Finalmente un dibattito sull’uscita dell’Italia dall’euro… in Germania!

PREMESSA ALLA LETTURA. Non condivido quasi nulla di quanto scrive Hans-Werner Sinn e che riporto integralmente qui sotto. Una pars destruenes fuorviante, ma poi si riprende nel finale.

Se è porno ditemi, che lo tolgo!

C’è un motivo per il quale merita una lettura attenta: anche se alcuni elementi vengono completamente travisati, l’intervento del più importante economista tedesco fa vedere come inequivocabilmente la stampa mainstream tedesca si stia ponendo il problema seriamente, e comunque molto di più di quanto non abbiano fatto i nostri media, ossessionati dai porti aperti, da 4 morti di morbillo l’anno e dalla nebbia in val padana. L’intervento, oltre che in alcuni blog, è comparso sulle pagine blasonate del Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung .

Di tanto in tanto, così, per evitare l’esaurimento nervoso, ho messo qualche commentino personale tra parentesi.

LA TRAGEDIA ITALIANA

Si può discutere se riportare in senso etico l’attuale conflitto dell’UE con l’Italia e castigare la presunta eccedenza degli italiani. Tuttavia, questo conflitto può anche essere interpretato come il risultato di azioni di “comunitarizzazione” intempestive e sconsiderate in Europa, che hanno gravemente danneggiato l’integrazione europea.

Il debito sovrano dell’Italia è stato a lungo elevato, le banche italiane hanno a lungo assopito enormi riserve di crediti elevati. La Commissione europea avrebbe dovuto regolare le banche anni fa e limitare il debito pubblico, ma non è andata così.

Ora la Commissione è improvvisamente sconvolta per un rapporto disavanzo del 2,4 per cento! Ciò accade perché i nuovi partiti euroscettici sono emersi come concorrenti per il vecchio establishment  in Italia.

Dopo il rifiuto del governo italiano di ridurre il deficit di bilancio previsto, la Commissione europea potrebbe imporre pesanti multe (ahahahaha, non le hanno mai date a nessuno, neanche a chi sforava ogni anno, e anche se lo facessero, si può sempre minacciare un’uscita).

L’Italia non vuole pagare queste sanzioni, ma cerca il conflitto aperto (vabbè, qui da noi scrivono invece tutti che hanno calato le braghe). Una soluzione amichevole non è più desiderata. Il governo italiano è stato eletto per adottare misure più radicali. E viene misurato dalla popolazione nella misura in cui può essere all’altezza delle aspettative.

La storia dell’Italia nell’euro è una storia di crediti e garanzie pubbliche, garanzie della comunità e sovvenzioni che hanno tenuto a galla il paese (prima dell’euro invece in Italia si coltivavano cipolle e si moriva di fame…). Tutti questi aiuti hanno agito come medicinali che calmavano i mercati finanziari e la popolazione. Ma non hanno contribuito a risolvere i problemi strutturali dell’Italia. Piuttosto, hanno distrutto la competitività dell’Italia e aumentato la dipendenza dal debito (ma va? E pensare che qualcuno pensa sia stato l’euro… viva le coincidenze!).

Già nei primi anni ’90, lo stato italiano era quasi in bancarotta (quando entrò nel sistema di cambi fissi Sme). Il debito pubblico si attestava al 120% del PIL e l’Italia doveva pagare più del 12% di interessi sui titoli di stato decennali. L’onere degli interessi era insopportabile, il collasso dello stato era prevedibile. Con sempre nuovi debiti scontava vecchi debiti e pagava anche una parte dell’interesse. L’euro doveva essere introdotto in Italia per ridurre l’onere degli interessi (ma grazie! E prima dell’euro per circa 130 anni come avevamo fatto?). Infatti, i tassi di interesse in Italia sono diminuiti di circa cinque punti percentuali in previsione dell’euro, quasi a livello tedesco, che a quel tempo era di circa il 7 per cento. Nonostante la clausola di non salvataggio del trattato di Maastricht, gli investitori erano fiduciosi che i paesi della zona euro sarebbero ora stati protetti dalla bancarotta. Si presumeva che l’Italia avrebbe stampato i soldi per estinguere i propri debiti, o che gli altri paesi avrebbero aiutato direttamente l’Italia, cosa che in realtà è accaduta in seguito (questa fa più ridere delle battute di Pucci).

