I veneti? Persone orribili che tendono ad avere ragione

«Odio le generalizzazioni». Per anni ho sempre sostenuto questo. Poi mi sono reso conto che le generalizzazioni fanno danni enormi solo quando vengono usate per esprimere un giudizio completo e definitivo. Come “primo approccio”, invece, sono talvolta utili, e affatto scandalose.

Ecco perchè non mi sono stracciato le vesti quando Pietro Senaldi, direttore di Libero, in prima serata ad Otto e Mezzo ha sostenuto che i veneti sono “diversi” dagli altri italiani. Il giornalista – generalizzando in modo completo (e dunque sbagliando) – è partito sostenendo che i veneti vogliono l’autonomia, che c’è grande voglia di autonomia per ragioni storiche. Io direi che questo desiderio dipende dal periodo, e che varia da Provincia a Provincia. Belluno, che è tutta montagnosa e con delle specificità orografiche che la fanno assomigliare più a Bolzano che a Padova, ha reclamato per anni maggior autonomia, e posso assicurare che la stragrande maggioranza dei bellunesi la vorrebbe, siano essi di sinistra o di destra. I rovigoti non parlano di autonomia. Tutti quelli attorno al Po che ho conosciuto non me ne hanno mai parlato. Rovigo e Belluno, tuttavia, sono state governate per decadi dal centrosinistra, lasciando a leghisti ed indipendentisti le briciole. Insomma, sostenere che i veneti sono autonomisti mentre gli altri italiani no è una generalizzazione che assolutizza una situazione che invece è relativa al tempo storico. Anche la Sicilia è storicamente autonomista, allora, e chiunque abbia letto il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa ne avrà preso atto. Ma chissà! Anche la Sicilia, in termini di autonomia, è andata “a periodi”, come quella volta che molti sicliani si espressero provocatoriamente per entrare a far parte degli Stati Uniti d’America. Dov’è, invece, che Senaldi mi è parso più convincente? Quando ha sostenuto che «una faccia come quella di Zaia non la trovi in Calabria». Questa generalizzazione – la più criticata dai media – mi è parsa invece più credibile della precedente. Persino più utile.

Senza scomodare Lombroso, a fare di Zaia una “faccia da veneto” non sono i suoi caratteri somatici, ma il “modo di fare”, “il modo di parlare”, l’espressione, il modo fare battute e le analisi, schiette fino a sforare nella più pura antipatia e acidità. Da questo punto di vista Zaia è veneto dalla punta dei piedi alla cima dei capelli. E lo sono anch’io, pur essendo decisamente più bello di Zaia (vabbè, per questo non ci vuole un granchè).

Che ci siano elementi di veneticità non riscontrabili in altre zone del Belpaese e d’Europa me lo provano l’esperienza e la storia che per stare al mondo mi sono sempre stati più utili degli studi di genetica. Propongo un esempio.

In Veneto – GENERICAMENTE – la confidenza è una cosa che si conquista, e che non viene mai data per scontata. Idem con patate per l’accoglienza. In Veneto c’è molta più accoglienza reale che altrove: non ho notizia nè esperienza di braccianti extracomunitari sfruttati a pochi euro al giorno per raccogliere pomodori come in Campania, o in Calabria o in Puglia e costretti a dormire in situazioni precarie. Per esperienza diretta nei centri urbani di Napoli e di Roma ho visto senegalesi e nigeriani sdraiati a terra in mezzo ai topi (visto coi miei occhi). A Treviso non ho mai visto nulla di simile, eppure posso garantire che se voglio conoscere gente di colore basta che scenda in strada ora. In Veneto, dunque c’è accoglienza eccome, ed anche quando arriva qualcuno che non risiede qui, magari un parente che vive in altre zone d’Italia, o un amico che abita lontano e che abbiamo conosciuto al lavoro o in vacanze e che non è “delle nostre parti”, noi lo accogliamo in casa più che volentieri. Il Veneto ha il record di volontari. Ma la confindenza non è data per scontata, va conquistata e ci vuole del tempo. In Emilia mi capita di viaggiare spesso in autobus e sempre – dico sempre – capita che qualcuno mi rivolga la parola. In Veneto, dove risiedo da quasi 50 anni, non mi è mai successo che uno sconosciuto si metta a chiacchierare. Queste osservazioni significano che siamo migliori di altri italiani? No! assolutamente no, ma significano – senza troppe masturbazioni mentali – che esistono le differenze culturali. E beata la faccia.

