Ai limiti della Docenza

A me i famosi “competenti” di cui tanto si parla ricordano più il cugino Gastone che Archimede Pitagorico. Lo scandalo dei concorsi truccati all’Università di Catania, il concorsone a Preside bloccato dagli studi legali e l’ancor più recente arresto del giudice Francesco Bellomo, dimostrano ancora una volta di che pasta siano fatti i famosi “competenti” del Belpaese e quanto sia aleatoria la loro pretesa di essere riconosciuti come tali. Nonostante le numerose evidenze di un culturame profondamente malato, i colpi di coda delle èlite intellettuali sono sempre più violenti e frequenti. Ma non fermeranno la tendenza in atto.

Ai travasi di bile su twitter, da qualche tempo si sono aggiunti persino libri tematici nel tentativo di dimostrare che la critica pop alla cultura ufficiale si basa su atteggiamenti psicotici, su invidia, sulla diffusione dei social. La loro preoccupazione è grande, ed è giusto che sia così, perché l’impero che hanno ereditato sta per vacillare. In Italia ci sono persino politici che difendono con le unghie e con i denti le loro rendite di posizione elitaria nelle università e tra gli editori, pur affermando di rappresentare la midle class, o addirittura il proletariato.

La realtà – per lor signori inaccettabile – è che i social media non c’entrano proprio un bel nulla con l’attacco alla loro credibilità

Molto più semplicemente, si sta tornando ad una cultura non istituzionalizzata per la quale la conoscenza va dimostrata con l’autorevolezza e la forza degli argomenti e non grazie a pubblicazioni su riviste (che loro stessi dirigono e possiedono) e posizioni accademiche di prestigio, che magari ricoprono in virtù di un sistema classista quando non apertamente nepotista.

Il riconoscimento dell’autorità è quanto di più sensato ci possa essere quando si vive ancora sotto tutela, cioè da bambini. Le finalità sono educative e dunque giù le mani, che Dio non voglia. La Natura prevede che il più piccolo impari dal più grande: sono il primo a dirlo.

Nel mondo degli adulti e tra adulti, invece, la cultura impartita dall’autorità può sempre meno senza il supporto della logica, dei dati e dei risultati. L’Ipse dixit («l’ha detto Lui») funzionerà ancora in qualche satrapia orientale, ma anche lì ha ormai i giorni contati, e per fortuna.

Chi si oppone a questa tendenza citando Umberto Eco il cui canto del cigno fu contro il popolo che sui social era libero di sostenere qualsiasi stupidaggine, ha la memoria corta. Oppure fa parte dell’èlite culturale e quindi non ha alcuna convenienza affinchè qualcosa cambi.

Se il problema è la memoria, comunque, la si può rinfrescare facilmente. Il caso delle Università italiane, ad esempio, è emblematico e tutti quelli che hanno annusato l’aria del college potrebbero ricordarsi che chi vi insegna sovente appartiene ai vertici culturali della città che ospita l’ateneo. Non di rado l’accademico di turno ha fatto o fa politica attiva, e spesso ha esperienza come amministratore o deputato o senatore. Il lavoro in classe, che in alcune facoltà inizia de facto a novembre e termina ai primi di luglio, è di 120 ore annue di lezioni in aula. Ma quelle poche lezioni sono spesso preparate dagli assistenti, cioè da soggetti che aspirano a trovare una loro collocazione professionale dentro l’Università. Seppur in forma un po’ confusa, ammiccante e blanda, la possibilità di fare il dottorato (e dunque poi l’assistente) fu offerta anche al sottoscritto. Dopo un primo giro di informazioni mi convinsi che non poteva fare al caso mio. Si trattava, in sostanza, di rimanere a carico dei genitori minimo fino ai 30 anni, portando borse, ammiccando a battute insulse, scrivendo approfondimenti su argomenti che interessavano solo ed esclusivamente al professore titolare della cattedra. Alla faccia della libera ricerca!

E, attenzione, io ho il vantaggio di essere un maschio… Ho perso il conto del numero di studentesse, parenti e conoscenze varie che in passato mi raccontavano di atteggiamenti ambigui dei docenti, ma anche degli stessi assistenti. Siamo tra adulti, dunque è lecito “provarci”, ma mi si lasci dire che una studentessa, una borsista, un’aspirante dottoranda non è nelle stesse condizioni di un accademico titolato ed è lecito supporre che possa trovarsi in soggezione. Sono reati? Certo che no, ma anche se fosse chissene, qui stiamo analizzando la reale superiorità culturale degli accademici accreditati, non di diritto positivo. Se mi permettete, non vedo perché dovrei ritenere intellettualmente superiore un coetaneo che è entrato all’Università dopo lustri di lisciate di pelo. Posso ritenere, o no, che costui sia entrato in ateneo perché a casa c’era chi lo poteva mantenere per lustri e che, come tale, faceva parte di una classe sociale privilegiata? Che egli abbia conoscenze maggiori delle mie o di chiunque altro deve dimostrarlo con dati di fatto, studi chiari e ben argomentati. Il suo titolo accademico, le ampollose pubblicazioni sulla rivista diretta dal suo Prof, gli saranno bastate per lavorare, ma non sono sufficienti per essere davvero uno scienziato o un uomo di lettere o un giurista o un economista. Il Medioevo è finito da un pezzo! Quando? Bè, con Galilei, ad esempio, che non si laureò mai.

Infine, quando affermo che sta per “tornare” una cultura non istituzionalizzata, il mio pensiero va a Socrate, che tramite domande, paradossi e ironia smascherava i dotti della sua epoca, svelando la pochezza delle loro reali conoscenze. Socrate riuscì brillantemente in questa indagine conoscitiva perché viveva in un ambiente intellettualmente idoneo e dove gli accademici dell’epoca – i sofisti – potevano essere messi alla berlina. Non durò a lungo, e così grave fu ritenuto il suo affronto da essere condannato a morte. Noi oggi con l’accesso alle risorse web abbiamo una possibilità ancora più grande e concreta.

Non sprechiamola.

La fortuna gira, e quella di Gastone potrebbe finalmente essere ad una svolta.

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  1. Almanacco di luglio 2019 | Nin.Gish.Zid.Da

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