Per lo stato italiano, l’euro era inizialmente una benedizione (fa più ridere anche di Balasso). La valuta della Comunità ha salvato così tanto l’Italia che sarebbe stato in grado di cancellare l’IVA. Se l’Italia avesse usato i tassi di interesse risparmiati per ripagare i propri debiti, il rapporto debito/PIL sarebbe oggi ben al di sotto del 60% (almeno ha avuto la decenza di usare il condizionale). Ma l’Italia ha agito diversamente. Lo stato non solo risparmiò i tagli dei tassi d’interesse, ma colse anche l’opportunità di diventare sempre più indebitato. Il doppio incremento della spesa ha comportato una domanda aggregata, che ha fatto aumentare i prezzi in Italia più velocemente rispetto al resto dell’area dell’euro. Dal 1995, quando l’introduzione dell’euro è stata decisa, fino allo scoppio della crisi Lehman dieci anni l’Italia è diventata più costosa di circa il 40 per cento, tra cui un apprezzamento lira iniziale contro la Germania, considerando l’indice dei prezzi delle cose, prodotti per consiglio, che è importante nelle questioni relative alla concorrenza. Nessun paese può sopravvivere ad un simile “reale apprezzamento” senza danni (occorrerà regalargli una calcolatrice).

La sovra-tassazione è stata sostenibile fino a quando i mercati dei capitali erano preparati a finanziare il crescente deficit di conto corrente dell’Italia. Ma quando i mercati dei capitali si sono rifiutati dopo la bancarotta di Lehman, il tempo apparentemente buono era finito, e l’Italia è finita sotto le ruote. La perdita di competitività è emersa senza sosta. La disoccupazione è salita a circa il 12% e la disoccupazione giovanile ha raggiunto temporaneamente livelli superiori al 40%.

Al netto delle startup, si è perso un quarto dell’industria manifatturiera (e chi ne ha approfittato? Forse chi aveva il cambio “giusto” al momento della conversione in euro?).

I nervi degli italiani sono a fior di pelle oggi e non vogliono sapere nulla della UE: solo il 43 per cento di loro vogliono rimanere in Europa, meno di altri paesi dell’area.

Anche in altri paesi dell’Europa meridionale, l’euro non è ben visto. Come mostra la tabella qui sotto, nell’ultimo decennio, nessun paese dell’Europa meridionale è riuscito a riportare la produzione industriale al livello raggiunto all’inizio della crisi finanziaria (ho proposto lo stesso studio più volte su micidial, quindi ve lo risparmio).

Mentre i paesi di lingua tedesca hanno rapidamente superato la crisi e ora per il 9% (Germania) e per il 18% (Austria) è al di sopra del livello pre-crisi, l’Italia è sotto del 17%. La Francia, i cui mercati di vendita sono situati nel sud e le cui banche hanno messo molto denaro lì, hanno registrato un calo del 9% rispetto ai livelli pre-crisi.

Il primo ministro di lunga data Silvio Berlusconi, come riporta l’ex direttore della BCE Lorenzo Bini Smaghi, ha condotto trattative segrete sul ritiro dell’Italia dalla zona euro nella recessione del 2011 (l’unica cosa intelligente che ha provato a fare per il Paese in tanti anni di governo). All’epoca, il primo ministro greco Papandreou ha fatto lo stesso, come ha confermato nel 2016 a margine della Munich Security Conference di Monaco. Entrambi volevano rendere i loro paesi ancora competitivi attraverso svalutazioni (perché, l’euro non si è svalutato? Perché il marco non si è svalutato passando all’euro?). Tuttavia, sono stati costretti dalle banche e dalle forze dell’UE competenti a rinunciare ai loro incarichi prima che potessero realizzare i loro progetti (dunque lo ammettono: non dai loro popoli, ma i leader di Grecia e Italia sono stati dimissionati dalle banche e dalle Lobby di Bruxelles, e lo scrivono persino sul quotidiano nazionale in Germania). Entrambi sono tornati alla fine del 2011 nella stessa settimana. In Grecia, un governo di sinistra è salito al potere in seguito. In Italia, i successivi primi ministri Monti, Letta, Renzi e Gentiloni tentarono di riformare, ma riuscirono poco o nulla – almeno nulla che potesse aver cambiato la situazione per l’industria italiana (strano, sono il braccio aramto dell’euro in italia…).

