La sindrome Nando Meniconi della Scuola Italiana

Da qualche anno a questa parte (riforma Gelmini…) in Italia è arrivata l’ossessione di distinguere la conoscenza dalla competenza. E allora via di corsi di formazione, riforme scolastiche, test, alternanza scuola/lavoro, implementazione di prove stile invalsi e chi più ne ha più ne metta.

Di cosa si tratta? Per chi non ha figli o poco mastica di questioni scolastiche, va detto che l’Italia targata pd-pdl che ha governato negli ultimi lustri – la cosiddetta Seconda Repubblica –  ha ritenuto opportuno imitare gli Stati Uniti costringendo insegnanti e ragazzi ad un immane sforzo per considerare le competenze fornite da ogni singola disciplina.

Ok, non s’è capito. Ci riprovo con un paio di esempi.

Un insegnante di letteratura italiana, ad esempio, non deve limitarsi più, come un tempo, a spiegare Manzoni e Leopardi, ma deva anche far acquisire allo studente determinate competenze. Nel caso della letteratura, ad esempio, una competenza potrebbe essere il public speaking (aaaaargh!), cioè la capacità di parlare in pubblico. I prof dovranno dunque certificare il raggiungimento di tale competenza attraverso una collaudata procedura.

Per chi ancora non avesse chiaro di cosa si tratta pensate allora alla fisica, secondo la quale l’acqua bolle a cento gradi. Dopo aver acquisito questa conoscenza, cosa deve dimostrare di saper fare lo studente? Bè, se egli sa fare gli spaghetti aggiunge una “competenza” ad una “conoscenza” perché quando l’acqua raggiunge la temperatura succitata, butta la pasta…

Tutta la scuola italiana ha (obbligatoriamente) lavorato su questa tema, e persino l’alternanza scuola lavoro aggiunta ai licei dalla Buona Scuola di Renzi, segue il filo di questa esigenza.

Ma si è trattato di un’invenzione didattica escogitata da quei furbacchioni del Pd o del Pdl?

Naaaaaaaa. Come tutte le oziose curiosità, questa moda è arrivata dritta dritta dall’America, dove il mito del self made man – quello che i latini chiamavano homo faber secoli prima – rimane un faro liberista indiscutibile. L’uomo di successo deve saper fare, chi sa fa e chi non sa insegna, e tutto il resto del repertorio che vi risparmio, ma che potete ben immaginare.

Peccato però che proprio dagli americani su questo tema siano arrivate importanti novità.

Secondo studi recenti, infatti, gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura nonostante tutti gli investimenti fatti negli ultimi 20 anni proprio per rafforzare questa competenza strategica.

Il Naep, l’Invalsi americano, ha convocato un gruppo di esperti a Washington nel tentativo di fornire una risposta a questo gap e indovinate qual è stata la risposta

leggere non è come andare in bicicletta!

 Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze, mentre il sistema scolastico americano da vent’anni a questa parte ha puntato tutto e solo sulle competenze, a scapito della ricchezza del curriculum.

Ma vaaaa? E occorreva fare uno studio? Bastava a chiedere a qualsiasi insegnante non politicizzato che questa è un’assoluta ovvietà.

Chiunque (come il sottoscritto) abbia avuto studenti stranieri al liceo come uditori o a seguito di operazioni di scambio culturale, sa benissimo l’incredibile, inaudita arretratezza degli stessi in TUTTI i campi culturali.

Ma anche sotto il profilo pratico lasciano molto a desiderare rispetto ai nostri. La scuola americana, il più delle volte, è solo un parcheggio per adolescenti chiamati a fraternizzare attraverso lo sport ed il cazzeggio.

Unica vera nota positiva: seguono corsi specifici sull’orientamento universitario che li aiuta a scegliere bene il corso di laurea (chi se lo può permettere).

Per il resto la scuola europea, e soprattutto quella italiana, è molto più formativa e qualificante.

C’era proprio bisogno di copiarli?

“La storia di questo fallimento educativo – si legge nello studio riportato dal Corriere – è stata ricostruita da The Atlantic in un lungo e documentato articolo in cui si rimarca come il meccanismo perverso dei test abbia agito negativamente soprattutto sulle scuole dei distretti più poveri, quelle che avevano più difficoltà a raggiungere i traguardi prefissati dal governo e che dunque erano più facilmente esposte al rischio di tagliare materie come la storia e la letteratura, l’arte o la scienza che, non essendo misurate dai test governativi, venivano considerate dei rami secchi, per concentrarsi solo sui test. Col risultato paradossale che così finivano per moltiplicare lo svantaggio di chi non aveva alle spalle una famiglia con un patrimonio culturale da trasmettergli. Perché la lettura è un’abilità complessa che richiede non solo la capacità di decodificare un testo ma quella assai più articolata di comprenderlo. E nella comprensione di un brano scritto conta più il nostro bagaglio di conoscenze che le cosiddette abilità di lettura – le reading skills misurate dalle prove standardizzate”.

Come ha sostenuto lo scrittore Andrea Sartori, questa storia l’abbiamo già vista tante volte: in America sfornano un’idea del cazzo. I Nando Meniconi de noantri la copiano perché bisogna liberarsi del vecchiume gentiliano pure un po’ fascista. In America si accorgono di aver fatto una cazzata e fanno dietrofront copiando quello che noi riteniamo vecchiume. I Nando Meniconi de noantri restano alla tappa precedente (ed in Russia la storia è molto simile…)

In Usa c’è un boom della cultura classica in Usa e gli elogi alla cultura umanistica vengono ora rivolti da gente come Bill Gates e Mark Zuckerberg.

 

1 Commento

  1. In India sono tutti ingegneri informatici. Ho conosciuto ingegneri informatici indiani che non sapeveno scrivere il codice per stampare la stringa “Hello World” o che pretendevano di eseguire un codice dall’editor di testo Word. Per non parlare dell’ingegnere elettronico sudanese che non sapeva cosa fosse un condensatore.
    Direi che, in tema di istruzione, non ci conviene imitare gli altri.

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