L’utilità strategica del IV Novembre (2018)

Da 100 anni a questa parte, ogni 4 novembre giorno della vittoria contro gli austroungarici, si torna immancabilmente a parlare di Patria, vittorie e sconfitte. Unità. Italianità.

Al di là della retorica, da meno di 100 anni a questa parte, vado ripetendo che il 4 novembre fornisce soprattutto indicazioni UTILI. E no, non perché la storia, se dimenticata, si ripete e bla bla bla, ma proprio perché la Prima Guerra Mondiale è un deposito di esperienze preziose per chiunque desideri ampliare le proprie capacità organizzative, sia sotto il profilo macro (la società) che micro (famiglia e luogo di lavoro).

Breve premessa.

Il servizio militare obbligatorio l’ho svolto a metà degli anni Novanta, in una scuola militare in commissariato e amministrazione che funzionava piuttosto male e che si trovava a Nocera Inferiore in provincia di Salerno.

Formava cuochi specializzati…

Embè? Che c’è? Non trovate ovvia la formazione di cuoco militare ad un 25enne laureato che ricopre il ruolo di pilone di mischia di rugby in serie B e che risiede a quasi 900 km da Salerno?

Direi che già con questo aneddoto personale si comprenda meglio perché il nostro Ministero della Difesa sia stato umiliato a Lissa, ad Adua, a Caporetto e poi con l’8 settembre.

Ne abbiamo prese anche poche, per com’è messa la nostra classe dirigente in quanto a lungimiranza e buon senso.

Beninteso, io considero l’etnia italiana fantastica, capace di slanci unici e grandi competenze, inventiva e spirito di adattamento, ma sulla classe dirigente dell’ultimo secolo ed anche di quella attuale mantengo forti riserve.

Anzi, credo proprio che dovrebbe essere spazzata via senza troppe remore.

Il guaio della nostra classe dirigente (fatte salve molti lodevoli eccezioni) è che si è formata avendo come assunto di base l’individualismo, cosa che ne limita fortemente l’efficacia in termini organizzativi.

Non è una questione morale (anche), ma soprattutto tecnica.

Ecco che l’esperienza della Grande Guerra, pomposamente chiamata da qualcuno anche quarta guerra d’Indipendenza, ci torna utile per comprendere come addestramento, abilità strategiche dei generali e materiali in dotazione facciano la differenza sui campi di battaglia.

E su questi 3 aspetti nel 1915-18 eravamo messi maluccio, come oggi.

Salvo da questa disamina la Marina italiana, che pur nel limite dei mezzi a disposizione (non abbiamo portaerei) offre a chi vi milita una formazione d’eccellenza, anche negli alti ranghi grazie all’accademia di Livorno.

La tradizione paga.

Sugli altri corpi e sulla loro formazione, stenderei un velo pietoso.

L’esempio

Avete mai visto un elmetto italiano della Grande Guerra? Dalle mie parti (Veneto nordorientale) c’è chi fa collezione di oggetti di questo tipo. Io ne ho uno in ottime condizioni, tedesco però, reperito sul Montegrappa.

Vabbè, penserà qualcuno: più o meno… sempre di elmetto da guerra si tratta. Eh no, non è affatto così.

L’elmetto italiano sembra un berretto. Lascia scoperto il collo, le orecchie e gran parte della nuca. Quello tedesco no. L’elmo teutonico ti copre abbondantemente tutte le parti testè descritte. Particolari? Provate a stare voi in trincea sotto le intemperie, le granate e la mitraglia con un elmetto-berretto come quello italiano. Sono cose affatto piccole, che spesso facevano al differenza tra la vita e la morte. Tra soffrire e non soffrire. Sono cose, per dirla tutta, che ti fanno stimare, oppure odiare, uno Stato, e con esso la sua classe dirigente.

Eppure l’Italia ebbe tempo un anno – dicasi UN ANNO – prima di entrare nel conflitto, e fino all’ultimo manco si sapeva contro chi schierarci: scavare trincee sulle alpi occidentali oppure orientali? Bombardare i francesi oppure gli austriaci? Minuzie. Sottigliezze.

Poi sono arrivati mesi nel fango, sotto la pioggia e la neve, con armamento, calzature e persino elmetti DEMENZIALI, se paragonati a quelli degli avversari.

Ecco che una tradizione italica – l’arte di arrangiarsi – che va benissimo per riparare lo sciacquone del water senza farsi dissanguare dall’idraulico, diventa mortale se applicata in altri campi. Direi quello macroeconomico e quello bellico su tutti.

La classe dirigente italiana, militare e politica, doveva pensarci cento, mille volte, prima di sottrarre la gioventù italiana dai campi e dalle officine e mandarla a morire sull’Isonzo.

Invece non lo fece. Ognuno pensò alle proprie carriere, a spartirsi fette della torta in caso di vittoria, agli onori. Peccato però che nessuno, nemmeno il Cadorna che oggi qualcuno vorrebbe recuperare, pensò all’attrito.

L’attrito è stato ben descritto dallo stratega tedesco Von Clausevitz nel suo celebre trattato sulla guerra.

In estrema sintesi, riguarda lo iato che si crea tra la situazione studiata a tavolino dall’esperto di tattica militare e ciò che poi capita realmente. Basta un attacco di dissenteria tra i soldati o il mal di testa di un colonnello per rovinare il piano. Il calcolo e lo spirito di adattamento di un esercito e dei suoi dirigenti di fronte a queste inevitabili eventualità fanno la differenza tra la vittoria e la sconfitta.

ESTRATTO:

29 giugno, intervento del deputato Giuseppe Emanuele Modigliani (socialista): «Il gen. Cadorna è in arretrato di un secolo, anche nel modo con il quale s’intende da lui mantenere la disciplina militare, cioè col terrorismo e le fucilazioni per sorteggio e le decimazioni».

1 dicembre 1917, dall’intervento del deputato Michele Gortani (cattolico): «Perché si è permesso che il gen. Cadorna instaurasse e mantenesse per due anni e mezzo nell’esercito il regime del terrore?».

“Andrea Graziani, il generale fucilatore. Così era chiamato, soprattutto durante i giorni di Caporetto, l’alto ufficiale che il comandante in capo dell’esercito italiano, Luigi Cadorna, nomina, nel novembre 1917, Ispettore Generale del Movimento di Sgombero delle truppe.
Domenico Petri, sergente in forza al 44° artiglieria, è testimone diretto di un terribile episodio. A Noventa Padovana, il 16 novembre 1917 (ma altre testimonianze collocano l’episodio in un altro giorno dello stesso mese) Graziani ordina la fucilazione seduta stante di un soldato che lo aveva salutato tenendo la pipa in bocca. Sull’episodio vennero presentate due interrogazioni alla Camera dei deputati e se ne occuparono giornali come l’Avanti e il Resto del Carlino c he pubblicarono anche una lunga lettera con cui Graziani difendeva il proprio operato. Graziani venne poi nominato luogotenente della milizia fascista e morì in circostanza mai chiarite.”

“A Noventa, mentre il generale sta passando, questi lo saluta senza togliere la pipa di bocca. Viene, per questo ripetutamente e violentemente colpito da Graziani (uso ad adoperare il suo bastone, fino a fratturare le ossa dei sottoposti), sinché un borghese interviene osservando: «Non è il modo di trattare i nostri soldati»

«Dei soldati io faccio quello che mi piace», grida infuriato Graziani e ordina l’immediata fucilazione del giovane.”

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