Per i mercanti di uomini, in Italia è tutto gratis

La prima cosa da sapere – meraviglia delle meraviglie – è che i migranti che arrivano in Europa via mare non sono libici. Lo so, a qualcuno questa dichiarazione farà ridere, ma occorre metterlo al primo punto, perché altrimenti tutto il resto non si capisce. Delle migliaia di uomini partiti in questi anni non c’è un libico che sia uno. La tratta dei migranti è un business mafioso che segue un itinerario preciso e che ha la Libia solo come ultima tappa. Percorriamo i passaggi come i gamberi, a ritroso, e con un occhio attento ai dati ufficiali forniti dal Ministero dell’Interno.  

LA SITUAZIONE LIBICA. Non tutta la costa libica è interessata al traffico di esseri umani. Il porto più importante è Zuwara, vicino alla Tunisia. Secondo rivelazioni fornite alla stampa inglese da alcuni scafisti coinvolti in diverse indagini giornalistiche, a Zuwara è difficile trovare pescherecci che si occupino di pesca. Il pesce libico è caro proprio perché non si trovano sufficienti pescherecci che peschino. E’ molto più redditizia la tratta, cioè il trasporto in mare di uomini, divenuto molto meno rischioso per i mafiosi grazie a chi, al largo delle coste libiche, imbarca i migranti che precedentemente avevano pagato gli scafisti. Scafisti, dunque, è un termine improprio. Tutti ce l’hanno con loro, ma sono solo l’ultimo anello della catena. Anzi, il penultimo. A lavorare nella tratta in Libia ci sono spesso persone normalissime che hanno ereditato l’attività di pescatori dai padri e che ora hanno riconvertito l’attività. In diversi casi, ci sono anche dei “negrieri” improvvisati: libici che si vendono proprietà come l’appartamento per fare la tratta. La cosa più comune è mettere a disposizione imbarcazioni attrezzate per chi fa questa attività in modo continuativo (i famigerati scafisti, appunto). Sotto un profilo tecnico funziona così: il peschereccio raccoglie sudanesi, nigeriani e senegalesi presso le spiagge e li porta al largo delle cose libiche. Poi arriva lo scafista con la piccola imbarcazione e fanno il trasbordo. I migranti si collocano nella nuova imbarcazione e iniziano il viaggio verso le coste siciliane. Spesso le ong che vanno alla ricerca di questi scafi li intercettano e li fanno salire per traghettarli presso le coste italiane. Da quel che sembra di capire con ragionevole certezza, la tratta in mare ha diverse modalità a seconda delle situazioni. Vi sono pescherecci che lasciano i migranti ad uno scafo piccolo o ad un gommone. E’ quello che abbiamo appena raccontato e che si basa sull’utilizzo di una “nave madre” (numerosi i video a disposizione). Poi vi è l’intercettazione delle ong, più raro. Fino a qualche anno fa gli scafisti cercavano la guardia costiera italiana o maltese, in modo tale che si facessero carico dell’imbarcazione. Con l’arrivo di una linea più dura, prima con Minniti e soprattutto ora con Salvini, non cercano più la guardia costiera. E’ del tutto evidente, per questioni metereologiche, che la tratta in mare si intensifichi d’estate. Prima di essere imbarcati, i migranti vivono in Libia anche per mesi. Il business del traffico di esseri umani è dunque in mano a forze non governative che agiscono alla luce del sole. Impossibile che trafficanti muovano centinaia di migliaia di persone in luoghi pubblici senza essere visti. Il problema è che nessuno può, o vuole, controllarli. Detto diversamente, sia in mare per la guardia costiera libica, sia a terra per polizia ed esercito, i trafficanti corrompono i libici preposti ai controlli. Situazione praticamente inesistente quando la Libia era un unico paese sotto il controllo di Gheddafi. Sarà anche ozioso ricordarlo, ma è sempre meglio rinfrescare la memoria sul fatto che il governo Libico fu travolto nel 2011 dai paesi occidentali coalizzati. L’iniziativa, partita dalla Francia, ha visto la collaborazione di tutta la Ue al colpo di stato in Libia mascherato da rivoluzione popolare. Comunque, da qualche mese la via del mare è diventata più difficile per chi gestisce la tratta e queste strapolazioni grafiche lo confermano in pieno (a questo link, i dati aggiornati del Ministero degli Interni)

LA SITUAZIONE SAHARA. L’altro “mare” che devono affrontare i migranti per arrivare in Libia è il Sahara. Di questo non parla mani nessuno a livello mediatico. Il perché è presto detto: è lì che si potrebbero ottenere i risultati decisivi contro la tratta, ma ciò implica relazioni internazionali complesse, ed anche atti ostili da parte dei paesi europei danneggiati. Secondo diverse interpretazioni, la tratta fa comodo anche nei paesi europei perché rende il mercato del lavoro più instabile e meno oneroso. Dunque…