La politica europea non ha fatto affidamento sulle riforme strutturali dell’Eurosistema durante la crisi, ma sui salvataggi finanziari, perché tali azioni hanno anche aiutato banche e investitori dalla Francia, dalla Germania e da altri paesi. I salvataggi sono iniziati con gli scoperti Target, che la Banca d’Italia ha approvato come azione di auto. Poi è arrivato il Programma per i mercati dei titoli della BCE, che ha costretto le banche centrali del nord a comprare carta del governo italiano a partire dall’estate del 2011 (peccato che sta “carta” sia per la stragrande maggioranza acquistata dalle banche italiane). Poiché questo non era abbastanza per i mercati, il presidente della BCE Mario Draghi nel 2012 ha fatto la promessa “Qualunque cosa sia necessario”, che ha implicitamente trasformato i titoli di stato dell’eurozona in eurobond e messo i contribuenti europei sotto una carica senza riserve. Il salvataggio fiscale permanente ESM ha arrotondato la promessa di protezione. Infine, nel 2015, il programma di “Quantitative Easing” della BCE, che ha acquistato 2,1 miliardi di euro di carta governativa dai paesi dell’Eurozona, di cui il 17 per cento in buona parte era rappresentato dal riacquisto di titoli italiani da parte della Banca d’Italia. Questa azione ha catapultato il debito obiettivo di Banca d’Italia a 490 miliardi di euro.

Tutti questi programmi hanno impedito le perdite degli investitori in Francia e in Nord Europa e reso la vita nel Sud sopportabile, ma hanno anche danneggiato l’industria in Italia, perché hanno sostenuto i salari a scapito della produttività che si era creata nella bolla pre-Lehman. Chiunque pensi che il nuovo surplus delle partite correnti dell’Italia dimostri che il paese è già fuori dai guai, si dimentica che questo surplus è quasi interamente dovuto al crollo delle importazioni causato dalla crisi e ai tagli dei tassi di interesse sul debito estero (si lamenta che compriamo poche audi).

Il fallimento dei programmi di aiuto mostra molto chiaramente che l’idea dell’UE è sbagliata, che la politica può generare più debito rispetto a quanto il mercato possa tollerare. Gli investitori privati ​​fermano i debitori, quando diventano eccessivi. Fermano il credito o chiedono tassi di interesse così elevati che i debitori perdono la voglia di indebitarsi.

Questo è il principio base dell’economia di mercato e dei sistemi federalisti funzionanti allo stesso modo. Basti pensare ai problemi finanziari dei singoli stati degli Stati Uniti, che utilizzano già il rapporto di indebitamento attorno al 10%, o la disciplina che i mercati dei capitali esigono dai cantoni svizzeri (in quanti stati americani c’è stata la corsa agli sportelli dopo il loro fallimento perchè la fed lo ha deciso? Nessuno! In Europa, invece, la BCE l’ha fatto con la Grecia, e senza troppi riguardi). La BCE e la comunità internazionale hanno indebolito questa logica abbassando gli spread dei paesi altamente indebitati attraverso vari sistemi di responsabilità civile, a cominciare dall’euro stesso, e sperando quindi che gli Stati membri possano essere tenuti sotto controllo con mezzi legali. L’ingenuità di questa convinzione è inesorabilmente rivelata dalla nuova crisi italiana (ma quale crisi: vogliamo solo mandarvi in mona).

Ora ci sono solo quattro opzioni per intervenire. Il primo è entrare di nascosto in un’unione di trasferimento. In primo luogo, i debiti sono collateralizzati congiuntamente. Quindi i creditori privati ​​sono sostituiti da creditori pubblici, il debito è allungato ed eroso da rinunce di interessi. Infine, i contribuenti degli altri paesi dell’euro danno denaro ai debitori in modo che possano servire i loro debiti agli investitori finanziari, fare shopping con le loro società di esportazione e, non ultimo, impedire loro di lasciare l’euro.

