Due, tre cose che so sull’Amore

Sarà perché le battute a sfondo sessuale non mancano nel mio repertorio, sarà perché inserisco molti riferimenti e aneddoti personali nei miei racconti, fatto sta che molti conoscenti mi chiedono dell’amore: che cos’è, che cosa non è, che cosa dovrebbe essere.

Poi si aggiunge il particolare che insegno filosofia a studenti adolescenti. Non proprio quisquillie e pinzellacchere.

Quando parlo di Platone o di Freud, ma anche di Kant e di Hegel e di moltissimi altri, i riferimenti all’amore si sprecano. E dunque i ragazzi dopo mi chiedono, e questa cosa mi costringe mese dopo mese, anno dopo anno (e da lustri), a fornire risposte a queste domande. Insomma, per certi punti di vista le domande sull’amore mi interessano personalmente. Per altri, invece, si tratta di lavoro: c’è chi nutre fiducia nella mia persona e dunque chiede, e merita risposte, anche se, come diceva il mio maestro Claudio Comel, in filosofia la domanda chiarisce più della risposta.

La filosofia, contrariamente a quanto dice la vulgata, è una pratica, non una teoria, nel senso che filosofare diventa uno stile di vita che consente di prendere decisioni (occorre però stare attenti alla filosofia, perché si rischia seriamente di esserne posseduti. Non sono i filosofi che possiedono la filosofia. E’ lei che possiede noi, E, dunque, di filosofia si può anche morire).

Capita spesso di trovare grande aiuto nel percorso che porta alla conoscenza, e non tanto nella risposta in sé, che potrebbe persino essere scontata e banale, o posseduta anche da chi non ha perso tempo a riflettere.

Ciò vale anche e soprattutto per domande del tipo:

che cos’è l’amore?

A dar retta al vecchio Platone, l’amore (l’eros raccontato nel Simposio) non è altro che il desiderio di una mancanza. Si ama solo ciò che non si ha. Per il filosofo ateniese la presenza di questo dèmone – chiamato Amore – ci consente di sapere e di salire, per gradini, lungo la tormentata e perigliosa scala della conoscenza. Prima si amano i corpi belli, dice Platone, poi i segreti della natura, le scienze e infine le leggi che ci consentono di vivere assieme, nella polis.

Da notare che quando si arriva finalmente a possedere “qualcosa” (un corpo, un’anima, una legge) poi l’amore passa subito a qualcosa d’altro.

Naturalmente quando mi chiedono dell’amore tutti pensano subito a quello tra le persone, e non gli passa manco per la capa che ci si possa riferire ad altro, come alla conoscenza del mondo o del vivere in comunità. Pur tuttavia, il ragionamento di Platone non fa una piega.

Perchè amiamo?

«Perchè desideriamo», dice il filosofo.

E cosa desideriamo?

«Ciò che non abbiamo»!

Dal momento in cui l’oggetto del nostro desiderio entra nella nostra disponibilità, noi non lo amiamo più; anzi, spostiamo la nostra tensione amorosa verso qualcun altro.

Ecco che, messa così, la questione dell’amore sembra molto meno edificante di come ce l’avevamo immaginata. Non si ama e non si può amare una persona per tutta la vita, sembra essere la conclusione più logica.

Oggi ci sono persino studi scientifici che confermano questa conclusione. Per la chimica, massimo 3 anni durerebbe l’amore, poi ci si illude che questo prosegua, o si fa finta che.

Vi è però un’eccezione a tutto questo, e non di poco conto.

Gli umani si sono infatti evoluti non solo grazie alle loro facoltà tecniche, ma anche per la capacità di stare assieme (la politica). E questa virtù ha la sua base nella famiglia e nei rapporti affettivi: noi non nasciamo da soli, non veniamo abbandonati da piccoli né abbandoniamo i nostri cuccioli. Ecco spiegato perché, ad esempio, amiamo i figli per tutta la vita (di norma) anche se già “li possediamo”, anche se il desiderio è appagato, anche se – in alcuni casi – ci fanno soffrire o il loro comportamento consiglierebbe, per convenienza, un loro allontanamento. Analoghi ragionamenti si potrebbero fare per quegli individui che vengono abbandonati durante l’infanzia visto che – tranne rare eccezioni – esasperano atteggiamenti narcisistici o depressivi, soffrendo tutta la vita di varie patologie e frustrazioni.

Il ragionamento sull’amore per i figli è analogo a quello dell’amore che nutriamo per i nostri genitori. Io vedo mia mamma e mio papà di rado e posso stare anche mesi senza vederli. Persino senza sentirli. Ma non credo ci sia nessuno al mondo (con i figli) che abbia amato e che continui ad amare più di loro. E, dunque, nel caso dei genitori e dei figli l’amore continua anche dopo il possesso e l’appagamento del desiderio.

