Il 4 Novembre è utile

Da 100 anni a questa parte, ogni 4 novembre giorno della vittoria contro gli austroungarici, si torna immancabilmente a parlare di Patria, vittorie e sconfitte. Unità. Italianità.

Al di là della retorica, da meno di 100 anni a questa parte, vado ripetendo che il 4 novembre fornisce soprattutto indicazioni UTILI. E no, non perché la storia, se dimenticata, si ripete e bla bla bla, ma proprio perché la Prima Guerra Mondiale è un deposito di esperienze preziose per chiunque desideri ampliare le proprie capacità organizzative, sia sotto il profilo macro (la società) che micro (famiglia e luogo di lavoro).

Breve premessa.

Il servizio militare obbligatorio l’ho svolto a metà degli anni Novanta, in una scuola militare in commissariato e amministrazione che funzionava piuttosto male e che si trovava a Nocera Inferiore in provincia di Salerno.

Formava cuochi specializzati…

Embè? Che c’è? Non trovate ovvia la formazione di cuoco militare ad un 25enne laureato che ricopre il ruolo di pilone di mischia di rugby in serie B e che risiede a quasi 900 km da Salerno?

Direi che già con questo aneddoto personale si comprenda meglio perché il nostro Ministero della Difesa sia stato umiliato a Lissa, ad Adua, a Caporetto e poi con l’8 settembre.

Ne abbiamo prese anche poche, per com’è messa la nostra classe dirigente in quanto a lungimiranza e buon senso.

Beninteso, io considero l’etnia italiana fantastica, capace di slanci unici e grandi competenze, inventiva e spirito di adattamento, ma sulla classe dirigente dell’ultimo secolo ed anche di quella attuale mantengo forti riserve.

Anzi, credo proprio che dovrebbe essere spazzata via senza troppe remore.

Il guaio della nostra classe dirigente (fatte salve molti lodevoli eccezioni) è che si è formata avendo come assunto di base l’individualismo, cosa che ne limita fortemente l’efficacia in termini organizzativi.

Non è una questione morale (anche), ma soprattutto tecnica.

Ecco che l’esperienza della Grande Guerra, pomposamente chiamata da qualcuno anche quarta guerra d’Indipendenza, ci torna utile per comprendere come addestramento, abilità strategiche dei generali e materiali in dotazione facciano la differenza sui campi di battaglia.

E su questi 3 aspetti nel 1915-18 eravamo messi maluccio, come oggi.

Salvo da questa disamina la Marina italiana, che pur nel limite dei mezzi a disposizione (non abbiamo portaerei) offre a chi vi milita una formazione d’eccellenza, anche negli alti ranghi grazie all’accademia di Livorno.

La tradizione paga.

Sugli altri corpi e sulla loro formazione, stenderei un velo pietoso.

L’esempio

Avete mai visto un elmetto italiano della Grande Guerra? Dalle mie parti (Veneto nordorientale) c’è chi fa collezione di oggetti di questo tipo. Io ne ho uno in ottime condizioni, tedesco però, reperito sul Montegrappa.

Vabbè, penserà qualcuno: più o meno… sempre di elmetto da guerra si tratta. Eh no, non è affatto così.

L’elmetto italiano sembra un berretto. Lascia scoperto il collo, le orecchie e gran parte della nuca. Quello tedesco no. L’elmo teutonico ti copre abbondantemente tutte le parti testè descritte. Particolari? Provate a stare voi in trincea sotto le intemperie, le granate e la mitraglia con un elmetto-berretto come quello italiano. Sono cose affatto piccole, che spesso facevano al differenza tra la vita e la morte. Tra soffrire e non soffrire. Sono cose, per dirla tutta, che ti fanno stimare, oppure odiare, uno Stato, e con esso la sua classe dirigente.

Eppure l’Italia ebbe tempo un anno – dicasi UN ANNO – prima di entrare nel conflitto, e fino all’ultimo manco si sapeva contro chi schierarci: scavare trincee sulle alpi occidentali oppure orientali? Bombardare i francesi oppure gli austriaci? Minuzie. Sottigliezze.

Poi sono arrivati mesi nel fango, sotto la pioggia e la neve, con armamento, calzature e persino elmetti DEMENZIALI, se paragonati a quelli degli avversari.

Ecco che una tradizione italica – l’arte di arrangiarsi – che va benissimo per riparare lo sciacquone del water senza farsi dissanguare dall’idraulico, diventa mortale se applicata in altri campi. Direi quello macroeconomico e quello bellico su tutti.

