcune eccezioni che confermano la regola, non apprezzano – come facevano le loro mamme e nonne – l’uomo virile in stile Clint Eastwood. Nei confronti di questo tipo di uomo – vagamente burbero, deciso, poco incline a cambiare idea ogni 2 secondi, faticatore, amante di attività non politicamente corrette come la caccia – le donne giovani provano fastidio. Al rugbysta antepongono il calciatore, al cestista preferiscono il tennista, al pugile il nuotatore. Le ragazze di oggi cercano soggetti tranquillizzanti, che somiglino loro, docili financo nei lineamenti. Uomini che “non rompano” e che non pretendano di dare loro qualcosa in virtù di una qualsivoglia sottintesa o attesa superiorità (fisica o culturale, ecc ecc). Il loro modello – che ne siano consapevoli o meno – è il cantante Fabio Rovazzi, e lo vedi chiaramente dai loro fidanzatini coetanei o poco più vecchi. Quando si accompagnano a persone stile Clint Eastwood, cosa rara, lo fanno per questioni legate al potere, al fascino che esercitano prestigio e ricchezza, ma non certo per una preferenza culturale o estetica. I tipi come Arnold Schwarzenegger possono ancora andare bene (avete presente The Rock?), purchè i novelli culturisti abbiano le sopracciglia ad ali di gabbiano, la bocca a culo di gallina per le foto su Instagram e siano completamente depilati. I peli fanno schifo, possono starci solo sulla barba perchè oggi c’è la moda hipster, ma sul resto del corpo no. Se non fanno 3 docce al giorno dicono che sono sporchi e poco curati e bla bla bla. Ma non erano i peli a distinguere gli adulti dai bambini?

Capiamoci amici, io vengo da una generazione che faceva riferimento a più modelli, a più atteggiamenti, a più “tipi di fisicità”. Non c’erano solo gli uomini alla Eastwood, diamine, c’erano anche Ace Ventura e Jovanotti (purtroppo). Attualmente però nelle relazioni avviene ciò che è già avvenuto col pensiero unico e tutto si è appiattito verso un unico modello: il Rovazzi (o il Fedez, o il Justin Bieber, che ne sono delle tragiche  varianti). Se esiste solo un unico idealtipo, non c’è prova più cristallina della lobotomizzazione dei cervelli in atto.

E’ evidente che il sottoscritto, nel proporre queste analisi, antepone le sue preferenze personali e le sue personali caratteristiche. Qualcuno allora si sentirà legittimato a pensare che “non si dovrebbe pretendere – per onestà intellettuale – che vengano condivise, a seguito del vecchio adagio:  de gustibus non est disputandum“.

Peccato però che con questa celebre espressione, mica è detto che i gusti sono relativi. Non bisogna discuterne può significare l’opposto, e cioè che i gusti sono proprio “quelli”, classici e immutabili. Dei gusti “non si può discutere” perchè sono ferrei e inossidabili.

Naturalmente, io propendo per questa interpretazione dell’adagio latino perchè la ritengo più idonea alla conservazione e proliferazione della specie, oltre che per la longevità che essa ha avuto nei secoli.

Anche  se attualmente, causa abuso di pastasciutta, nessuno mi crederà, vi assicuro che da giovane tra mille lavoretti ho fatto anche il buttafuori in diversi locali notturni. Ebbene, ricordo perfettamente che i titolari ed i PR di allora chiedevano solennemente a noi della security di non far entrare in discoteca i tipi “Rovazzi” dell’epoca. Alla selezione in ingresso dei locali erano considerati un po’ troppo effeminati e rammolliti e rappresentavano la quintessenza della sfiga. Non vedo, francamente,  perchè dovrei cambiare idea.

7 Commenti

  1. Credo che la CAUSA DELLA scelta dei “Rovazzi” sia da attribuire ai papy eterni peter pan… E alle mamme che guardano, forse con un pò di bava alla bocca, UOMINI E DONNE… ALLA GUIUSTA RIVALSA SUL MONDO MASCHILISTA CHE SOVERCHIA DI CONTINUO LE DONNE… ED AL FATTO CHE QUESTA È EPOCA DI NERDS…

  2. Forse le ragazze stanno inconsciamende cominciando a selezionare qualcuno che non le massacri un giorno o l’altro…..

  3. Massimo, chissà in quali disco hai fatto il buttafuori, caro! Io di certo sono più vecchia di te e “ai miei tempi” la nausea verso i very very men era già diffusissima. Probabilmente è proprio questa “nausea” che, come sempre accade, ha prodotto atteggiamenti ostentati e forse fin troppo “femminilizzati” che sinceramente hanno stufato anche me, ma io ci bazzico da sempre: era “la mia famiglia”. Certo non sto cianciando di tipi alla rovazzi che manco so che faccia abbia e me lo devo cercare sul web… ma posso immaginare…
    La vera sciocchezza sta nella tua dichiarazione che non vedi perchè dovresti cambiare idea: si cresce, si matura, si cambia. Naturalmente non significa che dovresti, ma che forse sarebbe ora, di certo, si.
    Mica te lo devo dire io, prof???

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