Siamo in Recessione Tecnica. La spiegazione dei liberali

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Le analisi dei liberisti rivolte ad individuare le cause delle crisi economica o a proporre soluzioni, sono sempre state ridicolizzate su questo sito. Oggi però faremo un’eccezione, puntando i riflettori su un aspetto che alcuni della scuola liberal hanno indicato e che deve essere tenuto in seria considerazione.

L’economia italiana naviga a vista almeno dal 2008 ed è a rischio recessione in modo costante. Quando cresce, la crescita non sfonda mai veramente “con le vesti del boom”, ed i trimestri di calo – per quanto risicato esso sia – superano quelli con il segno più

La sensibilità della nostra economia ad eventi esterni è eccessiva e basta un rallentamento mondiale che esso si ripercuote sull’industria manifatturiera italiana mettendo in affanno il fatidico pil, cioè l’indice che misura la produttività di beni e servizi.

Chi difende il nostro sistema pone l’accento sulla capacità produttiva degli italiani a realizzare manufatti, ma in verità la manifattura italiana, che è la seconda d’Europa, da molto tempo non è più la base della produttività di un paese occidentale. Anche se amiamo pensarci come ad una fabbrica che fa tante belle cose, la nostra economia è soprattutto un’economia di servizi, come in tutti i paesi avanzati.

Secondo l’economista di Harvard Dani Rodrik, il picco è stato raggiunto nel 1980. L’industria “valeva” il 30,6% del Pil nel 1992 e il 21,8% nel 2016. Alla fine del XX secolo, l’industria occupava il 32% della forza lavoro, ma solo più il 26,6% nel 2015.

Per quanto riguarda in particolare il manifatturiero, il suo peso sul Pil è passato dal 23,9% al 16,3%, recuperando in parte il tracollo della Grande Recessione

Dunque, se la manifattura in Italia non pesa più del 20%, tutto il resto cos’è?

Si tratta sempre di aziende e società, ma non principalmente rivolte alla produzione industriale, bensì ai servizi all’impresa. Chi produce un frigorifero appartiene al mondo manifatturiero, chi lavora per il controllo di qualità o si occupa degli aspetti finanziari e fiscali o della logistica, no. Ed è proprio in questi settori che gli italiani sono rimasti al palo.

Le società che caratterizzano l’80% dell’economia italiana non sono innovative, spesso – come scrive sovente Michele Boldrin – sono troppo piccole e con produttività marginale bassissima. Le startup italiane, aggiungiamo noi, non raggiungono mai le dimensioni di Airbnb o di Uber. Come mai?  Eppure, le idee non mancano affatto, ma la mentalità “nanista” non viene facilmente superata. C’è stato un momento, negli anni Novanta soprattutto, che chiunque avesse un furgone di sua proprietà si considerava un imprenditore. Questa mentalità da “padroncino” è rimasta, ma se non fa danni quando ad averla è l’imbianchino  o il calzolaio, essa rischia di diventare un boomerang quando contamina anche l’agenzia di ingegneria informatica.

Il valore dei servizi professionali e scientifici chiamati high skilled in Italia è quasi inesistente ed i servizi finanziari non hanno ancora recuperato lo shock del 2008.

Il gruppo di liberali molto attivo online guidato da Michele Boldrin e Alberto Forchielli che sostiene la bontà di questa analisi non è comunque particolarmente apprezzato tra le fila dei liberali stesssi, come dimostra un editoriale della rivista RivoluzioneLiberale (qui).

Il nanismo dell’impresa italiana, la mancanza di startup e lo scarso sviluppo dei servizi alle imprese sono senza dubbio  motivi di stagnazione dell’economia italiana.

Nei prossimi report indagheremo le ben più importanti cause strutturali della recessione che i liberal, al solito, fingono di non vedere.

1 Commento

  1. Non mi esprimo in materia, io però credo la la crescita sia frenata da una richiesta eccessiva di certificati fatti a pmi…..

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