Serge Latouche varca il Piave. La mia intervista al teorico della Decrescita

«Troppo tardi, coglioni». Si chiude così – con esprit de finesse – la conferenza che ho tenuto con Serge Latouche di fronte a più di duecento persone stipate  nella sala comunale di Sernaglia della Battaglia, in provincia di Treviso. Latouche ha varcato il Piave proprio nei giorni in cui, da quelle parti, si celebrano i 100 anni dalla fine della Grande Guerra. Oggi il Quartier del Piave è una delle aree più ricche d’Europa, pare persino più della Baviera, e vende prosecco a tutto il mondo. Mi ha fatto dunque “strano” l’invito del Comune a moderare una conferenza con Serge Latouche, il principale promotore al mondo del progetto sulla decrescita, cioè di un modello basato sul non-sviluppo.

Il coraggio dell’amministrazione ad affrontare questo tema e la stima per la rivista filosofica La Chiave di Sophia che ha curato l’evento mi hanno convinto ad accettare. Eppoi, non capita certo tutti i giorni di conoscere da vicino uno degli attivisti economici più famosi del mondo.

Devo essere sincero, però: ho sempre avuto una sana diffidenza verso chi crede di salvare il mondo andando in bicicletta o mangiando solo le verdurine, pertanto mi sono avvicinato allo studio delle opere di Latouche in modo critico, pur avendo comunque in mente di proteggere il relatore da polemiche isteriche, per dovere di ospitalità.

DIETRO LE QUINTE

Prima dell’evento, ho avuto il piacere di cenare con Latouche e compagna. Mi ha mostrato le copertine dei libri che pubblicherà nel 2019 e alcuni articoli a lui dedicati dalla stampa francese. Poi mi ha chiesto di vedere le opere pittoriche di Cima da Conegliano ed io, da coneglianese mancato, manco gli ho saputo rispondere come si deve. Infine, ha fatto quello che mi aspettavo che facesse. Si è alzato tra l’antipasto ed il primo e mi ha detto sorridendo: “ora vado a non-fumare una non-sigaretta”.

Ecco che, in un attimo, molti dubbi che avevo sulla teoria della decrescita si sono dissipati.  Non tutti, ovviamente, ma quelli per me dirimenti si. Dicono che il Diavolo si nasconda nei dettagli, ma io credo che i dettagli rivelino anche la bontà degli uomini. Nel suo uscire a fumare una sigaretta – contrariamente a quanto molti staranno pensando – Latouche ha voluto dimostrarmi di non essere un moralista da quattro soldi. L’intero progetto sulla decrescita (decroissence, in francese) non si basa sul rigorismo pauperista – come viene sempre fatto appositamente credere – ma sul valore della giusta misura, che prevede che l’uomo sappia porsi dei limiti senza per questo vivere come un monaco di clausura. Al ritorno, il Professore ha finito di mangiare il piatto di salumi locali offerto dagli organizzatori, con buona pace del movimento vegano.

LE DOMANDE

Avete mai visto qualcuno dei centomila video di youtube che hanno Latouche come protagonista? Non ne troverete nememno uno dove gli facciano delle domande. Alla fine delle presentazione biografica, Latouche parte con la sua relazione e va avanti fino alla fine dell’evento. Io ho voluto provare – magari senza riuscirci, chissa! – una cosa un po’ diversa, cioè rivolgergli alcune domande interrompendo il filo del suo discorso. Non è stato per niente facile per lui: l’economista a gennaio compirà 79 anni ed è di madrelingua francese. Trovatemelo voi un intellettuale italiano ottantenene che tiene una conferenza al giorno in una lingua diversa dalla sua …

In Italia l’espressione “decrescita felice” suscita ancora oggi molta perplessità. Come si conciliano un sostantivo, decrescita, con un aggettivo a contrasto (felice)?