Tendenzialmente – anzi, GENERICAMENTE – noi veneti siamo antipatici. Questo viene da una scarsa propensione alla diplomazia. Questa antipatia mi sento di sostenere che deriva dal fatto che i veneti dicono in modo un po’ troppo spontaneo ciò che pensano. Io mi ritengo un pelino atipico su questo perchè ho sempre pensato che prima di dire ciò che si pensa occorre anche valutare se ciò urta la sensibilità altrui e se ciò che penso sia frutto di una lunga analisi o no. Ad ogni buon conto, i veneti tendono a dirti in faccia le cose, ma a questo si aggiunge un secondo grosso difetto, peggiore del primo. Avendo patito miseria per tanto tempo, i veneti tendevano ad apprezzare i padroni dalle belle braghe bianche. Detto diversamente, talvolta assumono un atteggiamento sussiegoso verso quei soggetti che ammirano, magari perchè ricchi. Non proprio una bella cosa, ma siccome l’ho notata molto spesso non vedo perchè starmene zitto (eccolo qua, il veneto antipatico che si manifesta tale!).

Non c’è solo del marcio, in Veneto. La schiettezza mescolata ad acidità consente anche di giudicare in modo severo le cose che non vanno, senza troppi fronzoli, scuse, alibi ed attentuanti. Ecco allora che nell’Ottocento i veneti odiarono la coscrizione obbligatoria imposta dai piemontesi e le loro tasse inique, come l’ingiusta tassa sul macinato che colpiva la povera gente. I primissimi italiani (piemontesizzati) furono inutilmente guerrafondai, e furono proprio i veneti con i croati e la dirigenza austrica ad affondargli la Marina, nei pressi di Lissa, nell’anno 1866. Fecero male? No, affatto, i veneti intuirono quanto di burocratico e cialtrone ci fosse in certa “italianità”. E se gli italiani non-veneti avessero ascoltato il messaggio degli italiani-veneti, forse non saremo stati massacrati ad Adua, a Caporetto, e successivamente. Si può amare la letteratura di Dante e le bellezze dei Fori imperiali a Roma denunciando al contempo la stupida burocrazia piemontese prima e romana poi? Non solo si può: si DEVE! Ed i veneti lo fannno, inascoltati, da anni.

Per quanto riguarda l’ultimo, scivoloso terreno delle razze, lo lascerei volentieri ai genetisti di tutto il mondo (unitevi, e diteci una buona volta e come stanno le cose). Riferendomi alle parole spavalde di Senaldi, aggiungerei il dubbio che se anche le razze non esistessero, gli aplogruppi si. Ed il Veneto è l’unico ad avere l’aplogrupo R1a. In Italia trovi frequentemente l’R1b (anche in Veneto, ovviamente), ma l’R1a in Italia lo trovi solo a nordest. L’R1a è un aplogruppo molto presente in Europa centrorientale, soprattutto in Russia (fonte qui). Vuol dire qualcosa? No, ma volevo dirvelo per darvi fastidio. Sono veneto…

1 Commento

  1. Buongiorno Professoree,
    complimenti per questo post a cui aggiungo una annotazione che Lei, peraltro, già fa in maniera abbastanza marcata ricordando la battaglia di Lissa.
    L’Italia è nata in virtù di una occupazione militare e questa occupazione militare è stata particolarmente “ingiusta” nei confronti di due realtà le cui radici storiche erano tutte locali e risalivano alla fine dell’Impero Romano, ossia la Serenissima e proprio Roma. Nell’un caso si erano mantenute le tradizioni repubblicane, nell’altro quelle imperiali.
    Il vero lavaggio di panni di cui abbiamo bisogno è relativo al Risorgimento

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