La strategia degli americani sul Venezuela è fallita

Il golpe in Venezuela si sta rivelando un fallimento come quelli già registrati nella Turchia di Gulen e nella Siria di Assad. Dopo una serie ininterrotta di successi, sembra subire una battuta d’arresto la strategia dei neocon di esportare la (loro) democrazia nel mondo. Eppure, analizzando la situazione di Caracas si dovrebbe essere prudenti prima di sostenere che il colpo di Stato sia miseramente fallito. Il golpista Guaidò non è infatti stato arrestato, il parlamento è in mano all’opposizione e moltissimi Stati riconoscono il giovane ingegnere come il nuovo governatore del paese sudamericano. Tuttavia, c’è un elemento prezioso da utilizzare per capire come stanno veramente le cose, e che sinora ha dato buoni risultati in termini predittivi: il prezzo del petrolio.

Com’è noto, infatti, le decisioni scellerate dei bolivaristi venezuelani hanno spinto il paese sulla via dell’assistenzialismo fine a sè stesso, incapace di utilizzare i soldi derivati dal petrolio per riconvertire le produzioni obsolete, ma esclusivamente per distribuire prebende. A scanso di equivoci, conviene precisare subito che Maduro non si è rivelato un grande statista. La sua politica economica, dentro e fuori i B.R.I.C.S. si è limitata a sfruttare l’oro nero, di cui il paese è ricchissimo, ma senza creare un fondo sovrano degno di questo nome, come invece fatto da paesi lungimiranti come la Norvegia o la Russia e, come già detto, senza puntare a produzioni alternative. Per affossare un paese con queste caratteristiche anacronistiche, i neocon americani hanno dunque usato il loro solito stratagemma, cioè quello di affossare il prezzo del petrolio in modo tale da lasciare Caracas senza quei manufatti che deve per forza di cose procurarsi all’estero.

Ma Caracas non è ancora caduta, e sono passati quasi 5 mesi dalla famosa “autoproclamazione” di Guaidò. L’esercito di Maduro (300.000 soldati professionisti) è rimasto fedele al Presidente eletto nel 2018, mentre la Russia, dal canto suo, non ha mollato il Venezuela al proprio destino, dichiarando la propria contrarietà all’autoproclamazione ed inviando dei tecnici militari a Caracas. La popolazione ha protestato contro i “misteriosi” black out, ma senza eccedere e sopportando stoicamente i disagi.

L’elenco dei motivi che hanno tenuto Maduro in sella sono dunque molteplici, ma è il prezzo del petrolio quello più convincente. Il petrolio, infatti, non ha nessun mercato dei prezzi. I prezzi al barile vengono stabiliti dalla politica delle compagnie petrolifere che fanno cartello e dagli Stati interessati all’estrazione. Due sono gli indici internazionali che registrano il prezzo: il wti, che sancisce il prezzo dei barili “americani”, cioè di produzione a stelle e strisce; e il più noto brent, il cui prezzo è determinato soprattutto dalla politica dell’Opec. Ebbene, il prezzo del petrolio, la cui grande flessione era stata da chiunque additata come la causa dell’impoverimento del Venezuela, è tornato per il Brent sopra quota 70 dollari al barile.

Non può essere un caso e lo ribadiamo ancora: non è la legge della domanda e dell’offerta a determinare il prezzo dell’oro nero. Ed il prezzo del petrolio è salito enormemente nel 2019, proprio nell’anno in cui, invece, sarebbe stato opportuno per i golpisti venezuelani  che crollasse.

Donald Trump sta provando allora a strozzare Iran e Venezuela riducendo la capacità di riserva nei mercati petroliferi globali. Se qualcosa dovesse andare storto nel calderone geopolitico dell’energia mondiale, scopriremo se l’Arabia Saudita è davvero in grado di sfornare 2 milioni di barili in più al giorno di greggio. Ha messo sanzioni a destra e a manca, ma al mondo basterà quanto prodotto dall’America e dai suoi amichetti?

Quello che abbiamo imparato è che la leggendaria Saudi Aramco, di proprietà araba e alleata degli States, è gravemente esaurita. Non può pompare più di 3,8 milioni di barili al giorno. Questo è uno shock di prim’ordine. L’azienda infatti ha sempre affermato con magistrale sicurezza di poter produrre 5 milioni di barili al giorno senza difficoltà, ma ora si sta scoprendo che i mercati del petrolio fisico sono in fiamme visto che si sta palesando un deficit di approvvigionamento di 1,3 milioni di barili al giorno entro il terzo trimestre, anche se l’OPEC si adeguasse a ogni barile di petrolio perso dalle sanzioni iraniane.

Trump (o chi per lui) sta ora pattinando sul ghiaccio sottile. Se ci sarà poco petrolio a disposizione, il prezzo salirà alle stelle, a tutto vantaggio di paesi come la Russia ed il Venezuela, e come già sta avvenendo. A questo punto solo un voltafaccia internazionale di Mosca e Cina o un intervento militare americano potrebbero davvero favorire Guaidò, che da mesi minaccia e sforna proclami, ma senza poter legiferare alcunchè.

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