Considerate così le cose sembrerebbe che l’unico amore possibile sia quello per i figli e per i genitori, o, al limite, per il nucleo famigliare considerato con questa funzione. Ma i ragazzi, ed i conoscenti che suppongono che io ne sappia a pacchi di tutta la faccenda non si accontentano di questa risposta e vogliono sapere come funziona quell’amore lì, quello di coppia, non quello per i figli o per i genitori o per i compagni inseriti nel contesto del progetto famigliare.

In altre parole, nessuno vuol sentirsi dire che l’amore non è altro che un trucco della specie umana finalizzato alla procreazione e alla conservazione della stessa.

Francamente, non mi fanno più alcuna tenerezza quelli che si giurano amore eterno, ma mi innervosiscono per la loro ottusa ingenuità, per la capacità persino demenziale che hanno di mentire a sè stessi. L’amore eterno esiste di certo se inteso come progetto, affetto e sostegno dell’uno nei confronti dell’altro. Può resistere anche come pulsione sessuale, e per tutta la vita. Ma non può esistere in eterno nella forma dell’innamoramento, che è quella forma di amore che a tutti, però, sembra interessare di più.

Il malinteso nasce dal fatto che la stragrande maggioranza delle persone pensa di dover venir corrisposta quando ama qualcuno, quasi a pretendere di essere riamata. Lo diceva persino Dante, nella Divina Commedia, quando diceva: amor c’ha nullo amato amor perdona, e cioè “amore che non tollera che chi è amato non riami”. Lo diceva il Sommo Poeta, ma è lo stesso una fesseria.

L’amore non si chiede e non si pretende. L’amore si conquista.

Il problema è che dopo aver conquistato la Prussia, Napoleone se ne disinteressò. L’aveva tanto desiderata, e nel 1806 finalmente il generale Corso riuscì ad entrare a Jena a cavallo del suo bianco destriero. Poi però si innamorò dell’Inghilterra, e dopo ancora della Russia, trascurando la vecchia morosa tedesca.

Il discorso che propongo sembra filare bello liscio, ma c’è ancora qualcosa che non torna.

Come mai chi si innamora e non riesce a conquistare l’oggetto del suo amore non ne rimane innamorato per sempre? Non sarebbe, quest’ultima, la forma più sublime d’amore, quella di una continua caccia romantica, anelito dell’animale ferito dalla preda in fuga che però non demorde e prepara nuovi agguati?

In questo caso avviene qualcosa di curioso e apparentemente inspiegabile, in grado di mettere in difficoltà persino Platone.

Mentre l’amore per il sapere continua tutta la vita (in certi uomini), e dunque la funzione di amore di fare da pungolo perdura nel tempo, ciò non vale per l’amore per un’altra persona nel caso manchi corrispondenza.

Detto diversamente: perché ci innamoriamo di sapere come funziona l’universo, di come diventare immortali, di come tornare indietro nel tempo, di conoscere il nostro destino, e questa tensione rimane inalterata, mentre a quella dolcissima compagna di scuola che non ci cagava di striscio non ci pensiamo più?

Al netto dei casi patologici di depressione o di stalkeraggio, chi non viene ricambiato nei rapporti di coppia, tende a dimenticarsi dell’oggetto del desiderio. Anzi, in alcuni casi subentrano sentimenti opposti all’amore, come l’indifferenza o il disprezzo.

Sono piuttosto convinto che molti risponderanno a questo quesito con la favola della volpe e dell’uva. Siccome l’astuto animale non arrivava a prendere l’uva dal ramo, si risolse a pensare che era acerba.

Per molto tempo, da adolescente, mi ero convinto che fosse così. L’amore non corrisposto non perdura nel suo travagliato trastullo, nel suo agrodolce andirivieni – pensavo – solo per orgoglio. Della la serie: “non mi vuole? Allora non mi merita”

Non è così. Ci si dimentica della persona desiderata quando subentra la consapevolezza che essa è come tutti gli altri. Ha dei limiti, è “finita” nel senso della sua determinatezza fisica e intellettuale. In altri termini: l’oggetto di desiderio è intercambiabile. Come e più delle mutande.

Sembra quasi che l’amore profuso verso qualcuno che non ricambia non vada perduto, che non si perda, ma che rimanga nell’«ambiente» e che ritorni sotto altre forme. Quante volte abbiamo ringraziato Dio e tutti gli angeli che quella donna o quell’uomo, quella volta, non ci abbiano ricambiato?

Diverso, invece, il discorso per l’amore per la conoscenza ed il senso della vita. Essendo quel sapere infinito, di lui possiamo davvero rimanere innamorati tutta la vita. Ed è una preda che non ci delude mai. Anche quando fugge.

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