Questo è un equivoco tutto italiano, se mi consente. Io non ho mai usato questa espressione, attribuibile forse ad altri esponenti del movimento. La decrescita ha un significato preciso e parte dall’assunto che noi viviamo in un mondo finito e con risorse finite. La seconda legge della termodinamica ci dice che se bruciamo 10 litri di benzina essa “non si distrugge”, ma non la possiamo nemmeno più riutilizzare come forma di energia. Come forma di energia la benzina se n’è andata per sempre. E la benzina, che è un derivato del petrolio, è un combustibile limitato, cioè finito. Queste sono cose che capirebbe anche un bambino, ma gli economisti no, si rifiutano di includere nell’economia questo aspetto determinante per il nostro futuro. Pertanto, io ritengo che siamo giunti ad un punto cruciale, che impone il non-sviluppo. Purtroppo la stragrande maggioranza dei mass media e delle persone è indotta a pensare il contrario, e cioè che sia necessario produrre sempre di più. Per farlo, tuttavia, è necessario che le persone siano infelici. Le persone felici, infatti, non hanno interesse a consumare, nel senso che consumano solo ciò che è strettamente necessario, e non acquistano cose per noia e frustrazione, come accade oggi. Ma il mercato è proprio di questa frustrazione che ha bisogno, se vuole crescere. Dunque, io vedo la felicità come una cosa lontana dalla crescita e, sotto molti punti di vista, in antitesi allo sviluppo. Più cresciamo senza che ce ne sia bisogno, più siamo infelici. Il concetto di felicità inteso come accumulo e consumo, comunque, è piuttosto recente, e risale agli ultimi tre secoli, che  non a caso sono i secoli dell’industrializzazione. Prima, il concetto di beatitudine prevaleva su quello di felicità che, per certi punti di vista, nemmeno esisteva.

Lei ha scritto molto sulla fine del consumismo e sull’abbondanza frugale. La frugalità per Latouche è un valore, ma è un valore indotto dall’avversione per il consumismo odierno, oppure è una necessità legata all’ecosistema?

Quando le risorse erano scarse la frugalità era un valore. Ora che le risorse sono ritenute abbondanti il consumo, invece, è diventato il valore per eccellenza. Io propongo di tornare ad un modello frugale,  è vero, ma non può essere questa una mera nostalgia per una mitica età bucolica. Al tempo stesso, però, è molto stupido e bugiardo ritenere che non ci sia mai stata nella storia dell’umanità un’era della frugalità conforme alla natura umana, ai suoi ritmi ed ai suoi bisogni. Anzi! Per centinaia di migliaia di anni, cioè per la maggior parte del tempo della nostra storia, l’uomo è stato cacciatore-raccoglitore, e lavorava 2-3 ore al giorno. Il resto del tempo si interessava alle relazioni sociali e al gioco. Dunque, noi oggi alvoriamo quasi il triplo dei nostri predecessori per motivi legati alla crescita fine a se stessa, ma non perchè ciò sia necessario alla nostra sopravvivenza, e tanto meno per la nostra felicità. In queste zone del Veneto c’è stata l’immane tragedia dell’alluvione, ed è evidente che le cause siano attribuibili a fenomeni come l’effetto serra. Fenomeno artificiale ancora una volta legato al consumismo.

Se la produzione agricola diminuisce secondo un modello di decrescita, com’è possibile mantenere alti standard di quantità e qualità alimentare?

L’agricoltura è stata industrializzata a partire dal Settecento. Prima della rivoluzione agricola e industriale c’erano dei terreni comuni, cioè terreni di tutti, dove si pascolava il bestiame (openfield). Poi, in Inghilterra sono arrivate le recinzioni (enclosures) che hanno responsabilizzato i coltivatori, hanno aumentato la superficie coltivabile e implementato l’ambizione del proprietario della terra. Ciò ha determinato una grave crisi per quel modello contadino, basato sull’economia di villaggio, il dono e la solidarietà. Si può recuperare qualcosa del modello openfiled senza però gettare vie le conquiste fatte in questi secoli in termini di progresso? Ci sono molte proposte a questo, ma la più credibile e percorribile è quella dell’agricoltura biologica, perchè riduce al minimo gli sprechi e consente anche di salvare i beni comuni dalla privatizzazione. Per beni comuni intendo realtà materiali come ovviamente l’aria e l’acqua, ma anche beni non legati alla natura, come i trasporti, l’istruzione e la salute.

«I vizi privati fanno la virtù pubblica». Questo noto adagio sembra sintetizzare la ricetta dell’economia liberale. Tutti si possono arricchire se perseguono il proprio interesse personale, la cosiddetta “mano invisibile”. Delle varie teorie economiche tradizionali – liberalismo di Smith e Ricardo, marxismo, Keynes, scuola austriaca, liberismo di Friedman – quale si avvicina di più alla decrescita?

