Discorso di fine anno di Mattarella e di Putin. Trova le differenze

Occorre amare la Bandiera, simbolo del Paese. Occorre mettere la mano vicino al cuore, quando suonano l’Inno nazionale. Occorre anche rispettare il Presidente della Repubblica, ma amarlo è una bella pretesa, se è noioso e pieno di bolsa retorica. Questa sera, tra poche ore, Mattarella terrà incollati milioni di italiani davanti allo schermo televisivo col suo tradizionale discorso di fine anno, ma già sappiamo cosa ci dirà: Europa trallallà. E dunque, meglio ascoltare qualcuno scelto davvero da un popolo e che è in grado di influenzare tutto il mondo in modo serio: Vladimir Putin. Le mie motivazioni – ma guarda un po’ che caso – sono le stesse dello scrittore Andrea Sartori, che ha vissuto anni in Russia e che ben conosce pregi e difetti del Capo del Cremlino.

di Andrea Sartori

Per tre anni ho ascoltato il messaggio di fine anno di Putin. Non mi scomoderò certo a sentire Mattarella.
Però vorrei analizzare il tutto senza fare il Putin Boy e l’hater di Mattarella: Volodja batteva i nostri mille a zero.
La cornice aiuta: l’inno russo è obiettivamente molto più bello dell’inno di Mameli (solo l’inno bulgaro è più bello) e i discorsi di Putin sono preceduti da cotanto inno e panoramica su Piazza Rossa. Molto più suggestivo. La panoramica sul Cremlino resta alle spalle di Putin mentre parla. Più suggestivo dello studio quirinalizio.
Tralasciando il maggior carisma del presidente russo rispetto ad un qualsiasi presidente della Repubblica italiana, è anche il modo di fare il discorso che fa la differenza.
Il discorso di fine anno di Putin è solitamente piuttosto breve, senza lungaggini. Poi, nel pieno della guerra siriana, Putin fece un discorso emozionante, richiamando il valore della lotta contro il terrorismo. Lì mi pareva di sentire uno di quei discorsi “storici”, tipo Winston Churchill. Ma anche l’anno scorso, in un’atmosfera più tranquilla, il discorso di Putin (il più “moscio” tra quelli che ho ascoltato) valeva ugualmente mille dei nostri discorsi presidenziali.
Perché?
Perché parlava della terra e della famiglia come valori cardine. I nostri presidenti ti parlano di Unione europea, stabilità, bilanci, Pil, ti mettono in guardia contro i populismi. Insomma, tutta roba che o lascia indifferente o irrita.
Patria (non Stato. Patria. Non è la stessa cosa: lo Stato è un apparato burocratico, la Patria è la comunità) e famiglia.
Inoltre c’é anche un modo di porsi e di parlare diverso. I nostri presidenti paiono appena tirati fuori dal congelatore. Putin invece parla con tono anche amichevole (e credo sia sincero. In mezzo a tanti errori fatti, credo però che ami sinceramente il suo Paese). Solitamente si rivolge alla sua gente dicendo “druzia”, amici. Insomma non senti la lontananza siderale che senti con il presidente italiano. È oramai più “soviet style” la retorica dei nostri, mentre il presidente russo ha uno stile più occidentale, quasi americano.
Senza fare il fanatico di Putin (non lo sono, sta facendo diversi errori dopo la rielezione) né l’hater di Mattarella (che pure non mi sta simpatico, come nemmeno i suoi predecessori a eccezione forse di Cossiga) ma il raffronto è impietoso.
Perché – tra i nostri – salvo Cossiga, pur così controverso?
Perché era quantomeno uno schietto! Quello che disse su Mario Draghi (facendosi pure un clamoroso mea culpa per averlo favorito) lo vediamo confermato in pieno.
E suo resta il più memorabile discorso di fine anno: “Italiani e italiane, buon anno”. Fine.

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