Cara Emma Bonino, la Costituzione italiana non è liberista

Ho ascoltato per intero l’intervento di Emma Bonino al Senato, quello in cui versa lacrime per la democrazia italiana a suo dire calpestata. A parte che solo un tecnico di quelli affetti da violenti attacchi di burocratese poteva capire dove volesse andare a parare (la discussione parlamentare si è svolta con assoluta regolarità), ciò che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia è stato il continuo richiamo della senatrice alla democrazia liberale, alla difesa della Costituzione liberale.

Si tratta di un convincimento completamente antistorico e da quel che è parso di capire persino pronunciato in buona fede (le lacrime finali!). Eppure, basta leggersi la Costituzione del 1948 e le carte dei lavori per rendersi conto che è un convincimento puramente ideologico e che solo una persona con una visione molto parziale della materia e soggettiva lo può esprimere con tanta protervia.

Per capire lo spirito dei costituenti che lavorarono alla Carta dal 1946 al 1947, sarebbe bene leggersi i lavori dell’Assemblea. Tra le parole che emergono più spesso ci sono “patria” e “pace”. Tutto lo spirito degli interventi è permeato dalla volontà di non ripetere gli orrori delle guerre. Ma di tutte e due, però, non solo quelli del secondo conflitto mondiale. Dalle loro discussioni emerge in modo chiaro che i costituenti si mossero all’epoca in due direzioni: da un lato, vollero condannare la tragedia targata 1939-1945 e per farlo considerarono la Carta antifascista, attribuendo ai fascisti ed ai nazisti le maggiori responsabilità dello scoppio del conflitto. Dall’altro, però, vollero anche condannare l’orrore della Grande Guerra, consumata per volontà dei liberali. La prima guerra mondiale, infatti, fu una precisa conseguenza dell’industrializzazione degli imperi centrali e degli stati colonialistici di Francia ed Inghilterra, che per cinque lunghi anni si scannarono per il dominio sul continente e sulle colonie. La Costituzione italiana sintetizza mirabilmente queste esigenze ed il ruolo dei deputati di estrazione liberale fu residuale rispetto a quello fornito da comunisti, socialisti e democristiani. La Costituzione italiana fu una reazione al nazismo ed al fascismo, ma anche al liberalismo. In fondo, a ben guardare, durante il Regno d’Italia e ben prima del fascismo,  il Paese aveva già una mappa per legiferare: lo statuto albertino, che ereditava infatti lo spirito liberale del Risorgimento.  Perchè cambiarlo? Non sarebbe bastato per tornare allo spirito del liberalismo prefascista? La Carta del 1948 – invece – superò il modello liberale fornendo un orientamento socialdemocratico in politica, e keynesiano in economia.

I tre maggiori partiti che si affermarono alle elezioni della Costituente del 1946 erano del tutto estranei alla tradizione liberale del Risorgimento.

Lo era la Democrazia cristiana, con i suoi 207 deputati e il 35 per cento dei suffragi, il Partito socialista (allora Psiup) con 115 deputati (20,7 per cento) e il Pci con 104 deputati e il 18,9 per cento dei voti. Tuttavia i partiti maggioritari, cattolico e marxisti, non soffocarono del tutto le istanze dei partiti di ispirazione liberale, in particolare il gruppo dell’Unione democratica nazionale, con 41 rappresentanti (6,8 per cento), il Pri (23 deputati, 4,4 per cento) e il PdA (7 deputati, 1,5 per cento).
Così la nostra Costituzione repubblicana è un compromesso tra queste tre anime (cattolica, marxista e liberale), ma con la terza NETTAMENTE meno presente delle altre due, che sono prepoderanti. E questo con buona pace di Emma Bonino e delle sue lacrime. Di alligatore.

1 Commento

  1. 1) Considerare Germania e Francia ante Proma Guerra Mondiale come paesi di tradizione liberale mi sembra un pochino azzardato.
    2) Non ho mai considerato la Bonino come una vera liberale. Se lo fosse tuonerebbe contro quella vaccata che è la Costituzione italiana, scritta da partiti che erano eterodiretti, da Roma (altra sponda del Tevere), Washington e Mosca. Ma comunque questa è una mia opinione personale
    3) Qui mi piacerebbe avere una sua spiegazione sulla schizofrenia italiana. Se ho ben compreso il pensiero di Keynes, e se quello che ho compreso è vero la cosa mi trova totalmente d’accordo, le crisi economiche non dovute ad eventi catastrofici assolutamente fuori dal nostro controllo, nascono quando le persone riducono la loro spesa, magari a fronte di timori totalmente infondati, preferendo la liquidità. Obiettivamente la preferenza per la liquidità, soprattutto in una economia fatta principalmente di servizi, quando va oltre certi limiti è una vaccata colossale, e questo per non utilizzare il termine che il ragionier Ugo Fantozzi usava per definire La Corazzata Potemkin. Di fronte a un comportaamento che alla lunga risulta controproducente, Keynes ideò una soluzione che comunque, a mio avviso, si muove sempre nell’ottica liberale che “non esistono pasti gratis”. Insomma lo stato sarebbe dovuto intervenire con un programma di spesa pubblica a deficit finalizzata alla realizzazione di opere pubbliche, strade, ponti biblioteche, dighe e chi più ne ha ne metta.
    In questo modo è vero che si generava inflazione monetaria (si stampava moneta), ma senza fare perdere troppo valore a quella accumulata da chi privilegiava la liquidità perché ciò avveniva a fronte della realizzazione di opere destinate, nel futuro, ad aumentare la capacità di un paese di produrre reddito.
    Messa in questi termini la cosa mi trova daccordo al centouno per cento.
    Riesce allora a spiegarmi perché in Italia, e non da oggi ma da almeno 40 anni, qualsiasi programma di opere pubbliche trova la contrarietà della popolazione? Eppure mettendo in giro dei soldi, e a questo punto poco importerebbe se con corruzione annessa, dovrebbe avere un entusiastico sostegno

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