La guerra del Petrolio

Il Qatar esce dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec). Contava solo il 2% dentro l’organizzazione, ma la fuga è l’ennesimo segnale della guerra commerciale in atto dato che lo ha deciso proprio in occasione del vertice dell’organizzazione internazionale. Secondo le dichiarazioni ufficiali, il Qatar esce dall’Opec perchè è in prima posizione per estrazione di gas naturale,  ma è solo undicesimo come produttore mondiale dell’oro nero; dunque, preferisce concentrare le risorse su quest’ultimo.

L’Opec ha avuto un ruolo finora determinante per decidere il prezzo del barile. Ora le cose stanno cambiando. I Paesi aderenti si riducono di numero, mentre gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore al mondo grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte e la prima conseguenza è l’incredibile oscillazione del prezzo. Se fino a poche settimane fa il petrolio quotava infatti circa 90 dollari al barile, ora scivola sotto 50. I risvolti per il consumatore finale alla pompa della benzina non si vedono, ma sono facilmente intuibili quelli geopolitici tra Russia e Usa.

I paesi che aderiscono all’Opec sono l’Arabia Saudita, l’Iraq, l’Iran, il Kuwait, il Venezuela, l’Angola, la Libia, la Nigeria, gli Emirati Arabi Uniti. Si tratta di paesi esportatori la cui economia dipende quasi totalmente dall’estrazione del petrolio.

La Russia rappresenta una sorta di Opec-2, nel senso che concorre a determinare il prezzo del barile in modo autonomo. Com’è facilmente intuibile, quando il prezzo del petrolio è molto basso, questi paesi si trovano in difficoltà economica, mentre prosperano quando invece il prezzo è alto.

La strategia degli Stati Uniti allora diventa subito più chiara: è necessario abbassare il prezzo per creare difficoltà agli Stati che non sono allineati al modello States. Nel 2015, anno in cui Putin si afferma in Crimea e interviene in Siria, non certo a caso, il prezzo del petrolio crollò a 20 dollari al barile. Era il modo scelto dagli strateghi della Casa Bianca per far crollare la Russia, ma la cosa non funzionò perchè la nazione eurasiatica – già di per sè grande come un continente – ebbe forti appoggi interni (il consenso popolare a Putin) ed esterni (gli accordi con la Cina). In altri casi l’idea di strangolare un paese attaccando i profitti del paese rivale ha funzionato alla grande, se è vero che in Venezuela molti cittadini sono costretti a rovistare nei bidoni della spazzatura.

Come avvengono tecnicamente, questi attacchi commerciali? Gli Usa iniziano a produrrre petrolio a più non posso, buttando sul mercato tonnelate di oro nero a prescindere dall’effettiva domanda. Il risultato è che i prezzi al barile calano drasticamente. Durante il primo attacco alla Russia, nel 2015, Putin aveva dichiarato che il prezzo “giusto” per il livello produttivo atteso di petrolio era di 70 dollari. Con fatica, ma inesorabilmente, il prezzo tornò effettivamente a 70 ed anzi sembrava proiettato nuovamente verso quota 100 dopo anni.

Da qualche giorno il prezzo “giusto” di Putin sembra di nuovo compromesso, e le quotazioni hanno ricominciato a scendere in caduta libera. Oggi la scelta del Qatar sembra andare in questa direzione confermando la strategia americana. Occorre dire, tuttavia, che in questo caso il bersaglio sembra essere più l’Iran che la Russia e che, forse, questo calo potrebbe avvicinare Putin ai paesi Opec come non era mai accaduto prima perchè entrambi hanno tutto l’interesse a tenere alto il prezzo del petrolio chiudendo qualche rubinetto.

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