La decrescita prende atto che lo sviluppo per lo sviluppo non ha senso. Lo sviluppo ha senso solo se soddisfa determinati bisogni, altrimenti diventa una religione: la religione dell’economia. Se guardo alla mia personale biografia devo ammettere che anch’io ero caduto nell’errore di pensare che la crescita produttiva fosse sempre e comunque positiva. Ho lavorato in Africa, ad esempio, ed anche da quell’esperienza mi sono reso conto che nel tentativo di industrializzare l’Africa stavamo facendo lo stesso errore fatto in Unione Sovietica che infatti si è rivelato un errore grave perché quel tipo di comunismo ha cercato di combattere il capitalismo sul suo stesso terreno, e cioè quello della produttività fine a se stessa. Tra le dottrine economiche elaborate negli ultimi secoli, marxismo e Keynes rappresentano senza dubbio alternative che mi piacciono, se non altro perché mirano a risolvere la disoccupazione, che è l’arma attraverso la quale il capitale alimenta se stesso producendo precarietà, e dunque ricatto, ed il consumismo, che come detto si basa sull’infelicità e l’insoddisfazione. Detto questo, tuttavia, è più corretto pensare alla decrescita più come ad una “mentalità”, ad un salto culturale,  che non come ad un’alternativa qualsiasi al modo di produzione. Il pensiero liberale si è imposto come cambio di paradigma ed è basato su un’autoregolazione del mercato che esiste solo nella fantasia, come quella di una “mano” che non si vede.

Concetti come “decrescita” e “frugalità” hanno a che fare con il concetto di limite, un concetto che aveva un grande valore nell’antica Grecia e che oggi è stato sostituito dal suo opposto: l’illimitato. Per recuperare il limite come valore è necessario tornare alle poleis greche, cioè al comunitarismo?

Io sono un fiero avversario dell’universalismo, cioè di quella ideologia secondo la quale ci sono valori assoluti determinatisi in Occidente ed esportabili in tutto il mondo. Pertanto, credo che le comunità locali siano una valida risposta alla globalizzazione del mercato, che è la nuova veste assunta dall’imperialismo, seppur più subdola e pericolosa di altre ideologie del passato.

La terra è un pianeta con un ecosistema finito, ma l’Universo ci vene raccontato come Infinito, o perlomeno in espansione. Si può sostenere che il concetto di limite sia dato da limiti umani che verranno a breve superati, oppure anche l’Universo ha dei limiti?

La fisica non sostiene affatto che l’Universo sia infinito, ma a prescindere da questo non è stato ancora detto come trasportare gli esseri umani, probabilmente tutti, e cioè 7 miliardi, nel pianeta vivibile più vicino. Secondo alcuni, il pianeta vivibile più vicino si trova a decenni di anni luce dalla Terra, e non è nemmeno sicuro che sia idoneo alla nostra sopravvivenza. Inoltre, nessuno è ancora in grado di dirci con quale tipologia di carburante si potrà inaugurare una simile Arca della salvezza. L’ipotesi transumanista non è percorribile al momento e, direi, non è nemmeno auspicabile.

Qual è lo stato dell’arte del progetto sulla decrescita? Si è interrotto oppure è un percorso giunto a buon punto?

Sono la persona meno indicata a rispondere a questa domanda perché sono troppo addentro al movimento, troppo coinvolto. Posso dire però che ad alti livelli il dibattito – anche in Francia – è zero, nel senso che non se ne parla e non se ne vuol parlare tra istituzioni e politici, e stessa cosa dicasi per il mondo accademico. Diverso il discorso per l’ambito culturale, tra le associazioni e tra le persone comuni. La dimostrazione di ciò è anche visibile questa sera, con la sala delle conferenze strapiena e persone in piedi. Temo però che a prescindere dal dibattito, il collasso del sistema sia dietro l’angolo e che quindi poi il Destino, a cose fatte, ci farà esclamare: “troppo tardi, coglioni!”

COSA HO IMPARATO

In estrema sintesi, e al di là di quello che ognuno può pensare o preferire, Latouche mi ha confermato con la sua testimonianza e con la sua profusione d’impegno, una cosa che la filosofia mi aveva indicato da tempo.

Non esiste un’unico modello economico, nè definitivo per l’umanità. Non esiste nessuna “fine della storia” e non è vero che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il suo pensare in modo controintuitivo – lo “sviluppo” da intendersi come parola negativa, ad esempio – mi ha fatto andare con la memoria a Socrate, a Giordano Bruno, a Galilei. A uomini, cioè, dei quali oggi tutti ci riteniamo debitori senza però mai riflettere abbastanza su quanto all’epoca fossero invece considerati eretici, blasfemi e, appunto, controintuitivi. Pensatori che hanno vinto la loro battaglia, ma solo dopo molto tempo.

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