Quella volta che al pronto soccorso mi è apparso Matteo Salvini

Venerdi sera, due giorni prima delle elezioni europee, mia figlia ha avuto la brillante idea di giocare una partita di pallavolo dopo che non si allenava da mesi. Risultato: salta in schiacciata durante il pre-partita, la schiacciata va a buon segno, ma il malleolo no e si schianta sul pavimento della palestra. Con sommo gaudio e grida di giubilo, io e mia moglie la accompagniamo al pronto soccorso illudendoci che, essendo le 19, forse non ci fosse molta gente. «Ad ora di cena – ho pensato – la gente tende a procrastrinare, se non è proprio dolore dolore dolore». Macchè! Arrivati al pronto soccorso la sala era piena di pazienti in attesa di essere visitati. A mia figlia danno il codice verde, che siccome evito gli ospedali come la morte, manco ricordo più cosa voglia dire.

Per stemperare l’attesa, per noia o chissà che (becero razzismo?) all’orecchio di mia moglie sussurro questa battuta: “non c’è neanche uno straniero. E che è? E’ scoppiata na guera?” Al che la mia consorte, visibilmente annoiata da queste mie uscite, ribatte che, invece, se ascolto bene le voci, sono proprio tutti stranieri.

A trarmi in inganno era stato l’abbigliamento, molto più curato della media, l’assenza di veli ecc ecc. Però ascoltando bene le voci compresi che si, erano proprio tutti stranieri e che noi 3 eravamo gli unici pazienti italiani (o di origine italiana) presenti in sala d’attesa. Soprattutto, conclusi da bravo cittadino che non bisogna mai generalizzare e avere dei pregiudizi, perchè poi si fanno figuracce come questa.

Nella città dove vivo l’ospedale è attrezzato piuttosto bene. Una tipa con targhetta al petto fa da concierge, ti saluta quando entri e ti dà le prime informazioni utili. In un’angolo della sala c’è la possibilità di prendere caffè e thè, oppure le tradizionali macchinette, con tanto di salviettine e saponi igienizzanti. La maggior parte dei pazienti si serve tipo bar, mentre aspetta di essere chiamato dai dottori. Nonostante la caviglia di mia figlia fosse il doppio dell’altra, alle 20 e 30 eravamo ancora là. Proprio non riuscivo a capire, per quanto mi sforzassi si abbandonare ogni sorta di pregiudizio, di cosa soffrissero gli altri 12 ospiti della sala. Avevano tutta l’aria di essere entrati con le loro gambe. Parlottavano (rigorosamente nelle loro lingue d’origine), andavano al caffè, si alzavano per stiracchiarsi la schiena. Tutti, nessuno escluso. L’unica persona su una sedia a rotella era mia figlia. Stavo quasi pensando di chiedere lumi alla signorina dietro la reception del pronto soccorso, quando vedo le porte scorrevoli aprirsi e l’infermiere avvicinarsi per una chiamata. Oramai eravamo rimasti in pochi e per chissà quale scherzo della mia fantasia mi ero convinto che toccasse a noi.

«Youssef AhmahmahVatteLaPesca», esclama l’infermiere. Niente da fare, anche sto giro non tocca a noi. Ad alzarsi però non è Youssef, bensì un signore anziano, con un accenno di barba. Rivolge all’infermiere alcune frasi incomprensibili e poi esce dal pronto soccorso. Io – casualmente – gli vado dietro. L’anziano comincia a sbraitare: “Youssef, Youssef”. Al quinto Youssef un baldo giovane sui 25 anni entra dall’ingresso principale dell’ospedale, a circa 30 metri dall’ingresso del pronto soccorso e con cellulare in mano ancora “parlante”. Una volta capito che toccava a lui, fa uno scatto che avrebbe fatto impallidire Usain Bolt. Saluta zompettando l’infermiere, entra nell’ambulatorio e vi rimane per oltre 20 minuti. Quando esce, finalmente tocca a noi e ce ne andiamo con questa diagnosi: frattura del malleolo, ma è meglio tornare il giorno successivo perchè non c’è l’ortopedico (!!!) per essere più sicuri. Il giorno dopo torniamo e ci dicono che no, l’osso non è rotto e non occorre nemmeno mettere il gesso (ah, la ZIENZA).

Questo personale aneddoto appena accadutomi me ne ha fatto venire in mente un altro, successo nel 2017, a settembre. Mi reco dal Dottore di famiglia per una visita. Alla reception la signorina mi chiede il nome del medico (si tratta di uno studio associato) ed io, imbarazzato, sono costretto a dirle che non lo so. Non sono mai andato dal mio medico da quando mi sono trasferito, nel 2006. Puntualmente, e come tutti, soffro di influenze. Ogni tanto ho mal di schiena e la notte non riespiro bene. Forse soffro di apnee notturne. Ma dal medico non c’ero mai stato, perchè per me ci si deve andare solo quando si hanno dolori lancinanti. Non penso che così debbano fare anche gli altri, ma è il mio carattere, ereditato da una famiglia spartana e orgogliosa di esserlo.

Mentre ero in sala d’attesa al pronto soccorso per quelle due ore mi è parso di vedere Matteo Salvini che si aggirava tra i pazienti, ridendo beffardo. Si, detto questo forse avrei bisogno di andare dal medico più spesso, ma la percentuale di consenso alla Lega, il giorno dopo, l’ho centrata in pieno.

In queste ore ho letto le analisi più strampalate sul voto. Chi dice che gli italiani non vogliono più Bruxelles (eh, magari!!! ma quelli sono gli inglesi), oppure che sono contenti della Lega per le riforme finora fatte (devo ridere?). Chi si ostina a parlare di fascismo in un paese che ha 33 partiti politici.

Forse gli italiani sono semplicemente spaventati di perdere il loro welfare state che hanno peraltro visto ridursi anno dopo anno. Sono stanchi del precariato, della disoccupazione, dei salari fermi. Forse pensano che Salvini sia l’unico a porre il problema. Forse, gli italiani non sono abbastanza ricchi per andare in clinica quando subiscono una banale distorisoone alla caviglia. Non si sentono abbastanza ricchi per votare partiti come il PD o la Bonino. Parafrasando Ennio Flaiano, “non se lo possono permettere”.

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