Ciò renderebbe tutta l’Italia ciò che il Mezzogiorno è già oggi: un destinatario di trasferimento troppo caro che non diventerà mai più competitivo e rifornito permanentemente dall’esterno. I trasferimenti sarebbero essenzialmente tangenti per i gruppi politici interessati, dando loro un altro riposo di alcuni anni. Di fatto, l’Europa non può permetterselo, perché di fronte a una competizione globale sempre più difficile, deve diventare economicamente più forte piuttosto che più debole. Tuttavia, questo percorso è stato a lungo preso. E il governo francese insiste ad andare oltre con un’assicurazione di deposito comune per le banche, un’assicurazione di disoccupazione congiunta e un bilancio in euro. Si parla di “shock asimmetrici” esogeni che devono essere rassicurati – come se la crisi nel Sud Europa avesse qualcosa a che fare con eventi casuali ingestibili e transitori.

Il secondo modo è ridurre il prezzo dell’inflazione speciale nei primi anni dell’euro. Ciò richiede tagli ai salari o incrementi di produttività che i dipendenti non condividono (se non altro perché abbiamo già i salari che sono la metà di quelli tedeschi). Il primo è la chemioterapia per l’economia, che potrebbe spingere il paziente alla disperazione. Inquilini e debitori andrebbero in bancarotta perché i loro obblighi di pagamento rimangono, anche se i salari diminuiscono. Quest’ultimo richiede non solo un miracolo di produttività, ma anche una visione che i sindacati italiani non hanno ancora dimostrato. Mentre la Grecia ha perso il 12% e la Spagna l’8% in meno nella crisi dell’euro rispetto ai suoi concorrenti, l’Italia non ha fatto nulla. Dal 2007, il livello dei prezzi dei propri beni è cresciuto alla stessa velocità di quello dei suoi concorrenti nell’area dell’euro,

Il terzo modo immaginabile è la post-inflazione dei paesi dell’Europa settentrionale, in particolare la Germania. Il vero apprezzamento italiano della Germania dal 1995 è del 39 per cento fino ad oggi. Per compensarli, la Germania dovrebbe gonfiarsi del 2 per cento all’anno più velocemente dell’Italia per 16 anni. Gli italiani non potevano sopportarlo, e i risparmiatori tedeschi sarebbero andati sulle barricate.

La quarta via è un ritiro temporaneo dell’Italia dall’euro secondo il piano della Grecia dell’estate 2015 di Wolfgang Schäuble, che è stato poi approvato informalmente da 15 ministri delle finanze del Consiglio Ecofin. Il problema sarebbe la fuga di capitali prevista dall’uscita, che l’Italia avrebbe dovuto affrontare con controlli sul capitale fino a quando l’uscita non fosse stata completata. Da un punto di vista italiano, questo percorso avrebbe alcuni vantaggi (Alcuni? Ahahahahahaha. E’ proprio simpatico! E’ dai tempi de il mio amico Arnold che non ridevo così). L’economia riprenderebbe molto rapidamente a causa della prevista svalutazione, i rapporti di credito interni rimarrebbero in equilibrio perché sarebbero svalutati e persino un debito estero potrebbe essere convertito in lire e svalutato.

Questo problema dovrebbe ora essere risolto dai mini-bot. Dal momento che sono già stati introdotti prima dell’uscita, sono già lì, se in un fine settimana improvvisamente la conversione valutaria viene perfezionata. Tutti i conti bancari, tutti i contratti di lavoro e di leasing e tutti i contratti interni di credito sono mantenuti, tranne che il simbolo dell’euro è sostituito da quello della lira. Anche il debito pubblico emesso prima del 2012 Paolo Savona vuole trasformarlo in lire. Oggi sono ancora tre quarti di tutti i documenti obbligazionari in circolazione. Inoltre, dovrebbero essere aperte riduzioni del debito per ridurre ulteriormente il debito nazionale. I debiti-obiettivo della Banca d’Italia verso l’Eurosistema devono essere annullati. Ciò potrebbe riuscire anche perché non v’è alcuna base giuridica per il loro pagamento per un’uscita di euro e perché leader politici tedeschi li hanno già da tempo definiti come “saldi di liquidazione irrilevanti”. Naturalmente, tutto dovrebbe essere tenuto segreto fino all’ultimo secondo, al fine di evitare una fuga di capitali (questo, amici lettori, segnatevelo per bene).

