Orban e Kurz? Ci stanno, ma sono scarsi di tette

Da quando i sovranisti Orban (Ungheria) e Kurz (Austria) hanno attaccato l’Italia per la questione dei conti pubblici, dando così manforte alla UE, molti usano questa mezza fake news contro i sovranisti italiani dicendo: “visto? L’avevamo detto che il governo è isolato, che i particolarismi finiscono per ritorcersi contro chi li sostiene, ecc. ecc”.

Non solo. Anche tra i sovranisti o cosiddetti tali c’è chi tuona contro i filogovernativi considerati sovranisti di destra: “visto? Orban e Kurz sono nazisti e quando hanno la possibilità di massacrare l’Italia lo fanno senza pietà.”

Entrambe le analisi non colgono per niente il punto. Orban e Kurz cercano di sintetizzare il liberismo col patriottismo e, proprio per questo, ci azzeccano solo a metà. Nel difendere i valori della loro comunità non fanno altro che rivendicare un’appartenenza storica, sentimentale e umana, ma nel tentativo di applicare il liberismo dentro i loro confini nazionali entrano in aperta contraddizione con la prima istanza. Dunque sbagliano, è vero, ma solo a metà. Merkel e Macron, invece, sbagliano al cento per cento, anche se occorre ammettere che sono più coerenti.

Per spiegare meglio il “mistero” dell’appello alle regole degli austroungarici verso l’Italia mi avvarrò di un esempio personale, prendendo a testimone il caso ungherese, che è il più interessante.

Un mio carissimo amico lavora a Budapest come manager. Da diversi anni ha ricevuto dai suoi capi il difficile incarico di trasferire in Ungheria un ramo importante dell’azienda. La società  è italianissima, ma nel tempo, per concorrere e non soccombere, è diventata una multinazionale coi fiocchi. Niente di strano, dunque, nell’avere degli uffici all’estero. In questo caso, tuttavia, non si trattava di aprire uffici di rappresentanza o logistici, ma di spostare un vero e proprio ramo dell’azienda. Il che, per chi non mastica di queste cose, significa la chiusura di uffici in Italia e la riapertura degli stessi all’estero. Perchè questo incarico? Il motivo è facilmente intuibile: in Ungheria si pagano meno tasse e gli stipendi dei dipendenti sono più bassi. E’ il capitalismo, bellezza, e non c’è niente da aggiungere: se un’azienda di grandi dimensioni vuol sopravvivere e rimanere competitiva nel mondo globalizzato, deve fare queste manovre .

Poco tempo fa ho incontrato il mio amico ed abbiamo discusso della situazione ungherese. “Quando abbiamo aperto gli uffici pochi anni fa – mi diceva – lo stipendio di un impiegato era sui 500 euro mensili. Oggi è sui 1200 e aumenta mediamente di un 15% l’anno. Facciamo fatica a tenerci i dipendenti e dobbiamo contrattare il trattamento di ogni nuova assunzione”.

Per farla breve, la fotografia che immortala la situazione lavorativa di Budapest è la seguente: il governo ha facilitato l’arrivo delle multinazionali, ma ha mantenuto alcune paradigmi comunisti, specialmente sugli orari di lavoro, la mentalità, la gestione del tempo libero, e così via. Ergo, le multinazionali approdate a Budapest fanno fatica a fidelizzare il personale, che in questa fase gode di molta scelta e può trovare lavoro a condizioni sempre un pochino migliori se l’interessato porta in giro il curriculum e si dà da fare. Secondo il mio amico manager, però, a breve ci sarà un equilibrio tra gli stipendi ungheresi e quelli degli altri europei.

“Benissimo – ho allora escalmato io – ciò significa che tra qualche anno riporterete gli uffici in Italia”.

“Non credo poprio – ha concluso il mio amico – anche a parità di stipendi, la tassazione in Ungheria è molto più bassa che in Italia, e sulle imprese non raggiunge il 30 per cento”.

Sui vantaggi derivanti dall’apertura di un’impresa in Ungheria, esistono anche delle agenzie specializzate ed un sito web dall’eloquente titolo aprire in Ungheria.

Dunque, Orban non sta affatto portando avanti una politica di chiusura, ma anzi sta invogliando le imprese ad aprire in Ungheria e a creare lavoro in Ungheria. Inoltre, egli sa benissimo che la competitività ungherese non è legata al know how, ma ai costi contentuti ed alla posizione strategica, vicina ad Austria e Germania, paesi a forte vocazione manifatturiera. Per fare questo, ovviamente, Orban ha “abbassato i prezzi” approfittando degli altri competitor più stupidi che, invece, hanno seguito il sistema monetario a cambi fissi dell’euro senza tener conto della storia del proprio debito pubblico e dello stato dell’arte delle proprie infrastutture e produzioni tradizionali. In altre parole, l’Ugheria sguazza ed è in crescita perchè paesi come l’Italia hanno accettato di castrarsi. Orban sa benissimo che se l’Italia si rende indipendente dai diktat europei e riesce a gestire in autonomia il suo deficit potrà in brevissimo tempo  applicare nuove soluzioni fiscali per le imprese e fare investimenti in grado di strappare multinazionali e forza lavoro all’Ungheria. In Italia, contrariamente all’Ungheria, ci sono decine di porti (logistica), università e know how che sulle rive del Danubio si sognano. In altre parole, l’azienda del mio amico manager e tutte le altre potrebbero tornarsene immediatamente nei loro paesi d’origine se mandano a quel paese Bruxelles. La critica proveniente da sinistra sulle aspirazioni nazistoidi dell’Ungheria o quella – da destra – sulla chiusura autartica dei magiari non hanno niente a che fare con la protesta europeista di Orban che, invece, ha capito benissimo qual è la posta in palio.

Il titolo del post non c’entra molto, ma se non faccio così non leggete.

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