Draghi ci ha salvato. Come Griffin con la Balena

Come ogni personalità dotata di potere decisionale, anche Mario Draghi è molto amato e molto odiato. C’è chi lo vorrebbe alla guida del Paese perchè pensa che ci abbia salvato dall’alto scragno della Bce, e c’è chi lo considera un robottino nelle mani della finanza internazionale. I detrattori insistono molto sul suo ruolo di capo della Banca Centrale, ma si scordano – e spesso nemmeno sanno – dei danni procurati all’Italia quando c’era lui a dirigere il dipartimento del Tesoro. E dunque PRIMA di diventare Presidente della BCE. A me la figura di Mario Draghi ricorda quella di Peter Griffin che nel tentativo di riportare in acqua una balena spiaggiata, ne dilania le carni con il carrello elevatore usato per salvarla.

Per chi non mastica di economia la questione è un po’ tecnica, ma molto affascinante e illuminante

A partire dagli anni Novanta, il Tesoro ha stipulato diversi contratti derivati. La cosa è finita male ed il “trade” ha portato ad un danno erariale che sfiora i 4 miliardi di euro. Su questa questione c’è persino un processo contabile, di cui nessuno parla.

Ma partiamo da un po’ di didattica finanziaria: per quale motivo il Tesoro stipula contratti derivati?

Quando una società (ditta privata o istituzione) ha delle attività e delle passività e deve fare il bilancio, bene sarebbe che si tutelasse da alcuni rischi che non dipendono da ciò che essa combina, ma da fattori esterni. Uno di questi rischi esterni, per le attività di uno Stato che ha debito pubblico, è il rischio di tasso d’interesse. Detto diversamente, uno Stato si finanzia indebitandosi, ma per quanto possa agire con prudenza, disciplina e ordine, può sempre capitare che le variazioni dei tassi applicati dal mercato possano inficiare le previsioni sui conti. E’ un po’ quello che succede – mi perdoneranno i più esperti – quando un privato contrae un mutuo per la casa con tasso variabile. Hai voglia a lavorare e ad essere puntuale nei pagamenti se poi i tassi di interesse schizzano: saranno dolori per le rate del mutuo a prescindere.

Dunque, uno Stato cerca di stabilizzare la cosa e per farlo stipula dei contratti che “sembrano” delle assicurazioni. Sono i contratti derivati, chiamati anche swap. Si tratta di costruzioni finanziarie molto complesse, e ne esistono di varie tipologie. Semplificando al massimo, potremo dire che i derivati swap possono stabilizzare i flussi di cassa (la differenza tra le entrate e le uscite) e “coprire” dal rischio che i tassi di interesse vadano ad incidere negativamente.

Se un pugile pesa 100 kg ed il suo avversario ne pesa 80, lo swap consente al pugile svantaggiato in termini di peso di avere quei 20 kg di deficit

Ciò non significa affatto, e qua viene il bello, che il pugile che ha ottenuto i chili in più per pareggiare i conti, alla fine vinca l’incontro!

Stessa cosa con i contratti derivati swap: oltre che a fini assicurativi o di copertura, possono essere usati anche a fini speculativi.

Chiarito tutto questo, ecco che ora possiamo entrare nella questione italiana, Mario Draghi, il Tesoro e tutta la compagnia cantando. Posto che ogni Stato cerca di stabilizzare i flussi e tutelarsi dal rischio di interesse con contratti derivati, negli anni scorsi il Tesoro italiano fece ben altro: vendette swapoption alla banca internazionale Morgan Stanley.

Niente paura, si spiega subito la cosa.

Il tesoro italiano, in cambio di un premio (“schei”, come si dice qui in Veneto) ha venduto delle opzioni, cioè dei prodotti finanziari “particolari” alla Banca Morgan Stanley. Questi prodotti particolari si chamano swapoption. In cambio del premio pagato all’Italia, Morgan Stanley ottenne il diritto di entrare nei contratti swap del paese, cioè di entrare in date future negli scambi di flussi di interesse.

La Banca che compra l’opzione dall’Italia ha la sua perdita massima nel pagamento del premio.

Lo Stato Italiano (il Tesoro), invece, guadagna o perde a seconda di come vanno i tassi (varibili o fissi). A ciò si aggiunga che nel vendere le opzioni fu stabilita anche una clausola che prevedeva che Morgan Stanley potesse chiudere il contratto quando voleva (clausola a quanto pare non inusuale per quel tipo di prodotto finanziario).

Indovinate com’è andata?

L’Italia perse in quell’occasione la bellezza di 3,9 miliardi di euro.

Ciò è potuto avvenire non solo perchè la Banca americana aveva la clausola, e dunque chiuse quando le sembrò più conveniente, ma soprattutto perchè il premio pagato non era alle condizioni di mercato dell’epoca. Come mai l’Italia si fece pagare un premio per la vendita delle opzioni non in linea col mercato? Qualche maldincente lascia intendere che il figlio di Mario Draghi fosse all’epoca in Morgan Stanley e che Draghi fosse il dirigente del Tesoro e che tutto ciò non abbia prodotto nulla di buono per noi. Ma il processo non si occupa di questo! Che diamine! Il processo si occupa solo delle colpe di Morgan Stanley, e dunque non ce ne occuperemo neanche noi.

Chiudiamo con questo grafico, postato su twitter dall’economista e trade Giovanni Zibordi, che dimostra come l’Italia prese le fregature maggiori.

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