Il petrolio e le rose

Qualsiasi tentativo di semplificare la questione Venezuela è foriero di errori talmente grandi che meglio sarebbe astenersi dalle analisi. Eppure la cronaca di queste ore galoppa verso una condanna del Presidente Maduro e della classe dirigente venezuelana e nessuno può esimersi dal tentativo di capirici qualcosa. Lo so: era molto più facile fare previsioni sull’Ucriana o la Corea del Nord, o la Siria. Col Venezuela tutto si complica molto. Troppo.

Per fornire un quadro di riferimento, è utile distinguere nettamente, e sottolineo nettamente, la crisi del Venezuela sotto il profilo geopolitico e dell’equilibrio tra gli Stati, dalle sue vicessitudini di politica interna.

Se guardiamo al Venezuela come un Paese che riposa sopra un mare di petrolio, che è alleato della Russia e che gestisce una raffineria in Texas le cui quote sono per la metà in mano ai russi, tutto diventa più semplice. Gli americani e le loro colonie (noi) stanno attaccando il Venezuela per strappare ai russi un’importante partnership economica e per gestire in maniera indiretta le ricchezze del sottosuolo venezuelano. E’ un copione che abbiamo visto tante volte, e solo gli stupidi, gli ottusi ed i tifosi ci possono cascare. Lo abbiamo visto con l’Eni di Mattei, con la Libia di Gheddafi, con i terroristi dell’Isis a bordo dei pickup toyota forniti da Washington, con la Siria, e ora con Maduro. Il copione prevede un tentativo di golpe orchestrato facendo leva sull’opposizione minoritaria interna, poi si invocano i brogli elettorali, le dittature, i diritti umani e la solita sceneggiata nel tentativo di stravolgere la politica interna di un paese sovrano.

Visto e rivisto.

Non viene neanche più voglia di commentarlo. Purtroppo il web non è ancora così diffuso in Occidente da consentire alla maggior parte dell’opinione pubblica occidentale di diffidare e smascherare il trucchetto. Solo un ipotetico manifestante in gilet giallo dotato della tecnologia del teletrasporto potrebbe testimoniare che la Parigi di queste settimane è molto più stravolta dalle proteste antigovenative di Caracas. E tant’è, non siamo a bordo dell’Enterprise, il signor Guaidò non è il dottor Spock (anche se gli somiglia) e il teletrasporto per farci un giretto in contemporanea ancora non ce l’abbiamo. Occorre dunque accontentarsi dei cronisti, di qualche video sui social e incrociare i dati confidando di non incappare in una bufala. La storia ha ampiamente dimostrato che chiunque dopo gli accordi di Bretton Woods abbia tentato di superare il pagamento in dollari del petrolio ha fatto una brutta fine. Ma non occorre stupirsene perchè gli Imperi durano decenni, ed in fondo quello americano ha “solo” 70 anni di vita. Dunque niente di nuovo e siamo alle solite. Anzi, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, diremo che gli americani stavolta ci stanno mettendo un po’ troppo. I bei tempi del Nicaragua o di Pinochet sono un ricordo.

Però, se guardiamo al Venezuela dal suo interno, al netto delle ingerenze straniere che scavalcano il principio di sovranità, lo scnario appena tracciato cambia.

I social stanno facendo venire allo scoperto molti antiglobalisti che non hanno mai nascosto la loro simpatia per Putin e Orban e che ora, di fronte alla crisi Venezuelana, tifano spudoratamente per Trump e sposano la linea di aggressione al Venezuela. Il loro bersaglio polemico è il socialismo, il comunismo, la rivoluzione bolivariana, lo chavismo e, dunque, Maduro. Come se fossero la stessa cosa…

La malafede, o il malinteso, che sta alla base di questa polemica riposa su vecchi pregiudizi verso il socialismo come modello di superamento del capitalismo. Mentre, però, molti che vengono da sinistra hanno fatto i conti con i pregiudizi e guardano a fenomeni come il liberalismo, la finanza ebraica, il fascismo ed il nazismo, contenstualizzandoli, tanti altri sovranisti no-global riamangono fedeli alle vecchie etichette, e dopo essersi vergognati per aver votato Berlusconi per anni, ora si consolano col vecchio refrain dell’incubo comunista.

