BTP meglio dei BUND (e non solo)

I Buoni del Tesoro Poliennali godono di una cattiva fama per colpa dello spread. Eppure sono stati la forma privilegiata del risparmio degli italiani per molti anni. Ancora oggi, molti non sanno nemmeno di detenere risparmi in obbligazioni statali italiane perchè hanno aquistato prodotti finanziari che “contengono” debito pubblico senza che questo sia urlato ai quattro venti (i buoni fruttiferi postali, ad esempio, o fondi assicurativi o bancari che investono in bonds statali).

In questi giorni i media hanno veicolato l’informazione che all’asta dei btp-italia, cioè di btp legati all’inflazione, ci sarebbero stati pochi sottoscrittori. E’ una balla colossale, perchè le banche consigliano quasi esclusivamente i loro prodotti e quando, raramente, descrivono i btp, tendono a mettere in evidenza il rischio emittente. Dunque, se teniamo conto che i btp sono sconsigliati dalle banche perchè queste preferiscono vendere i loro prodotti e non ci guadagnao quasi nulla dal collocare i bonds, l’asta dei btp-Italia è andata anche troppo bene.

I risparmiatori del Belpaese possiedono oggi circa 31 miliardi di obbligazioni SUBORDINATE DELLE BANCHE ITALIANE – cioè le obbligazioni più rischiose che ci sono in Italia – sicuramente più dei BTP. Qualcosa la lezione delle banche venete dovrebbe aver insegnato, ma quando un cliente va allo sportello difficilmente sconsigliano le obbligazioni della banca a favore dei btp! Come mai? Forse che ciò che conviene al risparmiatore non conviene agli istituti di credito?

Oggi vogliamo vedere insieme se i BTP classici possono ancora essere una buona fonte di rendita, anche al netto della loro “pericolosità” in caso di default.

Direi che se l’inflazione in Italia si attesta all’1,2%, allora i BTP acquistabili adesso promettono un buon vantaggio. Attualmente staccano una cedola del 3,3% e con inflazione all’ 1,2% si guadagnerebbe un 2% l’anno reale; il che è più di molti conti deposito presenti sul mercato, ad esempio. Questi conti rappresentano formule d’investimento molto pubblicizzate, ma che soffrono anche di una tassazione più alta rispetto ai bonds governativi. Dunque, non vi è alcun dubbio che allo stato attuale i BTP abbiano un interesse molto buono rispetto ad altri.

In Germania, invece, l’inflazione è del 2,3%. Un tedesco che compra ora i titoli di stato germanici (il famigerato Bund) prende lo 0,3% …. cioè perde – DI FATTO – il 2% l’anno.

Ma, allora, perchè quando si parla di obbligazioni italiane tutti urlano al disastro per l’investitore?

Si tratta di un trucco contabile che poggia sull’ignoranza finanziaria degli italiani. I btp, infatti, come tutte le obbligazioni statali, vengono collocati a quota 100. Immediatamente dopo il collocamento,  sono oggetto di normale compravendita e salgono o scendono di prezzo a seconda della dinamica dei mercati. La preoccupazione o l’entusiasmo che scaturiscono da queste oscillazioni di prezzo riguardano solo i trader, cioè gli investitori mordi e fuggi, ma non sicuramente l’investitore “cassettista”  padre di famiglia che compra i bonds governativi con l’idea di tenerli fino alla scadenza. Dunque, in questi giorni si è parlato di “perdite” sui btp solo rifacendosi ai trader di breve. Chi tiene i titoli a scadenza non c’ha perso nulla. Anzi, se ha comprato i btp in questi ultimi tempi, egli gode di un interesse annuo di gran lunga superiore alle media europea.

Giova ricordare, comunque, che anche i trader più avveduti e competenti non hanno perso un centesimo, ma che hanno solo guadagnato investendo in obbligazioni statali italiani negli ultimi lustri. Un investitore aggresivo che avesse comprato i btp dal 2008, infatti, oggi avrebbe guadagnato il 71 per cento.  Il calo del prezzo – e il conseguente aumento dell’interesse che va a vantaggio dei cassettisti – riguarda  infatti solo l’ultimissimo periodo.

