E come dicono alla Apple: «Good Morning Vietnam»

Forse il più grande esodo industriale della storia è in atto dopo la scelta di Trump di alzare i dazi e di dichiarare guerra commerciale alla Cina. Stando alle decisioni prese dal colosso statunitense Apple, tuttavia, a beneficiarne non saranno tanto gli operai americani, quanto quelli vietnamiti. Il colosso di Cuppertino ha infatti appena annunciato che è pronta a produrre gli AirPods al di fuori del territorio cinese, per farlo in Vietnam.

Secondo il Nikkei Asian Review, sarà la società manifatturiera cinese GoerTek a iniziare i primi test per la produzione della nuova generazione di AirPods. Le prime prove si svolgeranno presso la fabbrica nel nord del Vietnam.

In questo modo, Apple vuole assicurarsi di avere pronto un piano B nel caso in cui le politiche dell’amministrazione Trump dovessero bloccare i rapporti con la Cina in modo drastico, introducendo tariffe di importazione sempre più alte. Non molto tempo fa, Apple aveva già deciso lo spostamento di alcuni siti in India per assemblare i famosi telefoni Iphone, sempre seguendo la strategia di parare il colpo della guerra commerciale con il Paese di Mezzo.

Le percentuali dell’esodo dalla Cina verso India e Vietnam sono ancora basse, ma indicano senza dubbio l’inzio di un nuovo trend in atto.

La cosa su cui focalizzare l’attenzione, tuttavia, è a mio avviso un’altra:

che senso ha attuare una politica aggressiva dei dazi doganali, se a beneficiarne saranno altri paesi eurasiatici?

O, detto diversamente, se la manifatura americana non potrà più contare massicciamente sulla produzione in casa di questo tipo di apparecchi elettronici (cellulari, cuffie, ecc), perchè prendersela proprio con Pechino?

Ecco allora che lo scenario più probabile sembra essere politico, non economico. Gli Usa sanno benissimo che la Cina, prima o dopo, supererà l’economia americana in quanto a produzione (ci vivono 1 miliardo e 400 milioni di persone contro le 300 degli States), ma vuole garantirsi una superiorità politica e militare, soprattutto se essa è riferita alle tecnologie. Per farlo, Trump disincentiva qualsiasi investimento americano in Cina, ma non necessariamente nel resto del mondo.

Il Vietnam, dove la Apple realizzerà i suoi auricolari wirless AirPod, è governato da un partito comunista, proprio come la Cina, ma con i vicini mandarini esistono ancora oggi tensioni riguardanti il Mar Cinese Meridionale, in particolare quelle relative alla sovranità delle Isole Paracelso, situate in acque sulle quali i due Paesi rivendicano diritti di sfruttamento delle risorse e che Pechino controlla di fatto dal 1974. Ulteriori contenziosi riguardano l’arcipelago delle Isole Spratly. Detto più chiaramente, tra Cina e Vietnam non corre buon sangue.

Se – come dicono in tanti – il gap produttivo tra Cina e America sarà a breve colmato a tutto vantaggio di Pechino, la stessa cosa non si può dire di quello militare. Un unico esempio può far capire quanto la distanza in questo campo sia ancora siderale: gli Stati Uniti hanno operative 11 portaerei, mentre la Cina solo una. Meno dell’Italia, che ne ha due, la Cavour e la Garibaldi. Ecco dunque che la strategia di Trump non sembra essere tanto quella di riportare la manifattura in America, ma di indebolire gli avversari politici agendo (anche) attraverso i dazi. Secondo alcuni analisti, i recenti passaggi diplomatici “possibilisti” o “benevoli” degli americani nei confronti della Russia andrebbero nella direzione di allontanare Putin da Xi Jinping.

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