La Cina a Trump: «non piangere salame, dai capelli verderame»

Se c’è una cosa che sembra mettere d’accordo tutti gli analisti del web e del giornalismo mainstream è la politica dei dazi di Trump. Per Danilo Taino del Corriere, ad esempio, la battaglia dei dazi di Trump è una logica conseguenza del prossimo scontro tra due civiltà, nel senso che quella cinese sarebbe la civiltà che non rispetta i diritti civili, che inquina, e la solita solfa. Per l’economista indipendente Giovanni Zibordi, Trump si sarebbe stancato dei magheggi dei cinesi e delle loro tattiche di negoziazione ed è ripartito all’attacco (lasciando sottintendere: “giustamente!”).

Insomma, da tutte le parti emerge l’immagine di un’America forte quando alza la voce contro la Cina, che viene sempre raffigurata come il “nuovo” Impero del Male. Una nazione senza democrazia, che non rispetta i diritti umani, che produce dosi eccessive di anidride carbonica, che elimina gli oppositori. Argomentazioni propagandistiche atlantiste già sentite tante volte nella storia recente, contro la Corea, contro il Vietnam, contro l’Unione Sovietica, contro i paesi arabi più laicizzati, ma non è detto che ciò che riuscì bene a Ronald Reagan, possa funzionare anche per Donald Trump.

Anche a costo di una figuraccia previsionale, mi sbilancio ad affermare che il tweet del Presidente americano che annuncia la ripresa della guerra commerciale con la Cina e un aumento dei dazi dal 10% al 25% per parte delle importazioni sia un segno di grande debolezza dell’America, non di forza.

Intendiamoci bene: sono assolutamente favorevole al protezionismo delle merci in questa fase storica. Considero salutare che un paese produca soprattutto per sè stesso, favorendo la domanda interna, l’indotto e la manifattura autoctona. Su questo ho sempre preso le difese di Trump e, molti anni fa, dell’artista Clint Eastwood, che queste cose le aveva capite benissimo e ce le aveva magistralmente raccontante nel film Gran Torino. Tuttavia, Trump e con lui tutta la società americana devono piantarla con l’ipocrisia del capitalismo e tornare alle politiche keynesiane di Roosvelt, o, meglio, ad una revisione completa della loro economia e del loro stile di vita.

Non esiste più la “prateria”.

Pur comprendendo che essa fa parte del mito fondativo degli States, oggi il mondo è molto più consapevole e informato di quanto non lo fosse nel Settecento, e non è più pensabile che esista sempre un Ovest da conquistare a danno di selvaggi buzzurri. I bisonti sono scomparsi, il west è pieno di pozzi di petrolio e ragazze in bikini, in California per rimediare qualche dollaro hanno legalizzato la marjuana, alla faccia del perbenismo calvinista che ha forgiato quella nazione. La Cina, per contrasto, è una civiltà millenaria che ne ha viste di tutti i colori: imperi, colonizzazione, rivoluzioni culturali, ed è di gran lunga superiore per filosofia, storia ed espressioni culturali ad un paese nato nel 1776 sullo sfruttamento di un nuovo continente. Quell’epoca è stata stimolante, ispiratrice, “divertente”, ma ora va cambiata perchè sta penalizzando il resto del mondo.

Altrimenti?

Bè, se l’America, e dunque noi con loro visto che ne siano una delle tante colonie, non vuole cambiare ideologia economica, allora i cinesi hanno ragione su tutta la linea e vanno supportati!

La Cina produrrà più degli americani ed a minor costo! A breve avrà anche un’identica tecnologia militare e già ora sta vincendo la gara tecnologica col 5G

Dunque, a dare retta allo schema liberale, hanno ragione loro. I cinesi sono più efficienti. Punto e a capo.

Se invece, come io penso, questo modello produtivo va rivisto, allora è evidente che ciò deve valere per tutti. Americani in primis.

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