L’Europa dovrà dare all’Italia molti soldi per scongiurare tutto ciò. In ogni caso, ora inizia il prossimo atto della tragedia italiana.

2 Commenti

  1. Buonasera Professore,
    innanzi tutto una domanda: se la spesa pubblica è “buona” perché la spesa pubblica per interessi è “no buona”? In fondo si tratta di un trasferimento al pari delle pensioni.
    Io direi che la spesa pubblica non è buona per principio ma solo se fatta bene.
    Di seguito poi alcune osservazioni sull’articolo di Sinn, che condivido almeno fino a dove ho letto, e di conseguenza sulle sue.
    1) Che in Italia l’euro, al momento della sua introduzione, abbia voluto dire inflazione folle è cosa di cui qualsiasi casalinga di Voghera si è accorta. Non mi sono certo inventato io la storia dell’equivalenza 1000 lire = 1 €. Non a caso ora ci sta LIDL, catena discount tedesca, che la vende a 0.39 €. Diciamo che la vigilanza da parte di chi doveva vigilare fu carente.
    2) Ancor più che sui prodotti di consumo l’inflazione galoppò sui valori immobiliari e di conseguenza sugli affitti. Poiché nel paniere della spesa di una famiglia ci sta sia la rata del mutuo, o dell’affitto, che il pane, il latte o le scarpe, dire che l’inflazione è all’1% perché pane, latte e scarpe non salgono di prezzo ha poco senso se la rata raddoppia. Diciamo che siccome gli immobiliaristi erano tutti dalla parte di Berlusconi, che era al governo nel momento in cui si iniziò ad usare fisicamente l’euro, sappiamo bene a chi la cosa fece comodo
    2) Svalutazione dell’euro? Ma dove? Nel gennaio 1999, quando vennero fissate le parità, il cambio medio con il dollaro fu di 1.16. Subito dopo l’euro “virtuale” iniziò a crollare fino a giungere a 0.85 nell’ottobre 2000 e poi di nuovo a giugno 2001. Un conoscente che lavorava in una banca svizzera mi spiegò il perché suggerendomi poi di shortare sul dollaro per scadenze successive a gennaio 2002, ossia dopo la trasformazione dell’euro da virtuale a reale. Non gli diedi retta e ho sbagliato. Quel calo era dovuto al fatto che le “casalinghe” dei Balcani e dell’ex-URSS (le casalinghe dotate di AK47, intendiamoci bene) si disfacevano dei biglietti di banca in marchi principalmente visto che a breve non avrebbero avuto più corso comprando dollari. Dopo l’euro è salito fino a 1.57, luglio 2008 ante Lehmann, per tornare a essere, ora a 1.14, cioè dove era partito. Se vogliamo dire che si è svalutato, diciamolo, ma considerando che gli USA se la sono cavata meglio direi piuttosto che è pure troppo forte. Che poi ci siano sbilanciamenti interni è pur vero, ma anche il dollaro magari è debole se consideriamo la California e forte se consideriamo l’Alabama.
    4) Che dalla deindustrializzazione dell’Italia qualcuno abbia tratto vantaggio non ci piove. E’ come dire che se chiude un barne apre un’altro. Ma è proprio sicuro che questa deindustrializzazione sia colpa dell’euro? La burocrazia (ultima prodezza la fattura elettronica) non c’entra proprio niente?

  2. Condivido le sue obiezioni. In effetti, “non è tutta colpa dell’euro”. Tuttavia, rimediare a questa stortura la ritengo una sorta di pre-condizione. Se eliminiamo la burocrazia (mostro insopportabile) miglioriamo senza dubbio, ma non sarebbe purtroppo sufficiente senza uno straccio di autonomia.

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