La fine della lingua inglese

Nella storia ci sono state numerose lingue franche, cioè lingue utilizzate al di fuori dei confini nazionali per soddisfare esigenze pratiche. Per qualche tempo la lingua franca fu il greco, soprattutto durante il periodo chiamato ellenistico; poi fu la volta del latino, la lingua franca che è durata più a lungo nel tempo: scrivevano costantemente in latino Leibniz, Newton, Eulero, i Bernoulli, e ancora Gauss, Jacobi, ecc. e proprio in questa lingua pubblicarono le loro opere principali, a distanza di mille anni dalla caduta dell’Impero Romano. Oggi, come sappiamo, la lingua franca è l’inglese.

La diffusione dell’inglese sembra oramai non conoscere confini geografici, socio-professionali e culturali: è parlato e studiato in tutti i continenti, permette a persone di tutto il mondo di comunicare senza problemi e facilita gli scambi economici e diplomatici. Dunque, NON possiamo non conoscere l’inglese, e NON  possiamo evitare ai nostri figli lo studio di questa lingua, a meno che conoscenza, scambio e relazioni sociali non ci interessino affatto.

Però questa situazione – che riguarda noi ed i nostri figli – non è destinata a durare a lungo.

I nostri nipoti, ad esempio, potranno permettersi di non conoscere una parola d’inglese e al contempo esercitare comunque attività di concetto e di stampo internazionale.

Come sanno quelli che mi conoscono personalmente io non amo la lingua inglese e non me n’è mai importato nulla di impararla bene. Quindi, preso atto di ciò, sembrerebbe che chi sentenzia la fine prossima ventura della lingua inglese lo faccia solo perchè non piace  a lui, motivando questa preferenza con la previsione di una fine politica o commerciale del mondo anglosassone. Numerose le analisi che vanno in questa direzione. Ad esempio, c’è chi sostiene che l’inglese come madrelingua sia parlata solo da 330 milioni di persone, contro una popolazione mondiale di 7 miliardi.

Molte colonie ed ex colonie britanniche hanno deciso di abbandonare l’inglese come lingua ufficiale (Tanzania e Sri Lanka, ad esempio), mentre i Paesi Bassi fin dal 1990 respinsero l’idea di istituzionalizzare l’inglese come unica lingua dell’educazione universitaria. Il mondo anglosassone, inoltre, fatica a tenere il passo con la crescita demografica a vantaggio di paesi dove la madrelingua è il cinese o l’hindi.

Studi recenti e molto completi, tuttavia, decretano la fine dell’inglese non sulla scorta del nazionalismo, ma a causa della tecnologia.

Se qualcuno ha già comprato google home o amazon echo forse ha già capito di che parlo. Si tratta di altoparlanti di piccole dimensioni collegati in wifi e capaci di rispondere a tutta una serie di domande e richieste, tipo che tempo fa oggi a Parigi? Che ore sono? Mettimi una canzone dei Queen. Questi aggeggi rispondono prontamente alle richieste, essendo collegati alle piattaforme web come google o wikipedia,  ma sono nati da pochi mesi e commercializzati per poche decine di euro.

I traduttori automatici, che funzionano anche con la voce, senza bisogno di digitare alcunchè, hanno inoltre raggiunto una qualità di traduzione di circa 0.27 per i sistemi d traduzione online DeepL e google. Un buon traduttore umano, cioè un trauttore tradizionale, garantisce una traduzione di 0.60.

La traduzione automatica o machine translation è sempre più diffusa e tra non molto raggiungerà e probabilmente superereà la qualità della traduzione umana. Un cinese, ad esempio, potrà così parlare nella sua lingua madre dietro uno smartphone e l’apparecchio restituirà una traduzione perfetta delle cose dette nella lingua madre del suo interlocutore, sia esso russo, americano, italiano o spagnolo. Non solo, potrà farlo anche nel dialetto locale. Tutto questo accadrà nel giro di pochi anni, mettendo fine non solo all’inglese come lingua franca, ma a tutte le lingue franche.

Vi piace l’inglese? Allora usatelo per leggere The last lingua franca di Nicholas Ostler, dove ciò che sostengo qui viene argomentato minuziosamente.

La fine delle lingue franche e dell’ingelse non significa affatto che non si debbano più studiare le lingue. Solo che tra poco, e finalmente, si potranno studiare le lingue per conoscerne le culture, per interesse personale e non perchè è utile per farci capire quando vogliamo più patate ad un Mcdonald di Londra o al Kfc di Monaco. Ti piace la filosofia e vorresti leggere Kant in lingua originale? Studia il tedesco. Sei innamorata di Proust e delle ragazze parigine? Studia francese. Vuoi recitare Sheakeaspeare davanti ai suoi connazionali o cantare le canzoni degli U2 sotto la doccia? Studia inglese. A breve non sarà più necessario farlo, però, per chiedere informazioni a Istanbul, prenotare una camera d’albergo a Singapore o attaccare bottone con una tedesca a Rimini.

2 Commenti

  1. Eh sì,… campa cavallo!
    A proposito, Google Traduttore mi traduce insensatamente “campa cavallo” con “horse field”.
    [Penso che la traduzione corretta sia “that’ll be the day!”]

  2. In effetti la traduzione delle frasi idiomatiche è la cosa più difficile. Ma… or you eat this soup or jump from the window

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