Serge Latouche ed i tre cardini del Consumismo

E’ la seconda volta che mi pregio di moderare gli interventi del sociologo ed economista francese Serge Latouche in Italia, e non posso che confermare l’ottima impressione che mi fa quest’uomo di quasi ottant’anni giunto in Veneto da solo, in treno, e senza nemmeno un cellulare in tasca. Per mia esperienza, questi sono sempre segnali che a comportamenti semplici e frugali corrispondono visioni chiare ed una tempra morale invidiabile. Per chi non lo sapesse, Latouche è famoso in Francia quanto da noi Umberto Eco, e forse di più. Nella splendida cornice di Santa Caterina a Treviso più di duecento persone hanno seguito l’analisi economica di Latouche, dell’amministratrice di F/art, Marisa Graziati, e del critico d’arte Carlo Sala. Il tema non era la “decrescita felice” per cui Latouche è universalmente noto (e spesso frainteso…), ma il consumo e tutte le implicazioni psicologiche, economiche ed ambientali che esso comporta. Su questo tema, Latouche pochi anni fa ha dedicato un intero volume «Usa e getta» oramai diventato un must per capire l’obsolescenza programmata e le sue follie.

Quali sono le principali caratteristiche del consumismo?

Si basa su tre cardini, risponde Latouche:

la pubblicità,

il credito,

l’obsolescenza programmata

Com’è noto a chi mi segue su queste pagine, il credito è uno degli elementi di mio maggior interesse, mentre l’obsolescenza programmata è un fatto tecnico della produzione che raramente viene considerato, qui come altrove.

In letteratura, l’obsolescenza programmata è una strategia volta a definire il ciclo vitale di un prodotto in modo da limitarne la durata a un periodo prefissato. Il prodotto diventa così inservibile dopo un certo tempo, oppure diventa semplicemente obsoleto agli occhi del consumatore in confronto a nuovi modelli che appaiono più moderni.

Latouche così descrive questo fenomeno: “La società industriale una volta saturati i mercati, entrerebbe in crisi se gli oggetti non dovessero essere sostituiti con una certa frequenza. Ecco perché, già dagli albori dell’industrializzazione di massa, teorici e imprenditori si pongono il problema del tasso di sostituzione degli oggetti. La risposta è l’obsolescenza programmata. Bisogna smettere di produrre merci durevoli, che rasentano l’indistruttibilità come la mitica Ford T o la lampadina a filamento di carbonio di Edison, accorciando in qualche modo la loro durata“.

Anche se il nuovo paradigma non è certo stato individuato da Latouche (vedasi a tal proposito Lebow, Galbraith e Packarde, all’estero; Pier Paolo Pasolini in Italia), l’economista d’oltralpe ha saputo circoscriverne le caratteristiche in un’opera apposita, ma soprattutto ha tracciato il pericolo dell’obsolescenza simbolica, che si ha quando entra in gioco il marketing: i produttori inducono il consumatore a cambiare il proprio smartphone o la propria tv proponendo nuovi modelli pubblicizzati come più moderni e tecnologici, con maggiori caratteristiche e possibilità, in una parola migliori, anche se in realtà le differenze funzionali con il prodotto precedente sono minime o quasi. Il merito di Latouche, insomma è quello di collocare l’obsolescenza programmata dai produttori nel giusto contesto di dominio del mercato, che senza pubblicità e credito al consumo non andrebbe da nessuna parte.

Chiunque, infatti, preferisce un bene di qualità e durevole, ad uno di scarsa qualità, fatto con materiali poveri e inquinanti e programmato per durare poco. Ma se noi lo sostituiamo, in qualche modo, è perchè il nostro immaginario è inquinato come e più del nostro ambiente. In pratica, ciò accade perchè ci hanno fatto il lavaggio del cervello.

A tal proposito, ho chiuso la conferenza con una storiella, tratta da L’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Piersig, che voglio condividere anche qui:

«La trappola indiana per caturare le scimmie, consiste in una noce di cocco svuotata e legata a uno steccato con una catena. La noce di cocco contiene del riso che si può prendere infilando la mano in un buco. L’apertura è grande quanto basta perché entri la mano della scimmia, ma è troppo piccola perché ne esca il suo pugno pieno di riso. La scimmia infila la mano e si ritrova intrappolata”, non da qualcosa di fisico, ma da un’idea: non capisce che un principio, che fino a quel momento le è stato utile – “quando vedi il riso, stringi forte” – ora le è diventato fatale».

Ecco, questa della vecchia trappola indiana per scimmie è un’ottima metafora della nostra immobilità di fronte alla crisi economica e piscologica occidentale: siamo così attaccati a una certa idea di progresso (il consumismo), che non riusciamo a liberarcene neanche quando essa si ritorce contro di noi.

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