Quando un matematico parla di economia … e se l’aumento dello spread fosse un bene?

Quando un filosofo parla di economia, l’antagonista “tipico” oppone il fatto che egli non ha studiato alla facoltà di economia e che quindi deve tacere. Spesso – anzi … SEMPRE – il suddetto antagonista si ispira alle teorie politiche di Adam Smith, un dotto che aveva studiato invece proprio filosofia e non certo l’apparato riproduttivo dei molluschi lamellibranchi bivalvi. Non solo: egli dimentica che financo la parola «economia» l’ha coniata Aristotele. Ma tant’è, con i talebani occorre avere pazienza e bombardarli, come ci ha insegnato lo Zio Sam.

Allora, per una volta, sentiamo cosa dice un matematico, visto che la matematica è una scienza esatta e bla bla bla. Tra l’altro, il matematico che vogliamo portare alla vostra attenzione è Beppe Scienza, il cui cognome, persino, non dovrebbe lasciar spazio a dubbi.

«Finalmente lo spread è risalito – scrive il porfessore torinese dalle pagine del Fatto Quotidiano – raddrizzando alcune storture. Non ci allineeremo infatti allo stucchevole patriottismo dei vari sedicenti esperti, che alzano alti lai tutte le volte che esso sale ed emettono squittii di gioia quando scende.

Ha infatti anche aspetti positivi il recente aumento, poi ridimensionatosi, di quello che in Italia è ormai lo spread per antonomasia, cioè il divario fra il rendimento dei titoli di Stato italiani e tedeschi, in particolare per quelli decennali».

Eeeeh? Cosa ha detto costui? Avete capito bene, lo spread alto ha anche effetti positivi, soprattutto per i risparmiatori. Pochi hanno infatti capito che le obbligazioni pubbliche, un tempo, non avevano solo lo scopo di finanziare lo Stato e regolare il tasso di interesse interbancario, ma anche di favorire il risparmio privato dei cittadini, consentendo di tenere a freno l’inflazione e, spesso, di batterla. Con rendimenti a ZERO, che senso aveva comprare btp? Forse a fini speculativi, certo, ma in tal caso il rischio era fuori controllo e la compravendita di obbligazioni prima delle scadenze non mette a proprio agio il classico padre di famiglia.

Perchè, dunque, gli italiani (privati) hanno smesso di comprare i btp?

1) non rendevano niente, cioè non staccavano cedole degne di questo nome

2) in banca non le consigliano ai clienti, perchè l’intermediario non ci guadagna così tanto come con i fondi.

Ora, con lo spread attorno a quota 300, il risparmiatore può attendersi cedole dignitose, in astratto oltre il 3 per cento, pur tenendo conto delle diverse scadenze. Inoltre, con una risalita dello spread vi è l’aumento, a esso collegato, anche dei rendimenti dei BTP Italia, cioè di strumenti finanziari legati all’inflazione e che in linea di principio rientrano fra gli impieghi più adatti per i risparmi del proverbiale buon padre di famiglia.

Beppe Scienza propone a questo proposito un esempio illuminante:

«i Btp Italia novembre 2023 (codice Isin IT0005312142), sono scesi dai 102 euro di aprile agli attuali 95 euro e così ora offrono un rendimento a scadenza lordo pari all’inflazione maggiorata di un 1,2% annuo. Non è moltissimo, ma certo meglio di quando tale maggiorazione era intorno allo zero: si otteneva cioè l’inflazione italiana e nulla più. Anche a tal riguardo la risalita dello spread ha migliorato le cose. Non si dimentichi però che con tutti i Btp, Cct ecc. c’è sempre il rischio di un calo (o crollo) della loro quotazione, se gli umori del mercato peggiorano (o precipitano).

Altra conseguenza seppure indiretta della salita dello spread, un ritocco all’insù dei tassi dei buoni fruttiferi postali giusto venerdì scorso».

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