Secondo quanto riferito dall’Onu, agenzia per i migranti, i migranti che dall’Africa Occidentale cercano di raggiungere l’Europa stanno morendo nel Sahara in un numero molto maggiore rispetto a quanti perdono la vita nel Mediterraneo. Tuttavia, precisano, “supponiamo, come abbiamo già detto in passato, che i morti siano almeno il doppio di quelli registrati nel Mediterraneo. Tuttavia non siamo in possesso di alcuna evidenza che lo attesti, è solo una supposizione. Semplicemente, non lo sappiamo con certezza”. Quel che è sicuro è che passano per le terre interne attraverso almeno due rotte. La più pericolosa è quella Niger-Ciad. La più sicura – si fa per dire – è quella che passa da  Senegal, Mauritania e Marocco, fino allo Stretto di Gibilterra. Ovviamente, per il caso libico, è la tratta del Niger quella cui si fa riferimento. I ragazzi migranti (uomini all’80 per cento) vengono fatti salire a bordo di vecchie toyota in cittadine come Agadez, in Niger. Salgono in 25—30 e si viaggia attraverso il deserto per qualche giorno. I trafficanti riuniscono questi migranti ad Agadez e lì vengono tenuti in baracche per diverso tempo.Poi partono per la traversata desertica che dura circa 3 giorni. Non si contano nemmeno i dispersi ed i morti in incidenti. E’ scontato, infatti, che i telefoni satellitari non sempre funzionino correttamente e che la traversata non avvenga attraverso strade, che infatti non esistono. Tra buche, dune improvvisate e acqua finita, questa parte di percorso è la più pericolosa, più di quella in acqua del Mediterraneo.

Agadez è una città decaduta. È ormai da anni che i turisti hanno smesso di visitarla, nonostante la sua storica moschea in mattoni. Le strade sono piene di spazzatura. La sabbia riempie tutti gli angoli. L’aria è incandescente, la pelle si secca fino a ferirsi. L’elettricità va e viene, a seconda dei giorni. I bambini dividono gli spazi di gioco con capre e cammelli, che pascolano nonostante i 43 gradi che si toccano nel mese di giugno. Tutt’intorno alla città si estende il deserto, immenso. L’orizzonte sfuma, come fosse liquefatto. La polvere si innalza infilandosi negli occhi.

Qui lo snodo. Ad Agadez si giunge facilmente (si fa per dire) dalle nazioni vicine, come la Nigeria, o il Sudan. Il Niger confina con la Libia, ma per arrivarci occorre appunto attraversare il deserto ed è un servizio taxi, gentilmente offerto dalla mafia dei trafficanti.

LA SITUAZIONE IN NIGERIA, SUDAN ECC. tutto ha inizio in questi paesi, dove il lavoro non manca ed il pil è in crescita. La Nigeria come Pil ha superato il Sudafrica (tradizinalmente il paese africano più rico) ed è attualmente il paese che più cresce in africa con dato parziale 2019 a + 2,1%. Ma allora, perché emigrano? Perché ci sono le guerre, dirà qualcuno, ma se fosse per questo, senza rischi, i perseguitati potrebbero andare in tutti qui paesi africani dove non c’è la guerra. Eppoi, non è neanche vero che in Sudan, in Nigeria o in Senegal ci sia la guerra. Sono territori immensi, e ci sono aree controllate da poteri non governativi, come boko aram in Nigeria, ma chi si sente perseguitato può trasferirsi nelle aree tranquille dello stesso paese, o migrare in stati africani pacifici, come proprio il Senegal, ad esempio. Dunque, la guerra non c’entra nulla, e lo dimostra il fatto che i rifugiati tra i migranti sono una percentuale ridicola. Non è neanche vero, peraltro, che la maggior parte dei migranti viene delle nazioni sempre nominate (Senegal, Nigeria e Sudan). I dati forniti dal ministero degli interni, rivelano infatti che la maggior parte dei migranti sbarcati nel 2019 fino ad ora sono tunisini. La Tunisia (ci sono stato due volte) è meta turistica per europei che offre standard di sicurezzza discreti, per non dire elevati.

Allora rimane in piedi la domanda: perchè se ne vanno rischiando la vita? Qui non ho dati quantitativi da esibire. L’unica ipotesi che mi pare credibile è che in Europa ci sia un welfare in grado di allungare la vita e la qualità della vita di chi ci vive. I trafficanti, in quei paesi, fanno propaganda su questo. Lo conferma Anna Bono, docente di storia dell’Africa all’Università di Torino. Alla domanda: ma davvero l’esodo cui siamo assistendo è favorio da una sorta di propaganda? L’esperta ha risposto così:


“Nei Paesi dell’Africa subsahariana esistono pubblicità che incitano ad andare in Italia, spiegando che qui è tutto gratis. E in effetti lo è. Mi immagino le telefonate di questi ragazzi ai loro amici, in cui confermano che effettivamente tutto viene assicurato loro gratuitamente” (fonte1 )(fonte2).

 

Peccato che il welfare state (il tutto gratis…) sia il bersaglio preferito della globalizzazione e che sta per essere affossato proprio da chi promuve i flussi migratori selvaggi. Dunque i migranti ne godranno, se continua così, ancora solo per pochissimi anni. Come tutti noi, del resto.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.