Mi ha sempre stupito molto come gli italiani, magari per risparmiare 2 euro sul piano tariffario dello smartphone, siano disposti a leggersi l’Enciclopedia Treccani e fare confronti interminabili, mentre per i risparmi di una vita diano retta ai giornali italiani di proprietà di Confindustria e degli istituti bancari.

4 Commenti

  1. Non ci sta alcun dubbio che per un risparmiatore un rendimento elevato associato a un basso rischio rappresenti una combinazione ideale.
    Ma in ogni articolo suo, o di altri blogger che esprimono posizioni simili alla sua, manca sempre l’analisi del perché e del percome l’Italia si sia ritrovata con l’enorme fardello di debito che ha. Al più si attribuisce la responsabilità al famoso “divorzio” come se esso non si fosse reso necessario per frenare l’inflazione galoppante.E manca anche l’analisi delle conseguenze di questo enorme ammontare di debito sull’economia reale. Una quantità enorme di risorse finanziarie sono bloccate al servizio del debito pubblico senza potere essere investite in nuove attività produttive creatrici di nuova ricchezza reale. E nulla fa lo stato italiano, se non alzare le tasse, per uscire da questa situazione.
    Facciamo una pura ipotesi tanto per fare un esempio. Domani mattina lo stato italiano chiama una persona che ha 1 milione di euro in BTP e gli fa un discorso più o meno in questi termini. “Io, lo Stato, ti ridò cash 1 milione di euro, e contemporaneamente licenzio X dipendenti pubblici inutili (perché una buona metà dei dipendenti pubblici sono effettivamente inutili, magari solo perché mal impiegati) che mi costano appunto 1 milione. Tu questi dipendenti li metti al lavoro a fare qualcosa di utile tanto sono sicuro che qualsiasi cosa gli farai fare genererà ben più di 1 milione”. Secondo Lei non sarebbe meglio?

    • All’epoca del famoso divorzio il debito pubblico italiano era il 58% del PIL.
      Con l’inflazione galoppante, mio padre, di professione muratore, manteneva dignitosamente una famiglia di 4 persone ( madre casalinga ).Mio fratello ed io abbiamo
      avuto la possibilita’ di studiare e persino di trovare poi un lavoro ben pagato.
      Oggi, con l’inflazione all 1 e qualcosa per cento, mio padre farebbe la fame ed io dovrei emigrare ….

      • Tutto vero quello che è scritto, ma sono vere anche altre cose
        1)Esistevano alcune categorie più protette, quelle con la scala mobile o che avevano forte potere contrattuale, intendendo con potere contrattuale non solo il dipendente ma anche chi poteva alzare i prezzi senza correre il rischio che un concorrente gli soffiasse il lavoro, per le quali l’inflazione non era un problema. Una categoria che ci ha rimesso moltissimo è stata proprio quella degli insegnanti che erano poco protetti dalla scala mobile sia perché dipendenti pubblici, e quindi con scatti di contingenza ridotti, sia perché avevano uno stipendio già abbastanza alto. E avevano poco potere contrattuale. E’ proprio da allora che fare l’insegnante è divenuto, con tutte le doverose, meritevoli e per fortuna abbastanza frequenti eccezioni (come dimostra il nostro ospite), un lavoro di ripiego.
        2) Ovviamente l’alta inflazione incoraggiava il consumo, e quindi non mancava lavoro. Di converso scoraggiava il risparmio e gli effetti si notano oggi con le carenze infrastrutturali (costruire e manutenere le infrastrutture è una forma di risparmio, anzi la più importante)
        3) Fu necessario introdurre drastici limiti alla circolazione dei capitali. E questi limiti non riguardavano solo chi si apriva il conto in Svizzera, ma anche chi semplicemente si voleva fare un viaggio all’estero visto che ci si poteva portare appresso solo quanto bastava per 3-4 giorni. Altrimenti ci si dovevano nascondere i soldi nelle mutande. Se teniamo conto che gli anni ’70 sono stati proprio, insieme ai precedenti ’60, quelli di maggior fermento, questo ha significato che una intera generazione ha vissuto in un’ottica provinciale

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