Cosa vuol dire essere un uomo di successo

Qualche giorno fa spiegavo ad un amico la filosofia economica di Serge Latouche, noto in tutto il globo terracqueo per essere il maggior teorico della decrescita. Pur non essendo un seguace di quel modello, ad un certo momento della conversazione mi soffermai con enfasi sul concetto di successo. In pratica, per Latouche, l’uomo di successo non è affatto l’uomo ambizioso, che produce e si arricchisce. Allora il mio amico, un po’ infastidito da questa dottrina che dovette sembrargli “moralistica”, mi inchioda con questa domanda: “già, ho capito, non è il primo a sostenerlo,

ma chi lo decide che non dobbiamo essere ambiziosi?

In effetti, l’istanza di Latouche di primo acchito lascia il tempo che trova: se sento in me l’impulso ad arricchirmi, perché devo pensare che questo non sia giusto o naturale?

L’obiezione è corretta e merita una risposta precisa, anche perché su questo specifico argomento, Latouche attinge da altri studiosi come Aristotele e Karl Polanyi, ma soprattutto all’antropologia.

E’ vero che l’ambizione è presente in (quasi) tutti gli uomini – una sorta di impulso primordiale – ma non è affatto vero che l’ambizione sia diretta verso l’obiettivo della crescita, della produzione o dell’accumulo di ricchezze. Anzi, il motivo per il quale l’ambizioso contemporaneo raramente si sente appagato, ed a prescindere dai risultati che consegue, è proprio dovuto al travisamento che viene fatto del concetto di ambizione.

Secondo il padre del pensiero liberale, Adam Smith, l’uomo avrebbe una naturale inclinazione per le attività lucrose e questa troverebbe conferma a partire dall’uomo primitivo.

In verità, l’antropologia ha poi dimostrato che la società tribale esercita una pressione continua sull’individuo in modo da eliminare l’interesse economico personale dalla sua coscienza fino al punto di renderlo incapace, in molti casi (ma non certamente in tutti), anche di comprendere le implicazioni delle sue azioni in termini di un simile interesse. Questo atteggiamento è rafforzato dalla frequenza delle attività comunitarie come il prendere il cibo dal recipiente comune o la divisione del bottino di qualche azzardata e pericolosa spedizione tribale. Il premio attribuito alla generosità è così grande, in termini di prestigio sociale, da rendere semplicemente non conveniente qualunque altro comportamento diverso dalla estrema dimenticanza di sé.

Sintetizzando: l’uomo prima della rivoluzione industriale trovava appagamento nell’ammirazione altrui, che si determinava da valori come il coraggio e l’altruismo. Se risaliamo alle origini dell’umanità, durante la cosiddetta preistoria, l’uomo viveva in microsocietà (le tribù) e faceva a gara per distinguersi in doni e prestare soccorso. Il cacciatore tornava al villaggio con la preda e più ne dava agli altri che non erano riusciti a prendere niente, più era “fico”.

In epoca più recente, ma comunque poco prima dell’industrializzazione, l’uomo che si arricchiva si vergognava di questo e mascherava tale surplus con il mecenatismo, oppure rappresentando il nome della famiglia attraverso opere d’arte. E’ significativa, a tal proposito, l’opera commissionata da Enrico Scrovegni, ricco padovano del Trecento al pittore Giotto, che affrescò la celebre Cappella allo scopo di ridimensionare al cospetto di Dio e della comunità le proprie colpe di banchiere usuraio.   

Come scrive Karl Polanyi ne “La Grande Trasformazione” a proposito delle società pre-moderne:

Il carattere personale dell’individuo ha poco a che fare con la questione. Le passioni umane, buone o cattive, sono semplicemente dirette verso fini non economici, l’ostentazione cerimoniale serve a spronare al massimo l’emulazione e la consuetudine del lavoro comune tende a spingere gli standards quantitativi e qualitativi ai valori più alti. La prestazione di tutti gli atti di scambio come doni spontanei che ci si attende che vengano ricambiati anche se non necessariamente da parte dello stesso individuo, una procedura minutamente articolata e perfettamente salvaguardata da elaborati metodi di pubblicità, da riti magici e dall’istituzione di «dualità» nelle quali i gruppi sono legati da obblighi reciproci, dovrebbe da sola spiegare l’assenza della nozione del guadagno o anche della ricchezza tranne che per quegli oggetti che tradizionalmente elevano il prestigio sociale.

Dunque, è certamente vero che l’ambizione è connaturata al nostro essere ed è funzionale alla nostra evoluzione come specie, ma a decidere l’oggetto dell’ambizione è la nostra natura sociale. Se, oggi, l’inclinazione naturale ad avere successo si è piegata all’accumulo di beni o alla produzione autoreferenziale, ciò è dovuto alla progressiva e forzata cancellazione del modello naturale di aggregazione umana, rappresentato fin dall’origine dalla famiglia e dalla comunità.

1 Commento

  1. 1. “Chi è felice è ricco”, Confucio

    2. “Sono un pubblicitario: ebbene sì, io sono quello che vi vende tutta quella merda, quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Io vi drogo di novità e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma”, Frédéric Beigbeder

    Per saperne di più:

    “Le bugie del marketing. Come le aziende orientano i nostri consumi”, Martin Lindstrom, Hoepli, 2016

    http://www.hoepli.it/libro/le-bugie-del-marketing-come-le-aziende-orientano-i-nostri-consumi/9788820367671.html

    Quindi il problema è:

    si vuole continuare a vivere in un mondo dove si manipola il cervello della gente per cui più si consuma e più si è felici opppure si vuole costruire un nuovo mondo , un passo alla volta, dove conta invece la vera autentica felicità dell’essere umano?

    Insomma, economia consumistica = Status Quo

    VS

    Economia Umanistica = Nuovo Modello Economico Alternativo

    Non è una cosa da rocket science, è solo questione di maturità delle masse popolari e quindi anche di volontà politica!

    Complimenti per il suo ottimo articolo che fa riflettere e cordiali saluti.

    Fabrice

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