Perchè ho lasciato il sindacato

Quando decisi di lasciare l’attività di dirigente sindacale per dedicarmi anema e core a quella di insegnante, in molti mi dissero che ero fuori di testa perchè il sindacalista che raggiunge un alto profilo dentro l’organizzazione guadagna più di un docente e, soprattutto, fa continuamente carriera. In quei giorni di scelta – che assicuro essere stati tra i più difficili della mia vita – la preoccupazione maggiore andò a chi mi aveva dato fiducia. Non volevo tradirli, e infatti rimasi “a mezzo servizio” per parecchi mesi, cercando di barcamenarmi il meglio che potevo tra le due attività. Pochi sanno (o fingono di non sapere) che l’attività sindacale è molto impegnativa, che non ci sono orari, che stai sempre al telefono quando non sei in ufficio o in trattativa e che gli iscritti pretendono risposte sempre, anche quando sei in vacanza, e se non sei esaustivo ed efficace o non rispondi al telefono ti danno tranquillamente la disdetta, anche se ti hanno cercato la domenica mattina per qualche insignificante paturnia.

Per molti punti di vista, dunque, l’attività di insegnante è meno faticosa e più gratificante sotto l’aspetto della serenità familiare. Dunque, quest’ultima nota potrebbe bastare come giustificazione della mia scelta di allora di mollare.

Non basta, però. C’è di più, purtroppo.

Qualche giorno fa, per puro caso, ho incontrato una dirigente sindacale che dopo i convenevoli rituali mi ha voluto fulminare con questa ferale notizia: “Lo sai che Giangiacomo Pistolazzi (nome di fantasia) è passato con noi?”. Dopo qualche attimo di sbigottimento reale, ho balbettato: “Ma, ma, Pistolazzi del sindacato Ulpa (nome di fantasia) non era un sindacalista opportunista, che giudicavi peggiore dei padroni?”

La sindacalista si è messa a ridere e ha fatto spallucce. Questo recente aneddoto, mi ha fatto ripensare agli anni in cui ero in bilico tra l’attività di contrattualista e quella di insegnante, e mi ha oltremodo consolato, convincendomi vieppiù di aver fatto una scelta giusta. Giustissima.

In questi anni i lavoratori dipendenti fanno il tiro al piccione coi sindacalisti. Pubblicano online post farlocchi dove mostrano i loro guadagni. Li criticano bollandoli come carrieristi e politicizzati.

Dovrebbero vergognarsi. I lavoratori dipendenti, però, e non i sindacalisti che non sono altro che il riflesso di ciò che essi stessi sono.

Il vero motivo per cui ho lasciato il sindacato furono loro, i lavoratori, non i “padroni”, non i vertici oppurtunisti dell’organizzazione sindacale.

Che modalità di fare sindacato era quella “alla Pistolazzi”?

In pratica, si trattava di fare incetta di iscrizioni promettendo briciole, e di mollare le battaglie importanti, quelle che magari salvavano il ruolo o il plesso lavorativo. Il neoassociato, avvicinato dal sindacato perchè scontento di tutto e di tutti, diventava ben presto a sua volta una macchina da iscrizioni, perchè veniva premiato con le famose briciole, mentre a quelli che raccattava in giro rimanevano le briciole delle sue briciole. Inoltre, quel tipo di sindacalista seguiva l’associato a livello individuale più che collettivo, proprio come farebbe un avvocato sottopagato che deve sbarcare il lunario e accetta di seguire qualsiasi causa persa. Alla fine, l’importante era far numero, dimostrare ai responsabili nazionali di aver iscritto anche solo un’anima in più rispetto a prima. Nel frattempo – e a sto punto giustamente – quelli che contano davvero si affrettavano a portare tutto il grosso della produzione e del lavoro in Romania e in Ungheria. Se trasferiamo il ragionamento a livello pubblico, quella fu la stagione del blocco delle assunzioni e dei concorsi per le carriere interne o, peggio ancora, delle famose esternalizzazioni, per le quali un operaio qualificato del Comune veniva trasferito di peso in una società di proprietà mista a fare la qualunque, con licenziabilità e cambiamento di mansioni. Però aveva passato gli anni a leccare le briciole dal pavimento, e non si era accorto di nulla.

Tempo prima di fare il dirigente sindacale, per riparare un danno grosso all’automobile, sospesi la frequenza universitaria e feci l’operaio in catena di montaggio. Qualche mese di lavoro duro, dal lunedi al venerdi alle saldatrici Rivoira, in Electrolux, settore elettrodomestici. Il mio rapporto coi colleghi non fu particolarmente empatico. Andavo alle machinette del caffè ed avevo una spiacevole sensazione. Sensazione che non seppi allora spiegarmi bene, ma che mi venne chiarita diverso tempo dopo, ascoltando il filosofo Costanzo Preve su youtube. Preve aveva fatto l’operaio, in Francia, e all’amico che lo stava intervistando (tale Diego Fusaro) confessò: “Gli operai, mi dici? Ma gli operai parlano di calcio”

Ecco, in poche parole Preve era riuscito ad esprimere tutto il disagio del mio fare l’operaio prima ed il sindacalista poi. «Gli operai parlano di calcio».

