Cos’è il Venture Capital?

Ogni tanto lo troviamo scritto su qualche quotidiano o nei post di qualche economista dalla bocca larga, ma scommetterei un soldo bucato che la maggior parte non sa di cosa si tratta. Eppure è un tipo di investimento da considerare, seppur con estrema consapevolezza dell’alto rischio che comporta.

In pratica il venture capital è un fondo d’investimento destinato al mercato delle startup, alla biotecnologia, alle informazioni digitali (ICT), alla robotica, alla realtà aumentata, all’intelligenza artificiale, ecc. La particolarità, però, è che questo tipo di fondo non investe su realtà già consolidate nel settore delle nuove tecnologie, ma nelle aziende che vogliono entrare in questa settore (startup, appunto).

Il fondo di Venture Capital italiano per essere autorizzato deve avere la forma giuridica della SGR (società di gestione del risparmio), punta come già accennato ad imprese che per loro natura hanno un’alta percentuale di fallimento (pare ne falliscano ben 3 su 4), ma quando hanno successo garantiscono ai loro investitori un ritorno economico che li ripaga abbondantemente anche di quanto hanno perduto nelle imprese fallite.

Ovviamente anche i “capitalisti di ventura” differenziano il loro investimento. In questa tabella infografica, ad esempio, vediamo il trend degli investimenti del venture capital internazionale.

Come si vede, dal 2013 ad oggi sono aumentate le richieste per software, mentre sono un po’ diminuiti quelli per i servizi commerciali.

Dal sito startupbusiness, ecco un elenco di fondi denominati capital venture che possono essere presi in esame da chi è interessato a questo mercato in via di forte sviluppo:

Five Seasons Ventures –

Programma 102

Indaco Venture Partners SGR

LVenture Group

Innogest Sgr

P101

Fondo italiano d’investimento (2 fondi VC)

Invitalia Ventures (pubblico) –

Primomiglio Sgr

360 Capital Partners

United Ventures

Panakès Partners

Principia Sgr

Vertis Sgr

Quadrivio/TT Ventures  –

OltreVentures

Zernike MetaVentures (pubblico/privato) –

TimVentures (corporate venture) –

Fare Venture – (pubblico)

VentureEU (europeo) –

come si vede dall’elenco oppure linkando sui siti web dei fondi presenti in Italia, il piccolo risparmiatore è escluso dalla partecipazione al fondo. Ma non c’è da disperare: per entrare nel “business del secolo” ci sono altre modalità, ed i fondi elencati  dovranno essere visionati in quanto composti da esperti che in continuazione stanno monitorando questa fetta di mercato. 

Venendo al dunque: come può il piccolo investitore puntare su queste startup?  Ci sono diverse modalità, ma due sono quelle più considerate:

  1. diventare un business angel
  2. investire tramite siti specializzati nel crowndfunding dedicato o in cripto collegate alle startup (le cosiddette Ico)

Il primo caso è forse meno noto, ma merita una digressione.

Il business angel è una persona fisica che si appassiona a una startup, la finanzia e l’aiuta, portando, oltre al capitale, la propria esperienza, conoscenze, contatti. Il business angel a differenza dei fondi di investimento investe risorse proprie e spesso la sua motivazione non è esclusivamente finanziaria.

Più business angels insieme possono anche realizzare un finanziamento in gruppo (syndacation) al fine di distribuire il rischio, investendo ciascuno una piccola parte di danaro, ma  raggiungendo insieme anche cifre elevate.

Il business angel può investire da un minimo di 5-10 mila euro in su, anche se visionando i siti più quotati (tipo l’International Business Anegels Network) è praticamente impossibile accedere all’investimento senza capitali consistenti. 

Questo tipo di finanziamento prevede la cessione di quote della società, sulla base quantificata dagli accordi tra le parti. Consiglio vivamente di rimanere aggiornati su questo tipo di business perchè coinvolgerà un numero sempre maggiore di investitori. Persino la Consob ha modificato il regolamento per agevolare i piccoli risparmiatori ad entrare nel settore.

Se qualcuno fosse interessato ad investire nel settore per motivi meramente speculativi – o in qualità di business angel o come sottoscrittore di crowdfunding – rimane da rispondere ad un’ultima decisiva questione:

come si guadagna una volta che la campagna della startup per la raccolta dei fondi è terminata?

Nel caso delle startup innovative la distribuzione degli utili è vietata per i primi 5 anni e questo pone seri dubbi su questa modalità di liquidazione dell’investimento, almeno all’inizio.

In alternativa, è però possibile guadagnare nel momento della cessione delle nostre quote a un terzo che desidera acquisire il controllo della società. Come se si trattasse della compravendita di azioni di una società quotata in borsa, con la differenza, ovviamente, del rischio liquidità insito nel business startup.

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