La classe dirigente italiana, militare e politica, doveva pensarci cento, mille volte, prima di sottrarre la gioventù italiana dai campi e dalle officine e mandarla a morire sull’Isonzo.

Invece non lo fece. Ognuno pensò alle proprie carriere, a spartirsi fette della torta in caso di vittoria, agli onori. Peccato però che nessuno, nemmeno il Cadorna che oggi qualcuno vorrebbe recuperare, pensò all’attrito.

L’attrito è stato ben descritto dallo stratega tedesco Von Clausevitz nel suo celebre trattato sulla guerra.

In estrema sintesi, riguarda lo iato che si crea tra la situazione studiata a tavolino dall’esperto di tattica militare e ciò che poi capita realmente. Basta un attacco di dissenteria tra i soldati o il mal di testa di un colonnello per rovinare il piano. Il calcolo e lo spirito di adattamento di un esercito e dei suoi dirigenti di fronte a queste inevitabili eventualità fanno la differenza tra la vittoria e la sconfitta.

ESTRATTO:

29 giugno, intervento del deputato Giuseppe Emanuele Modigliani (socialista): «Il gen. Cadorna è in arretrato di un secolo, anche nel modo con il quale s’intende da lui mantenere la disciplina militare, cioè col terrorismo e le fucilazioni per sorteggio e le decimazioni».

1 dicembre 1917, dall’intervento del deputato Michele Gortani (cattolico): «Perché si è permesso che il gen. Cadorna instaurasse e mantenesse per due anni e mezzo nell’esercito il regime del terrore?».

“Andrea Graziani, il generale fucilatore. Così era chiamato, soprattutto durante i giorni di Caporetto, l’alto ufficiale che il comandante in capo dell’esercito italiano, Luigi Cadorna, nomina, nel novembre 1917, Ispettore Generale del Movimento di Sgombero delle truppe.
Domenico Petri, sergente in forza al 44° artiglieria, è testimone diretto di un terribile episodio. A Noventa Padovana, il 16 novembre 1917 (ma altre testimonianze collocano l’episodio in un altro giorno dello stesso mese) Graziani ordina la fucilazione seduta stante di un soldato che lo aveva salutato tenendo la pipa in bocca. Sull’episodio vennero presentate due interrogazioni alla Camera dei deputati e se ne occuparono giornali come l’Avanti e il Resto del Carlino c he pubblicarono anche una lunga lettera con cui Graziani difendeva il proprio operato. Graziani venne poi nominato luogotenente della milizia fascista e morì in circostanza mai chiarite.”

“A Noventa, mentre il generale sta passando, questi lo saluta senza togliere la pipa di bocca. Viene, per questo ripetutamente e violentemente colpito da Graziani (uso ad adoperare il suo bastone, fino a fratturare le ossa dei sottoposti), sinché un borghese interviene osservando: «Non è il modo di trattare i nostri soldati»

«Dei soldati io faccio quello che mi piace», grida infuriato Graziani e ordina l’immediata fucilazione del giovane.”

3 Commenti

  1. Al Prof. M. Bordin consiglio l’acquisto e lettura di questo speciale:

    “Storia in Rete Speciale 1915, l’Italia va alla guerra”

    Uno speciale di 164 pagine tutto dedicato a come l’Italia è entrata nella Grande Guerra, giusto 100 anni fa. In un contesto storico-culturale che sembra voler far prevalere un’interpretazione “minimalista” della partecipazione italiana alla Prima guerra mondiale, ponendo l’accento esclusivamente sulle indiscutibili sofferenze che la vita in trincea comportava, lo sforzo di «Storia in Rete» è quello di offrire, ancora una volta, uno sguardo meno banale e convenzionale su quegli anni e quegli uomini. Lo farà raccontando retroscena ed evidenziando le azioni e le scelte che fecero dell’Italia una protagonista vittoriosa: la più giovane tra le nazioni in lotta, capace di confrontarsi con nemici molto più potenti e organizzati ma anche con alleati supponenti ed egoisti. Una Nazione in grado di passare, in soli 12 mesi, dalla tragedia di Caporetto al trionfo di Vittorio Veneto passando per l’epopea del Piave.