Cosa significa? Semplicemente, che la massima ambizione dei lavoratori dipendenti è quella di lavorare di più ed essere pagati di più per cambiare classe sociale ed entrare nella classe medio-alta della società. Di un mondo più giusto, della ridistribuzione, delle opportunità per tutti, non glie ne può fregare di meno.

Ai tempi del sindacato ero fresco della letture di Karl Marx. Pur nella lucidità e novità delle sue analisi, Marx cannò completamente la pars costruens, per lo meno quella per la quale la classe dei lavoratori dipendenti diventa il soggetto rivoluzionario.

Per quello che ho visto io, basta un imbecille qualsiasi che prometta loro di guadagnare un soldo bucato più dei colleghi, ed ecco che la rivoluzione può attendere per sempre. Ma non solo la rivoluzione, anche i più elementari diritti ottenuti dalle lotte sindacali della prima metà del secolo scorso. Tutto può andare a farsi benedire, basta che un venditore di tessere qualunque ti prometta un soldo bucato più del vicino.

Non li conto nemmeno i colleghi che chiedevano un intervento del sindacato per la progressione di carriera e che, dopo aver ottenuto l’aumento, strappavano la tessera. Oppure sindacalisti che in un luogo di lavoro promettevano una cosa, e in un’altro assicuravano del contrario.

Le conseguenze di questa politica sindacale oggi sono sotto gli occhi di tutti: settore pubblico frammentato in mille aziendine inefficienti di proprietà di enti locali e usate solo come comodo parcheggio per politici trombati. Stipendi fermi al neolitico preceramico. Precarità assoluta e pensionamenti possibili solo in età da premorienza. I lavoratori, inoltre, non hanno il know how per gestire in autonomia un bel nulla, e dunque, mentre la borghesia era riuscita nel Settecento ad abbattere l’aristocrazia grazie alle conoscenze scientifico-filosofiche, il proletariato di oggi è rimasto ignorante delle dinamiche produttive e finanziarie che stanno dietro al sistema, e dunque – anche volendolo – non riuscirebbe a gestire un bel nulla da solo.
Le classi socaili esistono ancora. Anzi, si stanno radicalizzando in due sole: alta borghesia e popolo. Ma la soluzione non potrà venire dalla classe di produttori industriali manifatturieri indicata da Marx.

Faccio però mie le stesse parole pronunciate nel 2016 da Vladimir Putin, riferendosi al Pcus, anch’io

“contrariamente a quanto fatto da altri, non ho buttato la mia tessera, né l’ho bruciata. Sta ancora lì, da qualche parte”

4 Commenti

  1. …e io che pensavo che il divario di salario tra gli operai italiani e tedeschi fosse dovuto al fatto che i nostri sindacati si occupassero solo “di un mondo più giusto, della ridistribuzione, delle opportunità per tutti “, invece che di semplici, volgari rivendicazioni salariali…

    • carissimo – a parte che se hai ben visto il pezzo io critico la rivendicazione salariale per il singolo, e non, ovviamente, quella collettiva – chiediti come mai se i sindacalisti italiani hanno lottato negli ultimi anni per rivendicazioni salariali esiste questo divario. Ho fatto il sindacalista tanti anni e so inequivocabielmente che tutto dipende dal potere contrattuale che hai. Ed il potere contrattuale che hai non c’entra una mazza con la tua abilità oratoria e leuguleia di chiedere salari più alti. Se fosse stato per questo i miei assistiti sarebbero oggi miliardari

  2. Ho lavorato per 40 anni in una grande (12.000 dipendenti quando mi hanno assunto nel 1977 ) oggi media (3.000) azienda genovese.Confermo tutto.Posso aggiungere che, ai tempi
    del Moro di venezia di Raoul Gardini in Coppa America, improvvisamente alle macchinette del caffe’ si parlava solo di vela e tutti erano diventati espertissimi di strambate e sapevano andar di bolina.
    Gli operai, tranne casi particolari, sono ignoranti ed opportunisti.Lo stesso vale per i sindacalisti che li rappresentano.Non potrebbe essere altrimenti.Anche se devo dire che 40 anni fa, in particolare tra i sindacalisti della CGIL, c’erano anche persone oneste e preparate.Gli operai erano ignoranti come adesso (e parlavano di calcio come adesso), ma alcuni (pochi) leader sindacali, degni di stima e carismatici, riuscivano a portare verso una maggiore consapevolezza, coscienza di classe si diceva allora,parecchie persone.

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.