La grande bufala del merito nel sistema liberale

Ogni sistema ha qualcosa di buono e bene sarebbe riuscire a cogliere quanto di sensato esiste anche  nel liberismo per non gettare il fatidico bambino con l’acqua sporca, ma l’individuazione del merito come valore centrale del modello economico imperante è una truffa che neanche Totò ai tempi della Fontana di Trevi. Gli esempi di formazione personale proposti da influencer come Marco Montemagno vanno bene per l’aspetto psicologico e anche come pungolo per la ricerca, ma non vanno confusi con la verità. In altri termini, il self made man proposto dal modello liberale è un simbolo sotto il profilo della costruzione dell’immaginario ideologico liberal, ma è una panzana sotto il profilo pratico, e sarebbe ora che qualcuno lo dica in modo chiaro.

Tempo fa girava online questa curiosa storiella, mi pare riferita al miliardario Rockfeller. Quando al magnate americano chiedevano conto della nascita della sua ricchezza lui diceva:

“Non avevo che un dollaro in tasca. Un bel giorno andai al mercato e comprai un chilo di mele per un dollaro che poi rivendetti a due dollari con un banchetto di frutta fresca in strada. Poi, con la nuova entrata tornai al mercato e comprai 2 chili di mele che rivendetti guadagnandoci  4 euro”.

“E poi che fece?” Chiese l’interlcutore?

“Niente – disse Rockfeller –  poi mia zia morì ed ereditai un milione di dollari”.

Ecco, al di là del fatto che la storiella sia vera o meno, direi che essa disvela in pieno la grande bugia su cui poggia il pensiero liberal.

Benjamin Harnett, noto scrittore ed esperto di ingegneria digitale, ha intervistato 300 miliardari di alto profilo  sulla loro biografia e,  da  non crederci, tutti hanno ereditato la ricchezza dalla famiglia.

Anche nei casi più eclatanti di successo, il mainstream non ce la racconta giusta. Stando alla narrazione i vari Bezos di Amazon e Zuckerberg di Facebook hanno iniziato nel garage, oramai assunto a simbolo delle startup e dell’innovazione 2.0. Lungi da me negare impegno ed ingegnosità ai pionieri del digitale e del commercio online, ma Bezos – che viene descritto come figlio adottivo di un migrante cubano –  poteva contare sullo stipendio di quel padre, che faceva l’ingegnere per la Exxon, non il raccoglitore di cotone, mentre Zuckerberg ideò facebook con alcuni amici ad Harvard, università americana di prestigio la cui retta non è inferiore ai 40.000 euro annui.

Chi ha successo nella vita in un qualche settore, ritiene che alla fine il merito prevalga sempre. Chi non ha successo (o non è soddisfatto), ritiene che tutto dipenda dalla fortuna. Posizioni che poi gli stessi rovesciano completamente con l’alternanza di successi e insuccessi. Spesso i falliti di ieri sono i grandi manager di domani: avete presente il caso McDonald? In quel caso un venditore ambulante preso in giro da tutti alla veneranda età di 52 anni intuisce le potenzialità del ristorante dei fratelli McDonald in Arizona e diventa l’uomo più ricco del mondo con le affiliazioni. Fino a 52 anni era uno “sfigato”…

Come diceva Aristotele, la verità sta nel mezzo, nel senso che l’impegno è solo una precondizione, ma il sistema liberale non garantisce successo a seguito dell’impegno e agevola il percorso soprattutto ad ereditieri e ruffiani

Un parametro per l’autovalutazione che ritengo valido e utilizzo spesso è questo:

NON ci si valuta sulla scorta del giudizio altrui, ma mettendo in conto il nostro punto di partenza e gli ostacoli che erano collocati lungo la prateria percorsa. Dopo (e solo dopo questa analisi)  guardiamo dove ci troviamo ora.

(con questo parametro non ci sono falliti più grandi, in Italia, di personaggi come Lapo Elkann o Umberto Marzotto, ad esempio).

Per quale motivo, nella valorizzazione dei singoli e per migliorare la produttività aziendale non si utilizzano i dati misurabili?

Per il semplice motivo che proprietari e dirigenti potrebbero anche avere la spiacevole sorpresa che il risultato migliore lo registrano tra quei dipendenti su cui non avrebbero scommesso un centesimo; tra quelli dai quali magari una volta hanno ricevuto una risposta sgarbata; oppure proprio da quelli che avevano in mente di ridimensionare nel ruolo prima della fatidica misurazione.

Per questo, in ogni azienda italiana, in ogni contratto sindacale, si trovano criteri di misurazione del merito che fanno accapponare la pelle, come “l’apporto individuale”, “il problem solving” ecc. ecc., pantagrueliche cazzate che lasciano così a manager e padroncini il massimo della discrezionalità e dell’arbitrio.

Con la tecnologia oggi a disposizione, invece, sarebbe semplicissimo sapere CHI ha fatto cosa, QUANDO e in QUANTO tempo.

Ma il vago e imprecisato valore del merito è l’ennesimo rifugio delle canaglie, degli ereditieri, dei parassiti, dei ruffiani e degli sfruttatori. I liberali in questo rifugio ci sguazzano, ma hanno effettivamente la furbizia di imputare queste colpe agli altri.

1 Commento

  1. Nell’organizzazione statale dovrebbe essere più facile applicare quelle modalità che permettono di poter utilizzare quei dati misurabili, purtroppo non è così. Di fronte alla possibilità di migliorare le condizioni comuni, non riusciamo ad utilizzare la nostra coscienza critica,accettare la trasparenza di tutti i nostri atti interni,-ricordate il progetto di Cuperlo? sincronizzaremo tutti gli ENTI senza licenziare nessuno? Perchè ad esempio la Merlino con tutte le volte che lo ha intervistato non ha chiesto a quale punto si trova la sincronizzazione? Oppure perchè non se ne parla più? non posso confrontarlo con quanto mi ha detto un mio amico, possiamo sempre porci la domanda-.Eppure è il primo gradino di una costruzione trasparente, non più la carta il documento per la comunicazione e la registrazione, poi i bit hanno il vantaggio di non pesare non sono atomi e non tengono famiglia – la scusa per giustificare azioni dal sapore molto umano in cerca del perdono-

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