Allora val la pena dirlo con le parole del vernacoliere:

il gruppo di Maduro nun c’entra na sega col socialismo

Maduro ed il suo sistema economico sono assistenzialisti di stampo pauperista. In pratica manovrano a livello statale le società petrolifere confidando nei prezzi alti dell’oro nero. Il socialismo, contrariamente al liberismo – che è unico ed ha un’unica ricetta – è invece molto composito. Molto più complesso e vario. Generalizzando al massimo, il socialismo è un fenomeno che si propone di superare il capitalismo e dunque propone ricette diversissime (mentre nel liberismo, sempre quella è). La più elaborata di queste ricette è quella del socialismo lavorista, che parte dal LAVORO come valore, ed è l’altra faccia dell’industrializzazione. In altre parole, è una reazione all’industrializzazione, ma senza negare la produzione e la tecnologia, anzi. Per fare un esempio storico, questo tipo di socialismo ha portato l’Unione sovietica da paese rurale del terzo mondo a mandare Yuri Gagarin fuori dall’atomosfera terrestre, battendo gli americani in tecnologia. E tutto questo in meno di 50 anni! Quell’esperienza finì tragicamente anche perchè perse del tutto questa linea socialsita, per sposarne un’altra, che non esiterei a definire “madurista”.

Maduro non è un lavorista, ma un assistenzialista: Infatti, non si produce un cazzo in Venezuela!!! E’ una società che vive sugli allori di avere una materia prima. Quando il petrolio sale di prezzo distribuiscono assistenza, quando cala non ci riescono (ovviamente). Come fanno molti paesi in Africa, ad esempio. ma anche in certe zone d’italia, come dove vivo io: c’è la monocoltura (prosecco) ed ora va molto bene, ma 50 anni fa erano con le pezze al culo e migravano. Non c’entrano destra e sinistra in questi casi; quella della monocoltura è proprio una scelta sconsiderata a prescindere. Il Venezuela sfrutta una sorta di monocoltura: il petrolio…Questa è una cosa comune anche a moltissimi paesi a libero mercato, come il Congo (che è il paese più povero del mondo) dove hanno le miniere di diamanti e sono liberisti. Dunque, ora Maduro rischia davvero perchè se hai iperinflazione e non cambi politiche economiche non puoi reggere a lungo, golpe o no.

Il Venezuela è solo assistenzialista, non socialista. L’operazione di Chavez, i primi anni, aveva un senso, perchè dava dignità agli indios. Cioè andava nella direzione di una minima ridistribuzione in un paese nella merda, con un sacco di abitanti senza nemmeno la possibilità di avere la carta d’identità e quindi soggetti ad abusi di ogni tipo. Ora, però, e da diversi anni, quelle politiche si basano solo sugli introiti di una materia prima che non richiede nessun sforzo dell’ingegno, e quindi è un sistema destinato al fallimento, ma non va confuso col socialismo che è applicato con profitto in molti paesi con diverse varianti.

Se guardiamo solo al pil, un paese socialista, la Cina, è il paese più forte del mondo. Se guardiamo agli stipendi, Svezia e Norvegia, socialisti, sono i migliori al mondo con la Svizzera, cha ha anch’essa uno stampo socialista di pianificazione statale (anche se non lo ammetteranno mai). Poi ci sono paesi fannulloni, come il Venezuela, o l’Argentina o Haiti, dove si fa la fame a prescindere dai cambiamenti di bandiera politica.

Maduro per questioni geopolitiche è un simbolo di indipendenza antimperialista che va difeso, ma non certo per il suo anacronistico assistenzialismo. Qualora dovesse sopravvivere a questa tempesta, il Venezuela dovrà comunque cambiare la sua classe dirigente, incapace di ragionare in modo dinamico. L’intuizione sul petrocoin era brillante perchè si basava sulla tecnologia blockchain, ma forse è arrivata troppo tardi.

3 Commenti

  1. Mai lette tante cazzate in una volta sola…basterebbe che non ci fosse l’embargo degli ameri-cani e tutta questa sequela di cazzate crollerebbe senza nemmeno lo sfporzo di doverle confutare una per una…!

    • Caro Mario, lo sai che la prima regola in economia è avere un’alta industrializzazione, vero? Ok, hanno l’embargo, ma sono anche costretti fottutamente ad IMPORTARE QUASI TUTTO, con conseguente ricattabilità sui prezzi. Ma pure in quel caso i bolivariani avrebbero dovuto previlegiare le importazioni da PAESI AMICI, non da Stati Uniti e Brasile, mettendosi letteralmente con le palle nelle mani dei loro nemici. L’analisi di Massimo è perfetta: non costruisci il socialismo su politiche assistenziali foraggiate da una singola materia prima. Senza nessuna produttività si andrà al collasso.

      • Anch’io trovo l’analisi di Bordin molto azzeccata, mi sembra che come tutte le operazioni di rivolte più o meno colorate dirette dagli USA, pochi abbiano capito il vero scopo delle vere mire imperialiste, mi piace anche il riferimento alle monocolture, sarà che ci accomuna l’origine della stessa terra del prosecco ma trovo l’analisi di Bordin molto più seria e precisa di molte altre.

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