    Proseguimento:

    http://www.storiainrete.com/10216/in-primo-piano/storia-in-rete-speciale-1915-litalia-va-alla-guerra/

    A parte il fatto poi che visto e considerato che l’Italia vinse la prima guerra mondiale e invece perse la seconda guerra mondiale con annessa guerra civile, e allora molto più logico e razionale fare ragionamenti controinformativi su come e perché l’Italia perse la seconda guerra mondiale, sull’annessa guerra civile, gli interessi geopolitici in gioco e sui segreti della seconda guerra mondiale che ancora dopo di 70 anni i media mainstream occidentali coprono con le loro vulgate propagandistiche dei vincitori, due su tutti: la vera fine di Benito Mussolini, che non è quella ufficiale propagandata dai media mainstream, la vera fine di Adolf Hitler, che non è quella ufficiale propagandata dai media mainstream, neanche lontamente!!

    In breve:

    “Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad ‘usum delphini’, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.” Honoré de Balzac,
    (1799 – 1850), scrittore francese.

  2. “Ecco la causa ultima della nostra debolezza”

    di Francesco Lamendola

    03/11/2019 per A.N.I.

    Probabilmente nel resto d’Italia non ne è arrivata neppure un’eco, e anche nel Veneto, dove il fatto è accaduto, non se n’è parlato molto, complici, come al solito, i mass media di regime: così solleciti a dare e ingigantire le notizie quando sono gradite alla sinistra, e così restii, per non dire reticenti, quando si tratta di notizie che a quella parte politica potrebbero dispiacere. Pure si è trattato, a nostro avviso, di un caso addirittura paradigmatico, che dice assai più cose di quel che potrebbe parere di primo acchito: spiega, a ben guardare, le ragioni ultime e profonde della nostra debolezza come Paese, della nostra inconsistenza come nazione, della nostra incompiutezza come popolo.

    In breve, il fatto è questo. Al liceo classico veneziano Marco Polo, in prossimità della ricorrenza del 4 novembre, giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate, il preside aveva invitato a parlare, per le classi dell’ultimo anno, due ufficiali appunto delle Forze Armate, uno della Marina e uno della Guardia di Finanza. Apriti cielo, i professori di sinistra hanno sobillato i loro alunni e tutti insieme hanno levato vibrate proteste contro l’iniziativa guerrafondaia, appellandosi all’articolo 11 della Costituzione, nel quale si afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Che cosa c’entra l’articolo 11 della Costituzione con il fatto che due militari si rechino in una scuola statale per parlare agli studenti delle Forze Armate, del loro ruolo e della loro storia, e in che cosa la loro presenza recherebbe offesa al suddetto articolo, o ne violerebbe la lettera o lo spirito, non si capisce molto bene. Del resto, è palese quale sia il vero nodo della questione: l’insofferenza, l’antipatia, diciamo pure l’avversione, se non proprio l’odio atavico e viscerale, delle persone semicolte di sinistra nei confronti delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine: come si vede dai commenti che rilasciano a caso ogniqualvolta queste si trovano al centro di drammatici fatti di cronaca e pagano il loro tributo di sangue sul campo del dovere. Chi non ricorda lo slogan Dieci, cento, mille Nasssiriya, scanditi nei cortei della sinistra all’indomani dell’attacco terroristico in Iraq del 12 novembre 2003, nel quale morirono 25 italiani fra soldati, carabinieri e civili.? E chi non sa che dopo l’uccisione del carabiniere Cerciello, a Roma, la notte fra il 25 e il 26 luglio scorso, subito c’è stato chi ha commentato con soddisfazione il fatto sui social? Sia come sia, vista la presa di posizione di un gruppo di professori e degli studenti di una classe, il preside ha fatto parzialmente dietrofront e ha precisato che assistere all’incontro con i due ufficiali non era obbligatorio, bensì facoltativo. Risultato: l’incontro medesimo è stato sostanzialmente snobbato dalle scolaresche. Soddisfazione dei professori di sinistra e dei loro alunni, i quali si sono fatti schermo della tesi che l’incontro non sarebbe stato in linea con le finalità educative dell’istituto; rabbia dell’assessore scolastico regionale, che ha preannunciato l’invio di ispettori e ha bollato con parole di fuoco i docenti che si sono resi protagonisti dell’episodio.

    Questo, in estrema sintesi, il fatto. Abbiamo detto che esso è profondamente rivelatore di una debolezza di fondo della società italiana e di un divario incolmabile fra classe dirigente e popolo.

    Proseguimento:

    https://www.ariannaeditrice.it/articoli/ecco-la-causa-ultima-della-nostra-debolezza

    Magari domani aggiungerò qualcos’altro.

    Buona serata e cordiali saluti.

    TheTruthSeeker

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