Macchè fascismo, Gabriele d’Annunzio anticipò il 68

Nel mio paese natale c’è un ex campione di culturismo che praticava tale attività decadi prima che diventasse di moda. Era famoso proprio per questo: un fisico alla Arnold Schwarzenegger quando ancora non c’era in giro nessuno attrezzato così. Sorpreso molto spesso sulle rive del Piave a pescare le trote, così rispondeva a chi lo prendeva in giro per questa sua attività: «guardate che io sono “in subordine” un culturista. Prima di tutto, amo la pesca». Ecco, facendogli un po’ il verso, posso dire di me stesso che pratico l’economia e la politica, temi caratterizzanti il sito, ma che in primo luogo amo la storia. E chi ama la storia non può che avere un travaso di bile nel sentire che qualcuno a Trieste ha raccolto duemila firme per impedire che venga collocata in città una statua del letterato Gabriele d’Annunzio. La motivazione dei firmatari secndo i media? d’annunzio era fascista! Il che è come dire che Cesare e Silla erano romani, o che in Unione Sovietica erano comunisti. Tra le persone che contavano qualcosa e che avevano fama internazionale all’epoca del ventennio, uno dei meno fascisti fu Gabriele d’Annunzio. Certo, non fu antifascista come Pertini o i fratelli Rosselli, ma la sua adesione (parziale) non fu più convinta di quella di uno Scalfari, di un Bocca, di un Montanelli. E lo dimostra l’impresa per cui d’Annunzio divenne famoso in tutto il mondo: la presa della città di Fiume, oggi in Croazia.

Lasciamo perdere che se non fosse per uomini come d’Annuzio oggi i triestini sarebbero croati, come i fiumani. Questa è una considerazione tutta personale, e la storia non si fa con i se e con i ma. Sull’impresa di Fiume, invece, abbiamo informazioni indiscutibili.

Per prima cosa va detto a chi non lo sapesse che, all’epoca, Fiume era abitata per la maggioranza da residenti di lingua italiana e che d’Annunzio la occupò come avrebbe voluto fare qualsiasi risorgimentale di stampo garibaldino. Terre come Fiume o Trieste, all’epoca, venivano chiamate irredente e la loro occupazione veniva vista come un completamento del percorso risorgimentale. D’Annunzio la occupò senza trucidare nessuno con un gruppo di volontari e la tenne per oltre un anno, di fronte all’incapacità di reazione del governo italiano e della comunità internazionale. All’epoca d’Annunzio chiese aiuto un po’ a tutti per annettere la città, anche ad un giornalista socialista, tale Benito Mussolini, che però non fece nulla per aiutarlo. Ci sono scambi epistolari tra i due molto eloquenti a tal proposito.

Occupazione teatrale di Fiume a parte, ciò che più conta a mio avviso è ciò che d’Annunzio fece in quei 16 mesi. Fiume divenne un laboratorio politico che anticipò diversi temi affrontati poi con alterne fortune dal movimento del ’68.

Va detto, infatti, che gli oltre duemila uomini che seguirono d’Annunzio erano giovanissimi avventurieri che rincorrevano il sogno collettivo e trasgressivo di vivere una nuova vita, in una città libera e aperta. Non fu solo “Risorgimento”, dunque. Sotto diversi punti di vista, fu il contrario di quello che diventerà il fascismo, perchè l’idea estetizzante dei legionari era alternativa alla morale comune, ai tradizionali valori della famiglia, ad esempio. Il presidente del Vittoriale, lo storico Giordano Bruno Guerri, su questo è sempre stato chiaro: a Fiume d’Annunzio fece approvare il divorzio, le unioni di fatto e si lasciò andare con gli amici alla cocaina, sostanza stupefacente di cui il poeta divenne poi un consumatore abituale. A tutto ciò va aggiunto che il Vate non era amato da Mussolini e che quando si ritirò nella sua casa-museo del Vittoriale faceva aspettare in anticamera il Duce per ore, probabilmente in segno di spregio o per metterlo in soggezione.

Di tutta questa faccenda, tra i contestatori emerge però qualcosa su cui riflettere davvero perchè troppo spesso ci si dimentica la cosa più importante: d’Annunzio era un poeta.

Sarà stato anche un eroe di guerra, l’uomo che prese Fiume, ma d’Annunzio fu soprattutto un letterato decadente, un dandy narcisista e dissoluto. Uomo adatto a infondere emozioni, ma non certo uno stratega politico. Men che mai un fascista nel senso classico del termine.

Su questo, soprattutto su questo, a Trieste dovrebbero ragionare per dedicargli o meno una statua.

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