Arrivano i MiniBot. Trova le differenze

La moneta fiscale è un qualsiasi tipo di strumento finanziario che lo Stato dichiara accettabile per onorare dei pagamenti nei suoi confronti. Quindi se lo Stato determina, ad un certo punto, che un titolo è accettato per pagare le tasse, come ad esempio IVA, IRPEF, contributi sociali ecc, ecco che quel titolo diventa una forma di moneta fiscale.

Le monete fiscali possono essere di vario tipo. Quella pensata da Giovanni Zibordi e Marco Cattaneo, ad esempio, si chiama CCF (Certificato di Credito Fiscale) ed è nata anche dallo studio dell’incredibile rilancio economico registrato negli anni Trenta in Germania durante il regime politico nazionalsocialista. Anche se il riferimento risulta sgradevole, è agli atti che gli economisti tedeschi sotto la guida di Hjalmar Schacht riuscirono a dare la svolta alla crisi economica, ma occorreva capire bene come ciò fosse stato possibile.

La risposta è (in parte) nel CCF, come si diceva, UNA delle tante possibili forme di moneta fiscale. La particolarità del CCF è che esso, invece di essere rimborsato, può essere utilizzato per pagare tasse, ma ciò non avviene subito, bensì dopo un tot di tempo, diciamo dopo due anni. Cosa avviene nella pratica?

Poniamo che un imprenditore acquisti dei CCF. Li riceve dallo Stato al momento dell’emissione. Non li può ridare subito allo Stato, ma deve attendere un paio d’anni. Contrariamente a strumenti come i bot, i CCF non saranno però rimborsati in euro, ma nel corrispettivo in tasse. Se – ad esempio – il titolare possiede 10mila euro di CCF, ad esempio, dopo due anni avrà diritto ad uno sconto sulle tasse di 10mila euro.

Nel progetto di Cattaneo, i CCF, in misura ragionata, potranno essere distribuiti ai salariati italiani ij forma gratuita. Un lavoratore dipendente che percepisce 1.500 euro al mese dal suo datore di lavoro, avrà (esempio) in più 100 euro di CCF.

Per i datori di lavoro si farà un ragionamento simile: se un dipendente costa all’azienda il doppio del netto che egli percepisce in busta paga, l’azienda con i CCF avrà la possibilità di scontare i contributi dovuti. Il dipendente che percepisce 1.500, infatti, com’è noto, costa all’azienda almeno 3.000 euro. E’ il cosiddetto “cuneo fiscale”, molto oneroso in Italia, che con i CCF potrà avere un sollievo.

Oltre a questo, è altamente probabile che i CCF verranno accettati in pagamento negli anni di “attesa” del rimborso come tasse. Per essere più chiari: io possessore di un ccf che vale 100 euro potrò usarlo immediatamente per pagare un bene. In tal modo chi lo riceve in pagamento avrà 100 euro di sconto in più sulle tasse, mentre chi lo ha ceduto in cambio di beni, rinuncia a quei 100 euro di sconto futuro. La moneta fiscale nella forma del CCF, insomma, diventerebbe, se utilizzata, una moneta parallela all’euro.

Il CCF non è una forma di debito. Dunque, non può essere messa in discussione dai avvocati legulei dei trattati UE. E non lo è (un debito) per il semplice fatto che il CCF è uno sconto sulle tasse e non è rimborsabile in euro (perlomeno, non dallo Stato). Quindi il CCF non è, né può essere un debito pubblico e, qualora applicato, non contribuirà in nulla all’aumento del debito pubblico.

In questi mesi – a quel che è dato sapere – non sono in discussione i CCF, ma i miniBot, che sono a tutti gli effetti dei titoli di Stato che vanno conteggiati nel calderone del debito pubblico. Il minibot funziona in modo molto simile. Ma le differenze ci sono, e potrebbero essere dolorose.

In primo luogo i minibot sono sconti fiscali subito esigibili, nel senso che sono esigibili nell’anno di emissione. Ciò significa che potranno essere usati come moneta tipo buoni pasto, ma con poco tempo rispetto ai CCF (che sono stati architettati per avere scadenza a due anni). I minibot non pagano interessi, come i CCF e potranno affiancarsi agli euro per gli acquisti, ma lo Stato avrà “meno tempo”.

Ciò, in pratica, significa che con i CCF lo Stato ha a disposizione almeno due anni per rifarsi del mancato introito futuro. Il titolare dei CCF, infatti, li usa per spendere e questo aumenta i consumi. Dell’aumento dei consumi e del pil ne beneficia anche lo Stato perché aumenta i suoi introiti fiscali a prescindere dagli “sconti”. In tal modo, quando lo Stato riavrà i CCF (e dunque non euro) il mancato introito di tasse sarà stato compensato abbondantemente dall’aumento dei consumi, dell’occupazione e del pil. Con i minibot tutto questo tempo per creare l’indotto non ci sarà.

Ma soprattutto, i minibot devono essere accettati dalla Ue, perché entrano nel conteggio del debito pubblico. I CCF per le loro caratteristiche tecniche no.

In entrambi i casi si tratta di novità che vanno nella giusta direzione e che, the last but not least, tutela gli italiani dalla fine della moneta unica che potrebbe avvenire da un momento all’altro a prescindere dalla politica italiana. Com’è noto, infatti, in caso di fine drammatica dell’euro (magari per una crisi tedesca o questioni geopolitiche complesse), tutti gli Stati dovranno ridotarsi di una nuova moneta, e la forma cartacea delle monete fiscali potrebbe essere già un bel vantaggio nei primi giorni di inevitabile caos.

Prima di scrivere questo chiarimento ho letto le controdeduzioni di alcuni economisti italiani che calcano i palcoscenici nostrani, e sono talmente puerili, disinformate e demagogiche che mi hanno convinto a scrivere l’opposto. Sarebbe bello avere una legislazione che a fronte di certe affermazioni pubbliche consentisse di togliere il titolo di studio a certi accademici. E chissà che non si arrivi anche là.

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