Non sapremo mai chi ha vinto l’Eurovision

Si tiene sabato sera a Tel Aviv il più grande concorso canoro del mondo, giunto questa sera alla 67esima edizione. Fino a non molto tempo fa si chiamava Eurofestival e per vincerlo contava la geopolitica, perchè ogni paese europeo mandava un proprio rappresentante musicale ed in caso di raggiungimento della finale, il voto confluiva dai paesi tradizionalmente “amici”, mentre le nazioni storicamente rivali si votavano reciprocamente contro in un giochetto delle alleanze che ricordava le trattative tra i fantini al Palio di Siena. Ad esempio, l’Italia poteva contare sui voti favorevoli dell’Albania o della Slovenia, mentre l’Inghilterra sul consenso irlandese. Sulla carta, anche stasera dovrebbe funzionare così, con il nostro Mahmood già vincitore di Sanremo, enormemente favorito. Tuttavia, per come si è caratterizzata la kermesse negli ultimi anni, sarà impossibile distinguere un cantante dall’altro. Il Festival si tiene a Tel Aviv, che non è in Europa, ed ospite d’onore sarà Madonna Ciccone, che a dispetto del cognome è americana. I cantanti in gara sono tutti omologati in quell’ indistinto genere che i vecchietti chiamano “musica da discoteca”. E non hanno affatto torto, perchè probabilmente ricordano gli anni in cui l’Eurovision era un concorso dove quando arrivava il finlandese costui “faceva il finlandese”, il tedesco “faceva il tedesco”, e così via. Basti pensare che l’Italia, vincitrice di sole due edizioni su 66, la prima volta agguantò la vittoria con Gigliola Cinquetti, nel 1964; la seconda con Toto Cotugno nel 1990. Nessuna nostalgia per quel concorso – che faceva anche un po’ ridere – e niente da eccepire, ovviamente sulla cosiddetta “musica da discoteca”; anzi, personalmente la musica a tutto volume che ascoltiamo al pub, sia essa reggaeton, pop o commerciale, mi diverte moltissimo, ma non ha nulla a che fare con ciò che ci aspetteremo da una gara tra le diverse tradizioni musicali.

La cantante Netta Barzilai, che vinse l’edizione dello scorso anno gareggiando per Israele e dando così modo a Tel Aviv di ospitare quest’anno il Festival, portò il brano toy, in seguito accusato di assomigliare un po’ troppo a Seven nation army dei White Stripes. La performance, rigorosamente in inglese, ha visto Netta indossare un eccentrico kimono giapponese mentre si accaniva su una tasteira elettropop. Agli artisti occorre predonare tutto, ci mancherebbe, anche le scene più kitsch, ma perchè ammantare la kermesse di un agonismo internazionale, quando le nazioni non si possono distinguere minimamente tra di loro? In base a quale declino culturale possiamo pensare all’omologazione come ad una ricchezza?

Io non so voi, ma se sborso quattrini per andare dall’altra parte del mondo, in Norvegia, in Cina, in Australia, mi aspetto di trovare qualcosa che qui, dove vivo, non c’è, oppure c’è in misura falsata e poco significativa. Detto diversamente, cosa c’è di interessante in un contest dove tutti si vestono come Arlecchino e cantano lo stesso genere musicale? Se vado al pub tutto ciò mi va benissimo, ma se assisto ad una gara tra 35 paesi vorrei poterli in qualche modo “distinguere”, per stile del cantante, per genere musicale o, se non altro, per le contaminazioni musicali del paese di provenienza sul pezzo che viene eseguito.

Invece di rinunciare alla farsa per la quale ogni paese europeo deve indicare il suo candidato alla gara, molti rimarranno incollati agli schermi in attesa che i conduttori riferiscano che ha vinto il solito Cetto La Qualunque. Non c’è solo l’austerità ad essere usata come una clava per sottomettere le politiche economiche dei popoli: anche mascherare il Festival della musica europea da Festivalbar è un’operazione truffaldina ed in malafede.

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